A trent’anni dalla fine dell’Urss

Le ragioni del crollo

di Aldo Bronzo

L’8 dicembre del 1991 veniva decretata la fine dell’U.R.S.S.. Si concludeva così un processo estremamente complesso e contraddittorio che traeva la sua ragion d’essere originaria dalla presa del potere da parte dei bolscevichi nel 1917; in pratica una rivoluzione che si affermava in un paese estremamente arretrato, dove si erano progressivamente consolidate tensioni particolarmente acute e, di conseguenza, dinamiche politiche dirompenti e soluzioni non interlocutorie. Solo che quella stessa arretratezza che aveva progressivamente radicalizzato lo scontro sociale e politico comportava per il potere rivoluzionario ormai vittorioso l’impossibilità di edificare una società socialista entro i soli confini nazionali, ma rendeva indispensabile che il processo rivoluzionario si estendesse nei paesi a capitalismo avanzato al fine di creare una comunità di stati dove i meccanismi dell’economia di mercato – e le sue inevitabili nefandezze – venissero effettivamente superati da una nuova aggregazione di stati fondata su una società compiutamente socialista. Su questo Lenin e Trotckij, cioè i massimi dirigenti bolscevichi, non avevano mai avuto dubbi.

Solo che quella rivoluzione nei paesi capitalisti avanzati non ci fu e il potere bolscevico vittorioso in Russia rimase drammaticamente isolato. Un contesto specifico che ebbe immediate ripercussioni nella Russia postrivoluzionaria, dove presero rapidamente corpo spinte centralistiche ed involutive che portarono in tempi brevissimi alla costituzione di un apparato burocratico sul ceppo dello stato operaio nato al termine dell’esperienza rivoluzionaria, di cui Stalin divenne rapidamente l’incarnazione tangibile e la rappresentazione emblematica.

Ben presto il potere burocratico si presentò rispetto al corpo sociale come un organismo totalmente autoritario, avulso da ogni controllo da parte dei comuni lavoratori e dei ceti popolari. E questo potere gestiva i meccanismi dell’economia di piano con criteri verticistici che privilegiavano per forza di cose l’industria pesante e i beni d’investimento, dove non mancarono successi clamorosi, a dispetto dell’apatia crescente che i comuni lavoratori manifestavano nelle loro attività produttive dove a comandare era sistematicamente il burocrate di turno; e a quest’apatia i vertici del regime staliniano reagirono con misure repressive di inaudita violenza, scaricando sul modo del lavoro quello che né più né meno era la conseguenza diretta della conduzione burocratica del potere postrivoluzionario. Come che sia per tutta una fase abbastanza lunga la burocrazia staliniana si manifestata come un ostacolo “relativo” allo sviluppo produttivo, nel senso che la crescita dell’economia sovietica avrebbe potuto essere maggiore e più bilanciato se la conduzione del potere fosse stata effettuata con criteri ispirati alla democrazie socialista patrocinata a suo tempo da Lenin, capace di coinvolgere l’intero corpo sociale nell’edificazione di un potere che rappresentasse effettivamente i ceti popolari e le masse diseredate. Ciò non toglie che lo sviluppo ci fu e, anche se circoscritto ai beni di investimento, trasformò l’Unione Sovietica nella seconda potenza economica mondiale, alle spalle solo degli Stati Uniti.

Alla resa dei conti le spinte regressive si fondevano con una crescita circoscritta ai soli beni d’investimento, mentre i privilegi dei burocrati di tutte le risme crescevano a dismisura e mentre nelle campagnole “fattorie collettive” o le “cooperative” garantivano una produzione di prodotti alimentari che rimaneva largamente al di sotto delle esigenze del corpo sociale.

Tutte queste tendenze contraddittorie assunsero un carattere crescente dopo la morte di Stalin nel 1953, quando apparve chiaro che il processo produttivo, per continuare a garantire l’impetuosa crescita complessiva sinora conosciuta, imponeva l’adozione di una svolta drastica capace di assicurare rinnovo tecnologico ed efficienza produttiva. Cioè uno sviluppo intensivo in luogo di quello estensivo sino ad ora sperimentato che si era basato sui beni di investimento e lo sviluppo dell’industria pesante; il che mal si conciliava con la perdurante egemonia incontrastata della burocrazia dominante che si presentava all’intera società come un organismo compatto e coeso, mentre era frazionata in molteplici rivoli e camarille che patrocinavano iniziative contraddittorie e illogiche che poi davano luogo a inerzie ed irrazionalità di ogni genere, dando poi luogo a inefficienze di ogni genere e sprechi a getto continuo.

Un contesto specifico che ha visto sistematicamente naufragare le sortite innovative messe a punto da tutte le dirigenze poststaliniane che hanno avviato tentativi correttivi dei meccanismi funzionali dell’economia sovietica ricorrendo ad una sorta di ” riformismo interburocratico “ dove il tentativo di procedere ad un rilancio del processo produttivo veniva avviato senza mettere in discussione il ruolo e i privilegi della burocrazia in quanto tale. In pratica una vera e propria contraddizione in termini. Alla resa dei conti questi tentativi asfittici sono risultati privi di una progettualità credibile, culminando sistematicamente in sostanziali fallimenti; prima tra tutti quelli sperimentati dalla dirigenza kruscoviana che cercò di sperimentare un progetto innovatore soprattutto nel mondo rurale con tentativi intesi ad incrementare la produzione agricola grazie a concessioni ai membri delle “cooperative” ; con risultati tutt’altro che soddisfacenti che porteranno alla esautorazione dello stesso Krusciov da parte dei settori più conservatori dell’apparato dominante. Indubbiamente mentre l’epoca kruscioviana volge al termine i poteri vessatori finora applicati indiscriminatamente dalla G.P.U. hanno subito una qualche contrazione, ma lo sbilanciamento strutturale tra elite dominante e corpo sociale non ha registrato mutazioni sostanziali; anzi quell’elite si lascia andare ad una sorta di stabilizzazione conservatrice che pone termine ad ogni innovazione effettiva. E per sostenere lo sviluppo economico in netto declino la direzione che si compatta sotto l’egida di Brezniev non trova di meglio che svendere agli occidentali le materie prime di cui il paese abbonda, pur di importare prodotti ad alto contenuto tecnologico che la gestione burocratica del processo produttivo non è in grado di produrre.

Tuttavia l’aggravarsi progressivo della situazione imporrà una sorta di rilancio dell’esperienza “riformatrice” non fosse altro per contrastare l’inarrestabile declino economico che tendeva a mettere in discussione l’intero impianto sociale e mandava letteralmente in frantumi tutte le cementificazioni sociali e, soprattutto, rendeva praticamente impossibile l’aggregazione al centro moscovita delle varie nazionalità che a suo tempo erano state incorporate con procedure coercitive o, come per i paesi baltici, in applicazione degli accordi intercorsi tra Molotov e Von Ribbentrop. Questo il sostrato del riformismo di Gorbaciov che tenterà un rilancio produttivo associando una sorta di impulso tecnologico alla “perestroika”, cioè ad una vistosa contrazione dei sistemi in uso già da tempo. Una sorta di tentativo di coinvolgimento della società civile, finalizzato allo scopo di allargare i margini di consenso per innovare alla radice un situazione che diveniva sempre più ingovernabile. Tuttavia niente da fare. Ormai la situazione si era deteriorata a tal punto da trasformare il ruolo della burocrazia dominante da fattore parzialmente ostativo allo sviluppo economico e civile in elemento letteralmente paralizzante di ogni crescita economica e civile. Così la “perestrojka” fallirà. Anzi gli spazi partecipativi offerti dal riformismo gorbacioviano si trasformeranno in un viatico perché inarrestabili forze dell’immenso paese si radicalizzino ed accentuino il distacco dal centro moscovita. Spinte dissolutrici inarrestabili che implacabilmente si trasferiranno ai medesimi centri urbani della Russia.

L’8 dicembre 1991 l’Unione Sovietica non esiste più.

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