Un giudice a Milano ha bocciato il caporalato digitale

Dopo la clamorosa sentenza milanese, per i rider si apre una stagione di lotta per la conquista di un contratto collettivo nazionale (una corrispondenza da Torino) -

Dopo la clamorosa sentenza milanese, per i rider si apre una stagione di lotta per la conquista di un contratto collettivo nazionale (una corrispondenza da Torino) –

È di ieri la notizia che la magistratura milanese, dopo diversi mesi di indagine sulle condizioni di lavoro dei rider impiegati nella consegna di cibo a domicilio, ha comminato alle più importanti imprese multinazionali del settore (Just Eat, Uber Eats, Glovo, Deliveroo) una serie di pesanti sanzioni per varie violazioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro. I giudici milanesi hanno anche intimato alle piattaforme digitali che impiegano i rider di assumere finalmente questi lavoratori con regolari contratti di lavoro dipendente, cessando pertanto di trattarli in maniera distorta e strumentale come lavoratori autonomi senza il diritto a una giusta retribuzione oraria, alle ferie, alle maggiorazioni in caso di straordinario, alla protezione dai licenziamenti illegittimi.

Questa notizia rappresenta indirettamente anche uno schiaffo al contratto collettivo nazionale dei rider firmato il 15 settembre scorso da AssoDelivery, associazione padronale delle grandi piattaforme di food delivery, e UGL, unica organizzazione sindacale firmataria nonché erede diretta del ben poco glorioso CISNAL, il sindacato emanazione dei (post)fascisti del MSI. In quel contratto, infatti, i rider venivano definiti come “lavoratori autonomi che decidono di svolgere attività di consegna di beni per contro altrui”, in barba a tre diverse sentenze di tre diversi tribunali – Torino, Cassazione, Palermo – secondo cui i rider non sono lavoratori autonomi e hanno anzi il diritto a una retribuzione oraria fissa parametrata su quella dei contratti collettivi di settori simili che siano stati firmati da sindacati realmente rappresentativi.

Sappiamo bene come in questi anni le piattaforme di food delivery hanno trattato questi lavoratori. Basta andare a vedere i documenti ufficiali (https://mcusercontent.com/eace410d021739edefdb932aa/files/11f435c1-3822-4fae-a782-cd9d4cb4f298/2020_009SOSP_UBER_ITALY_SRL_74_20_27_05_2020_1__compressed.pdf) del decreto con cui lo scorso maggio del 2020 il Tribunale di Milano aveva commissariato Uber Eats per caporalato. I rider venivano pagati rigorosamente a cottimo, 3 euro a consegna. E a chi si ribellava per la misera paga, magari apostrofando il padrone come “schiavista” o “ladro”, veniva letteralmente risposto: “[…] ti vengo a prendere a sberle, ti rompo il culo […]” (pag. 19 del decreto del Tribunale di Milano). Non c’è che dire, un esempio di padronato illuminato, di capitalismo capace di innovazione. Perché è proprio di innovazione che si è ammantata la retorica di queste aziende, con cui l’UGL ha firmato un contratto capestro nel quale la remunerazione oraria è calcolata sui soli tempi di ingaggio, lasciando in tal modo fuori dal conteggio della singola ora di lavoro tutti quei minuti di pausa involontaria che inevitabilmente intercorrono fra un ordine di consegna e l’altro o in attesa fuori dal ristorante.

L’inchiesta della magistratura milanese ora punta a ripristinare un minimo di legalità in un settore in cui queste imprese si sono permesse di giocare secondo regole autostabilite. Ma non bisogna dimenticare che i provvedimenti giudiziari arrivano solo dopo le numerose lotte condotte in questi ultimi anni direttamente dai lavoratori del settore, che già nel 2016 scioperavano contro il cottimo e l’esecuzione del lavoro in condizioni climatiche avverse. Ritmi di lavoro, salario, salute e sicurezza sono insomma sempre stati al centro delle lotte dei rider, in linea con la migliore tradizione del movimento operaio. Adesso è il momento di conquistare un contratto collettivo nazionale vero, decente, per una retribuzione dignitosa, nell’attesa e nell’auspicio che si apra magari anche una discussione seria su un salario minimo legale per tutte e tutti.