Il freddo polare del Texas e i call center

- di Fabrizio Burattini - Gli effetti del cambiamento climatico sommati agli effetti della privatizzazione dell’elettricità. Notizie e valutazioni tratte dalla lettura di un articolo sul sito dell’Institute for New Economic Thinking

– di Fabrizio Burattini – Gli effetti del cambiamento climatico sommati agli effetti della privatizzazione dell’elettricità. Notizie e valutazioni tratte dalla lettura di un articolo sul sito dell’Institute for New Economic Thinking

Nell’informazione monopolizzata dalla pandemia, forse solo pochi hanno soffermato la propria attenzione su quanto è accaduto negli scorsi giorni nel Texas, il grande stato nordamericano al confine con il Messico. I cambiamenti climatici hanno fatto sì che, in quella zona, mai particolarmente fredda, che solo eccezionalmente ha conosciuto nottate con temperature sotto lo zero, per alcuni giorni il termometro arrivasse a segnare -15°, a volte anche -20 gradi.

Così, la rete elettrica è andata in tilt; milioni di texani sono rimasti senza corrente e, dunque, senza riscaldamento. Le tubazioni dell’acqua si sono congelate e molti tubi sono scoppiati e milioni di texani sono anche rimasti senz’acqua potabile, che ancora non è stata ripristinata. Per il momento si contano circa 50 morti per ipotermia o per altre conseguenze collegate al black-out.

Questo avvenimento è strettamente correlato a quell’ormai quotidiana seccatura che ci perseguita da anni con le chiamate telefoniche che riceviamo quasi 24 ore su 24, 7 giorni su 7, e che ci propongono il cambio di fornitore di energia elettrica o del gas.

Vi chiederete il perché di questo collegamento.

Negli anni ‘30 del Novecento gli Stati uniti di Franklin Delano Roosevelt, con il loro New Deal, erano in una competizione pacifica con l’Unione sovietica che grazie ai suoi significativi risultati economici stava guadagnando popolarità nell’opinione pubblica mondiale e nella stessa classe lavoratrice americana. In quegli anni, proprio nel Texas, il giovane deputato Lyndon Johnson (che poi sarebbe subentrato alla presidenza degli Usa nel 1963, alla morte di Kennedy), ottenne da Roosevelt i fondi per costruire due dighe che portarono l’energia elettrica (pubblica) nella capitale texana Austin e nella principale città dello stato, Huston.

Ma poi, chiusa la “parentesi” rooseveltiana, il Texas, come man mano tutti gli Usa, e lo stesso Johnson vennero conquistati di nuovo all’idea della frenesia del “libero mercato”. Gli economisti liberali indicavano già da tempo la rete elettrica texana come il terreno migliore per sperimentare la deregulation e la privatizzazione. Era finito il New Deal, con le sue tariffe elettriche regolamentate dall’alto, che comunque ripagavano abbondantemente la produzione e la distribuzione dell’energia. Ma che tenevano fuori dal mercato tutte quelle imprese che aspiravano a lucrare sull’elettricità.

La liberalizzazione dell’elettricità texana, iniziata negli anni ‘40 venne portata a termine nel 2002, sotto la guida dell’allora governatore Rick Perry (che poi nel 2017 venne chiamato a Washington da Trump che non a caso gli affidò il ministero dell’energia). La fornitura di energia alle famiglie texane è oggi il campo di battaglia di una settantina di fornitori.

Si è deciso così di lasciare che le aziende produttrici competessero tra loro per fornire elettricità ai consumatori attraverso una rete elettrica comune. Il ruolo dello Stato (che durante il New Deal era aumentato) tornò al minimo: solo le gestione della rete comune, attraverso la quale passa l’elettricità dal produttore al consumatore. La tesi è: i contratti, scelti liberamente, regolano condizioni e prezzo; la concorrenza garantisce l’efficienza, prezzi bassi, stabiliti dall’equilibrio tra la domanda e l’offerta, evita il “monopolio”. Chi non vuole pagare può sempre spegnere l’interruttore….

Il sistema elettrico “libero” funzionava, contro tutte le previsioni di quei gufi comunisti che vorrebbero tutto pubblico…

Ci si è dimenticati però che la domanda di elettricità è del tipo di quelle che gli economisti chiamano anelastiche: non reagisce molto al prezzo, ma reagisce alle necessità oggettive, ai cambiamenti del tempo, al freddo o al a caldo. E’ una domanda che, nei periodi di freddo, diventa ancora di più anelastica.

Inoltre l’elettricità se viene prodotta deve essere necessariamente e istantaneamente consumata, non può essere stoccata in magazzino o in frigorifero come per qualunque altra merce che momentaneamente non ha trovato una domanda sul mercato.

E non si era tenuto conto dei tre punti deboli del sistema messo in piedi. La concorrenza feroce spinge le aziende fornitrici a ricercare il sistema produttivo più economico possibile, cioè con macchine, pozzi, contatori, tubi, turbine eoliche certo non isolate dal freddo estremo (raro ma non sconosciuto nel Texas). Si lasciano i prezzi liberi di fluttuare. I prezzi sarebbero saliti al massimo quando la domanda di energia era al massimo.

Già nell’inverno 2011, quando il Texas aveva conosciuto un periodo di freddo eccezionale per la zona, il sistema aveva mostrato la sua instabilità. Ma la difficoltà venne superata senza tanti danni e non si fece nulla per regolarlo. La regolamentazione, per i politici neoliberali è una bestemmia. I fornitori del “mercato libero” costituiscono una ricca fonte di finanziamenti per le campagne elettorali. Chiedere loro di tirare fuori soldi per rendere più solidi i loro sistemi produttivi significava avere meno sovvenzioni elettorali.

Il freddo polare delle scorse settimane ha fatto crescere in modo inusitato la domanda, mentre l’offerta diminuiva: il gas naturale con cui si produce tanta elettricità si è congelato nei pozzi, nei tubi, nelle centrali elettriche. Le turbine eoliche si sono bloccate per il gelo. La rete elettrica texana è scollegata da quella del resto del paese, e non potevano dunque arrivare compensazioni dagli altri stati, peraltro anch’essi messi alla prova dall’ondata di gelo. Domenica 14 febbraio la domanda ha superato così tanto l’offerta che l’intera rete del Texas è giunta sull’orlo del collasso, di un collasso che, se lasciato senza intervento avrebbe comportato mesi per il ripristino del sistema.

Così, seppur a malincuore, le autorità hanno deciso di interrompere la corrente quasi ovunque, salvaguardando tutti quegli edifici in cui la corrente elettrica è indispensabile (ospedali, stazioni dei pompieri, grattacieli nei quali gli ascensori sono vitali, ecc.). Senza elettricità il calore diminuisce, il gelo vince, l’acqua si congela, i tubi scoppiano, e alla mancanza di elettricità si unisce la mancanza d’acqua.  Gli ospedali senza acqua non possono produrre vapore, e quindi calore; molti di essi sono sono stati necessariamente evacuati.

Alcuni utenti, che avevano stipulato con le compagnie contratti a prezzo variabile, scommettendo su una continua discesa delle tariffe, si sono trovati di fronte bollette di migliaia di dollari.

E’ stata questa la calamità che ha colpito le avveniristiche città del Texas nelle scorse settimane. Gli effetti del cambiamento climatico sommati agli effetti della privatizzazione dell’elettricità. Doppiamente colpite dal capitalismo.

Dobbiamo ricordarcelo quando nei prossimi giorni qualche call center di un fornitore elettrico ci contatterà.