Perché la classe prenda parola dopo un anno da non dimenticare

La pandemia sta colpendo i più deboli, gli stessi su cui si accaniscono le politiche padronali nell’assenza della sinistra di classe dallo scenario politico – Franco Turigliatto –

L’anno horribilis delle tre grandi crisi, sanitaria, economica e sociale che hanno sconvolto tutto il mondo e il nostro paese si chiude mentre la seconda ondata dell’epidemia, ancora pienamente dispiegata, continua a mietere migliaia e migliaia di vittime.

L’arrivo dei vaccini, che speriamo siano efficaci, non può che essere salutato come un elemento di speranza e di possibilità, ma è oggi strumentalizzato dai media e dalle classi dominanti per nascondere le loro pesanti responsabilità nei disastri che si sono prodotti ai vari livelli e per una offensiva politica ideologica sulle “ magnifiche sorti e progressive” dell’umanità, o per meglio dire del capitalismo e in particolare del capitalismo occidentale ai tempi del nuovo presidente USA. Serve anche a occultare l’intervento violento operato dal sistema produttivo capitalista sugli equilibri della natura, che sta alla base della pandemia e che altre ne potrà provocare in futuro.

Da una parte si esalta la scienza, di certo una conquista dell’umanità intera (ancorché sottoposta agli interessi della borghesia), dall’altra la si rinnega nei fatti rifiutandosi di operare quei mutamenti rapidi e profondi dell’intero sistema produttivo che questa richiede  al fine di ristabilire i fondamentali equilibri naturali.

Vittime di classe

E l’Italia non è stata per nulla un esempio, come ancora viene raccontato dalla vulgata ufficiale, per come ha affrontato la pandemia nel corso di questo anno; anzi le cifre indicano il contrario: oltre due milioni di contagi e una curva dei decessi che corre verso la terribile cifra dei 75 mila e che sembra non avere mai fine: una tragedia che non si vuole riconoscere anche perché colloca il nostro paese ai vertici delle statistiche mondiali nel rapporto tra il numero delle vittime e la dimensione della popolazione.

Si presentano come mere cifre numeriche, quelle che sono invece cifre sociali e di classe; non ci viene detto chi sono tutti questi morti, se non quando di tratta di qualche personaggio di rilievo, al massimo viene indicato il numero altissimo di medici che hanno perso la vita e gli 80 mila operatori sanitari contagiati, ma non possiamo sapere, se non in forma imprecisa, quante/i sono le lavoratrici e i lavoratori degli altri servizi essenziali (scuola, grandi catene della distribuzione, ecc.) che sono stati travolti dall’epidemia, e quante/i siano le/i lavoratrici/tori dei settori industriali e produttivi coinvolte/i, i cui dati drammatici cominciano però a trasparire nelle denunce dell’INPS.

Stiamo parlando di quelle lavoratrici e quei lavoratori che per un breve giorno vengono esaltati come eroi dei servizi e della produzioni e subito dopo diventano degli irresponsabili e degli scansafatiche quando chiedono condizioni di lavoro e di salario decenti e forti investimenti per garantire un personale e un intervento pubblico adeguati a garantire i servizi della società.

Questa realtà drammatica va spiegata e denunciata perché la pandemia e la sua gestione sono una questione di classe gravando prioritariamente sulla classe lavoratrice e su tutte le/i diseredate/i.

Non dimenticare

Non dobbiamo dimenticare che uno dei migliori sistemi sanitari pubblici del mondo, frutto delle lotte degli anni ’70, è stato fatto a pezzi dalle politiche di austerità bipartisan dei governi che si sono succeduti.

Non si possono dimenticare i colpevoli ritardi del governo Conte all’inizio dell’anno nel prendere le misure adeguate, quando pure tutti i segnali del pericolo incombente erano presenti, né le terribili responsabilità omicide del padronato che ha impedito la chiusura delle fabbriche per molti giorni per difendere i profitti, finché gli scioperi degli operai non l’hanno imposto a difesa della loro vita.

Né si può dimenticare che i mesi di tregua dell’estate non sono stati usati dal governo per operare quelle assunzioni e quegli investimenti fondamentali nella sanità, nella scuola, nei trasporti che meglio avrebbero potuto affrontare la seconda fase dell’epidemia e garantire la continuità della scuola.

Né si può dimenticare che le scelte governative dell’autunno sono state fatte in stretta correlazione con gli interessi delle imprese, alla ricerca di un improbabile equilibrio tra le esigenze produttive e quelle della salute, che in realtà altro non era altro che la dominanza dell’economia sulla vita delle persone e delle lavoratrici e dei lavoratori. Non è stato solo il presidente di Confindustria di Macerata a pensare “se muore qualcuno, pazienza”. In tanti l’hanno pensato e soprattutto hanno agito di conseguenza. Le cifre attuali dell’epidemia lo certificano sembra ombra di dubbio.

Né si possono dimenticare le sguaiate ed irresponsabili campagne politiche e i modelli sociali proposti dalle destre nelle sue varianti più o meno reazionarie e razziste ed anche fasciste, nonché dai loro rappresentanti istituzionali al governo di parecchie regioni, tutte rivolte a preservare gli interessi economici della piccola e media borghesia, ad esaltare il privato sul pubblico, mentre contemporaneamente si chiede allo stato di aprire la borsa dei Ristori per queste categorie, creando un clima di sottovalutazione dell’epidemia stessa e di rigetto dei comportamenti individuali e collettivi necessari per contenerla al solo fine di lucrare un consenso politico. [1]

Per non parlare infine della scelta della borghesia e dei suoi media di comprimere il sentimento nascente nell’opinione pubblica che chiedeva un mutamento diindirizzo economico sociale profondo, una nuova stagione di intervento pubblico che rompesse con decenni di politiche liberiste; si è voluto riportare rapidamente l’agenda politica all’interno delle logiche capitaliste: “Cambiare tutto, (anche con un massiccio intervento dello stato), perché tutto rimanesse però al suo posto”, cioè dentro le regole dell’Europa capitalista.

La natura delle politiche governative

E le scelte cumulate nei diversi decreti governativi e nella finanziaria (la cifra stanziata è ragguardevole, 150 miliardi di euro), sono state rivolte a conseguire, da una parte, una relativa, ma incerta stabilità sociale, con la cassa integrazione e il blocco dei licenziamenti fino al 31 marzo per le lavoratrici e i lavoratori e qualche misura di parziale sostegno al reddito per quelle/i dell’informale e della precarietà, dall’altra parte a garantire il variegato mondo della piccola e media borghesia, ma soprattutto a trasferire una montagna di soldi alle imprese private, concepite come elemento portante della società.

E l’utilizzo dei 200 miliardi dei fondi del Recovery Fund, su cui è in corso una disputa nella maggioranza di governo e tra queste e le forze di opposizione, sotto la sorveglianza attenta del padronato che li vorrebbe tutti per se, va nella stesa direzione. Niente New Deal, nessun rilancio del settore pubblico con forti investimenti diretti in strutture e personale, niente reale priorità alla scuola, alla sanità e all’occupazione, ma  totale sostegno alle imprese private e alle strutture fondamentali del capitalismo liberista.[2]

Basta guardare ai 9 miliardi proposti per la sanità, quando 37 miliardi di euro le sono stati sottratte nel corso degli anni per capire che non ci siamo proprio.

L’assenza della classe lavoratrice nello scenario politico

E qui veniamo al nodo centrale dei problemi: se la classe lavoratrice sia capace o meno di dare una sua risposta alla crisi, di non pagarne i costi e di esserne travolta, di riconquistare un ruolo centrale nello scontro politico per costruire una alternativa complessiva e dare un diverso futuro, di solidarietà e di giustizia sociale, a tutta la società. Qui sta il dramma soggettivo della situazione attuale, la passività della classe, segnata dalle sconfitte passate e dalla subalternità delle direzioni delle grandi organizzazioni sindacali alle politiche padronali e governative, che determinano le sue divisioni e il suo disorientamento; da qui deriva l’incapacità ad essere un  soggetto attivo ed indipendente, non solo quindi attiva nelle forme di resistenza che pur sempre hanno continuato a manifestarsi, ma in un ruolo complessivo  sociale  e politico.

La partita è tanto più aperta e difficile perché il blocco dei licenziamenti e la cig finiranno tra pochi mesi, (ma oggi già sono molteplici le forme con cui i padroni licenziano, dagli accordi sindacali alle chiusure di fabbriche), precipitando la situazione sociale ed occupazionale.

Anche la questione della distribuzione del vaccino è un elemento della posta in gioco che deve essere affrontato dalle lavoratrici e dai lavoratori. Il vaccino è un prodotto delle case farmaceutiche capitaliste e dei loro interessi; sarà sottoposto, al di là dei discorsi ufficiali e delle esortazioni del papa affinché i potenti siano generosi,  alle leggi della concorrenza e delle speculazioni. La battaglia perché esso sia effettivamente garantito a tutte e tutti, attraverso un reale controllo sociale sul suo uso, non è una battaglia secondaria, ma è parte della lotta di classe nel prossimo periodo.[3]

 Un ruolo per le forze politiche e sociali della sinistra

La costruzione di un percorso che sappia ridare forza e credibilità alla mobilitazione sociale, alla difesa degli interessi delle classi lavoratrici e della società intera è il compito fondamentale che sta davanti alle forze che oggi si considerano autenticamente di sinistra, anticapitaliste, e che vogliono ricostruire la credibilità e la possibilità di una prospettiva alternativa.

La denuncia dei mali del capitalismo, dell’insopportabilità per le classi lavoratrici e dell’intera umanità di questo sistema è importante ed essenziale; va fatta ed è il filo conduttore della nostra azione; le pubblicazioni sul nostro sito e la nostra propaganda la testimoniano quotidianamente. Il virus del capitalismo non è meno grave della pandemia ed il compito storico è quello di porre fine a questo sistema di ingiustizia e violenza.

La propaganda anticapitalista è essenziale, ma vogliano e dobbiamo contribuire nello stesso tempo a costruire un movimento reale che cambi la situazioni esistente, cioè i rapporti di forza tra le classi.

Se si guarda ai programmi delle forze della sinistra, più che in passato, c’è una forte convergenza tra di esse non solo sulla denuncia del sistema, ma sui contenuti di un programma alternativo e di lotta (basta con politiche liberiste, un nuovo grande intervento pubblico in funzione dei bisogni, sanità e scuola pubblica rilanciate, prendere i soldi là dove ci sono con una imposizione fiscale progressiva e una forte patrimoniale sulle grandi ricchezze). Tutte queste forze hanno fatto campagna politica su questi contenuti. Ma che senso ha e, soprattutto, che efficacia c’è a farla separatamente, non riuscendo a conseguire quella unità d’azione possibile che permetta a questa posizione di essere realmente presente nello scontro politico? Una convergenza si riscontra anche sul tema occupazionale, sulla richiesta della nazionalizzazione delle imprese, sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Anche su questo non dovrebbe essere impossibile condurre insieme un’azione politica che aiuti tutti i settori del sindacalismo di classe ad avere più forza nel costruire un’ampia mobilitazione. Alcune importanti esperienze di lotta che si sono sviluppate in altri paesi, nonostante le grandi difficoltà presenti, meritano attenzione su quanto sia possibile fare.

Questa unità d’azione potrebbe anche permettere di incidere ed intraprendere percorsi di mobilitazione comune con quei settori sociali e sociopolitici che in forme sia pure parziali si pongono dal punto di vista dei bisogni della società, che avanzano piattaforme di difesa dei diritti sociali, di quelli ambientali dei territori, della lotta contro il riscaldamento climatico, ecc. al fine di ricostruire il fronte sociale e plurale più ampio possibile.

Certo se ci fosse stata la possibilità di manifestazioni di massa nazionali e/o locali, sarebbe stato più facile ritrovarsi insieme nelle piazze, e quindi a costruire convergenze sociali obiettive e materiali. Ma proprio per questo, pur nella legittima e comprensibile volontà di non disperdere quanto ognuna delle forze ha sedimentato, dovrebbe essere ora il momento per fare uno sforzo unitario in più. Anche perché non si tornerà, come forse qualcuno crede, al punto di partenza di un anno fa; il futuro sarà inevitabilmente diverso e sarà segnato da quanto si sarà capaci di fare nel movimento dei lavoratori e nei movimenti sociali nella prossima fase.

Queste considerazioni politiche e programmatiche e questa volontà e disponibilità a costruire percorsi di unità e di lotta comuni e quindi nuove speranze, sono i nostri propositi per il nuovo anno ed la nostra carta di identità su cui chiediamo convergenza e sostegno politico ed organizzativo a Sinistra Anticapitalista. C’è molto da fare nei prossimi difficili mesi, ma ne vale la pena.


[1] Le forze della destra mantengono un largo consenso nella società ed aspettano che la crisi dell’attuale maggioranza dia loro in mano le leve del governo nazionale. Quello che tiene in piedi un governo debole è da una parte il sostegno delle direzioni confederali del sindacato e la paura in settori sociali che ad esso succeda un governo che faccia ancora peggio. Il fatto è che se non si lavora per mutare le condizioni sociali, per contrastare le politiche del governo e per una possibile alternativa, il “peggio” arriverà quanto prima. 

[2] Nessun spazio è stato dato della modesta proposta di Leu sull’introduzione di una misura di patrimoniale respinta sia come emendamento nel dibattito sulla legge di bilancio, ma anche nella semplice ed innocua forma di ordine del giorno di indirizzo in una discussione successiva (19 voti favorevoli, 6 astenuti e 462 contrari alla Camera). In compenso la maggioranza ha provveduto a mantenere quei tagli alla editoria che strangolano il Manifesto, a cui va la nostra solidarietà.

E il governo coerente con la scelta di non prorogare la quota 100 sulle pensioni, sta lavorando a modifiche di facciata, per lasciare pienamente operativa la famigerata legge Fornero.

[3] Al di là delle proclamazioni ufficiali, c’è molto da temere sulle capacità e sulla volontà di garantire una vaccinazione di massa e democratica da parte del governo e delle istituzioni; basti guardare a quanto è avvenuto con il vaccino antinfluenzale in questo autunno, la sua scarsa disponibilità e i ritardi con cui ha potuto essere distribuito rispetto alle richieste e necessità.