Torino: studenti e studentesse contro la seconda rata

A Torino ha preso vita l’assemblea “Basta tasse UniTo” per battersi contro una tassazione pesantissima / Francesco Munafò /

Mesi fa abbiamo tradotto un articolo in cui persino un’agenzia conservatrice e legata alla borghesia come Bloomberg aveva vaticinato la comparsa di focolai di rivoluzione sociale legati alla crisi pandemica1. Evidentemente una rivoluzione sociale non c’è stata, ma sono cominciate mobilitazioni più o meno seriali animate da diversi gruppi sociali, con una forte connotazione di classe oppure largamente interclassisti, per richiedere maggiori sussidii o riaperture delle attività commerciali nonostante il divieto dei DPCM. Possiamo aspettarci che queste mobilitazioni continueranno, anche se non sappiamo che forma assumeranno e per quanto tempo dureranno. Alcune di loro sono state largamente egemonizzate dalla piccola borghesia, che avanzava richieste immediate legate soprattutto alla riapertura delle attività commerciali; interessante è stato anche notare come nelle piazze occupate da questa classe sociale si siano aggiunti ragazzi e ragazze, spesso immigrati di seconda generazione e appartenenti alla classe operaia o al sottoproletariato urbano/suburbano, che hanno creato scalpore mediatico e hanno riacceso la rabbia legalitaria dei media rompendo le vetrine di grandi e piccole attività commerciali. Talvolta queste fasce di popolazione si impegnavano anche a sostenere tesi negazioniste o mirate a minimizzare l’entità della pandemia, probabilmente con l’obiettivo di non sacrificarvi la propria attività lavorativa.

Altre, invece, erano legate a gruppi sociali che “guardavano a sinistra”: riders, realtà autonome legate ai centri sociali, alcune realtà partitiche, etc. Le loro richieste si focalizzavano sull’ottenimento di risorse reddituali di emergenza in sostituzione di un salario spesso legato a forme lavorative precarie. Un gruppo sociale però è passato relativamente inosservato: quello delle studentesse e degli studenti universitarie, che dall’inizio della pandemia lottano contro le difficoltà che quest’ultima ha portato nella vita accademica.

La lotta contro la seconda rata

A Torino un gruppo di studenti e studentesse ha dato vita a un’assemblea dal nome “Basta tasse UniTo” che ha coinvolto diverse decine di student*, me compreso, con crescente coinvolgimento e partecipazione. L’obiettivo è chiaro: battersi contro una tassazione pesantissima attuata da UniTo e che ricade sulle spalle di studenti e studentesse che per mantenersi lavorano o che provengono da famiglie che non possono fornire i mezzi economici sufficienti per pagare l’Università. Durante la pandemia, infatti, tante studentesse e studenti hanno perso il lavoro o le cui famiglie (magari monoreddito) si ritrovano senza introiti per la stessa ragione. Ad aggravare la situazione è la didattica a distanza, un servizio con gravi carenze educative e che non permette di espletare la funzione di socializzazione che ogni agenzia educativa dovrebbe includere come primaria. Sempre la didattica a distanza non ha fatto altro che accentuare il digital divide tra chi può accedere a una connessione internet di qualità e chi invece non può. Non dimentichiamo, infine, le studentesse e gli studenti con disabilità fisica o cognitiva, cui la DAD ha accentuato le difficoltà di afruizione del servizio educativo.

La richiesta, dunque, è tanto basilare quanto ragionevole e motivata. Partecipando alle assemblee mi sono ritrovato ad ascoltare storie di disperazione: persone con poche centinaia di euro in banca che non possono pagare le tasse, altre che hanno perso il lavoro, altre ancora che non sanno come laurearsi a causa del blocco dei tirocinii e devono continuare a pagare tasse su tasse. Forse anche per questo, ci diciamo io e un ragazzo che come me stava partecipando all’ultimo presidio, la mobilitazione ha raccolto molte presenze in piazza e alle assemblee online: la situazione è davvero complessa e rischia di intaccare la facoltà economica di certi studenti e studentesse di reperire persino i beni di prima necessità.

Proprio nel corso dell’ultimo presidio in Piazza Castello il Rettore dell’Università di Torino Stefano Geuna si è reso protagonista di un episodio molto singolare. Dopo aver ascoltato (forse) alcun* delegat* dell’assemblea studentesca che pubblicamente avanzavano le richieste di cancellazione della seconda rata via WebEx, il Rettore ha deciso di far pronunciare un discorso di circostanza a un suo sottoposto per poi abbandonare improvvisamente la stanza virtuale. Cosa c’è di più eloquente in termini simbolici? Quell’abbandono della chiamata aveva il peso di una dichiarazione: l’Università non è con voi. Il presidio si è così trasformato in corteo e ha raggiunto il Palazzo del Rettorato, dove si è concluso.  

Inutile parlare della pressoché nulla rilevanza mediatica che le azioni degli studenti e delle studentesse stanno avendo, a fronte delle frequenti interviste che vengono effettuate dalle reti Rai al Rettore, in cui spesso si elogia la vocazione universitaria della città di Torino. Nulla di più falso: da tempo la città assiste a una massiccia studentificazione a cui sono stati associati processi che mirano a fare della presenza studentesca un’occasione di profitto: costruzione di costosi e lussuosi Student Hotel in quartieri come Aurora (costata tra l’altro lo sfratto a una realtà associativa come il Circolo Fuoriluogo), l’apertura di fast food nei pressi dell’Università, l’aumento del costo degli affitti. Tutti episodi che rivelano l’importanza dello studente solo in quanto creatore di profitto attraverso il consumo, e che talvolta (come nel caso degli affitti) escludono coloro che non possono permettersi di spendere cifre esorbitanti per mantenersi la propria vita universitaria.

E proprio considerando i molteplici problemi legati all’Università, una delle proposte più interessanti che emerge nelle assemblee è la continuazione delle mobilitazioni anche quando la lotta per la cancellazione delle tasse universitarie sarà conclusa, nonché l’estensione del conflitto a studenti e studentesse liceali, come noi colpit* dalla crisi pandemica.

Metodi e pratiche del fare politica in Università: alcune novità

Ma come si fa la lotta universitaria? L’ultimo capitolo di questo brevissimo resoconto va dedicato senza dubbio ai metodi e alle pratiche di comunicazione dei contenuti e di lotta politica delle assemblee studentesche dentro le Università, riferendomi ovviamente soprattutto all’Università di Torino. Infatti, oltre ai metodi classici del fare politica (presidii, conferenze stampa, cortei, striscioni) le organizzazioni universitarie hanno sviluppato (o mutuato dagli altri ambiti della sinistra giovanile) nuove pratiche politiche che portano con sé linguaggi, modi di associarsi, costruzioni identitarie e pratiche conflittuali radicalmente innovativi, spesso accomunate dalla predilezione per il vettore digitale rispetto a quello analogico, che resta comunque usato largamente. Non pretendo di essere esaustivo, ma solo di fornire un primo affresco dei nuovi modi del fare politica. Eccone alcuni:

  • L’uso dei memes2: vera e propria sottocultura giovanile, da qualche anno ormai i memes sono diventati mezzi di creazione del consenso e di comunicazione politica. Il loro vantaggio è la capacità di interfacciarsi con larghe fasce di popolazione under 30 grazie a un linguaggio ironico e particolare. Sfruttare la loro naturale vocazione pop (tutta la popolazione giovanile che frequenta i social network fruisce giornalmente di meme) per comunicare è una delle grandi novità dei soggetti politici della sinistra giovanile. Il loro utilizzo, inoltre, non ha cambiato solo le modalità comunicative, ma ha anche ridefinito i linguaggi dei militanti politici3. Infine, la loro facile diffusione rende semplicissimo diffondere messaggi politici a tante persone in poco tempo. Come è ovvio, nuove modalità comunicative implicano anche un rinnovato impegno nelle questioni strategiche e propagandistiche e un allargamento del bacino di persone coinvolgibili. Per questo, rinnovare la comunicazione politica non è una mera questione formale.
  • Shitstorm, ovvero il caos organizzato: consiste nell’azione simbolica di disturbo nei confronti di testate giornalistiche, istituzioni, o singoli perpetrata attraverso l’inondazione di contenuti (solitamente semplici frasi oppure memes) nella sezione commenti di un account social.
  • Mailbombing: consiste nell’invio di una mail condivisa da parte di molte persone a un unico indirizzo, solitamente a fini rivendicativi. Un’azione di questo tipo ha aperto proprio la lotta per la cancellazione della seconda rata.

L’impegno di Sinistra Anticapitalista nella mobilitazione

Sinistra Anticapitalista si impegna nella mobilitazione degli studenti e delle studentesse: crediamo sia necessario farlo in nome della costruzione di un’Università pubblica e inclusiva, capace di andare incontro alle esigenze di tutti gli studenti e le studentesse. La crisi sociale innescata dalla crisi sanitaria non ha infatti risparmiato l’intero settore dell’istruzione, amplificandone le contraddizioni dovute ad anni di tagli e di mancanza di investimenti. A rimanere indietro sono ovviamente coloro che hanno meno risorse economiche. Ma l’istruzione è un diritto universale, non un privilegio per pochi, e dovremo lottare perché rimanga tale.

NOTE

1https://anticapitalista.org/2020/04/15/la-pandemia-condurra-a-rivoluzioni-sociali/

2Per meme si intende un’immagine ripetibile tratta da film, fumetti o video virali a cui si associano frasi che di volta in volta semantizzano in maniera differente le immagini. La collaborazione tra testuale e visuale genera significati sempre nuovi, spesso dalla facile coglibilità. Nel contesto della lotta per la cancellazione della seconda rata segnalo un esempio fra tanti che si riferisce all’episodio raccontato sopra: https://www.facebook.com/2190833117848713/posts/2732814563650563/?flite=scwspnss . Per una trattazione approfondita si rimanda a LOLLI, La guerra dei meme, effequ, 2017.

3Ad esempio, al fine di stimolare l’utilizzo di un linguaggio inclusivo, la comunità di memers legata alla sinistra marxista ha coniato il termine vrps, evoluzione inclusiva di bro (diminutivo di brother, fratello, termine univocamente maschile).