I super-ricchi non sono mai sazi, vogliono ridurci alla fame

di Fabrizio Burattini

Flavio Briatore: 67 anni, nato a Cuneo, residenza (fiscale): Montecarlo; professione: ricco (patrimonio ufficiale oltre 200 milioni); hobby: difensore dei miliardari (anzi, dei “billionari”) e di altre categorie di parassiti (in particolare, gli evasori fiscali).

Qualche giorno fa (il 4 maggio, per l’esattezza), il “nostro eroe” ha diffuso un video nel quale, in tre minuti di qualunquismo sgrammaticato ha cercato di spiegare come i dipendenti pubblici (e parapubblici), oltre che i percettori di reddito di cittadinanza e di emergenza (che, informiamo Briatore, o a tutt’oggi non esiste, come di tutta evidenza non esistono i suoi percettori), che sarebbero la base di consenso dell’aspirante “dittatore” Giuseppe Conte, dovrebbero essere tassati di un 20-25% del loro stipendio, fondi da dirottare “a fondo perduto” verso le aziende in crisi.

Naturalmente non siamo molto portati a prendere sul serio un personaggio di questo tipo, molto seguito per il gossip, e noto per le sue provocazioni, tipo quella di un paio di settimane fa quando ha bollato il sistema economico politico italiano come incapace di soddisfare chi “può spendere 42.000 euro per una cena e lasciarne 5.000 di mancia”.

Dunque anche quella dichiarazione video sull’auspicabile taglio agli stipendi dei pubblici dipendenti l’avevamo presa come una boutade priva di senso. Salvo però doverci ricredere quando un paio di giorni dopo quando abbiamo letto un eloquente articolo del molto più serioso “Milano Finanza” che titolava “E se la pubblica amministrazione facesse un sacrificio?”, nel quale si bollavano i dipendenti pubblici (“insegnanti, magistrati e cancellieri, funzionari della regione o delle province, impiegati delle comunità montane, del catasto…”) come colpevoli di omessa solidarietà, se messa a confronto con le laute donazioni di “privati, associazioni di privati, società private” (di cui anche noi abbiamo peraltro parlato, anche se un po’ criticamente, qualche tempo fa). L’autore dell’articolo (autorevolmente firmato da Gabriele Capolino, ex presidente dell’European Business Press), più moderatamente di Briatore, propone di imporre sugli stipendi dei dipendenti pubblici (esclusi, quelli “del servizio sanitario e delle forze dell’ordine”) un prelievo forzoso del “5-10%” da versare direttamente “all’economia privata”.

Et voila, il gioco è fatto, così un gruzzolo di miliardi (tra i 5 e i 10 miliardi) scivolerebbe fuori dalle tasche non certo gonfie dei lavoratori della pubblica amministrazione, e arriverebbe “senza nessuna interposizione” in quelle della non meglio definita “economia privata”.

Va, bene, ci siamo detti. Briatore ha buttato un sasso e “Milano Finanza”, giornale che si rivolge ad un pubblico fatto da manager, operatori di borsa, broker finanziari, cerca di agitare le acque tra i suoi lettori.

Ma non è finita. In un crescendo di serietà e concretezza, due giorni dopo, una parlamentare della Repubblica, Barbara Masini, del gruppo senatoriale di Forza Italia, durante il dibattito sulla conversione in legge del Decreto “Cura Italia”, presenta un emendamento che, se approvato, avrebbe imposto alle retribuzioni pubbliche (che, sia detto per inciso, nella media ammontano a 28.547 euro annui lordi, corrispondenti a circa € 1.500 netti mensili, ma con molte retribuzioni sotto i € 1.200, dati ISTAT) un taglio crescente compreso tra il 3 e il 7% (a seconda delle fasce stipendiali) da canalizzare in un “contributo di solidarietà” nei confronti dei liberi professionisti impoveriti dalla crisi pandemica.

Poi l’emendamento è decaduto, assieme a numerosissimi altri, di fronte al “maxiemendamento” presentato dal governo per chiudere la discussione e convertire definitivamente in legge il decreto. Resta che, ancora una volta, buffoni, presunti economisti e politicanti, in una sintonia degna di miglior causa hanno cavalcato lo stantio refrain dei pubblici dipendenti come “mangiapane a tradimento”. E torneranno a farlo. Un tempo l’avrebbero fatto anche contro gli operatori sanitari. Oggi non se la sono sentita.