Quegli eroi dimenticati. E schiavizzati

di Fabrizio Burattini

Da una settimana a questa parte, con la “fase 2” non siamo più investiti dallo slogan #IoRestoACasa. Ma c’è una categoria di lavoratrici e lavoratori che non è mai “restata a casa”, innegabilmente “essenziali”, ma che, diversamente da quanto è accaduto riguardo agli operatori della sanità, non ha avuto nessun trattamento particolare da parte dei media né, tanto meno, da parte delle istituzioni, che poi significa nessuna particolare considerazione sociale generale. Si parla dei lavoratori e delle lavoratrici (soprattutto lavoratrici, spesso non più giovani, costrette al part-time, con salari che difficilmente consentono di arrivare alla fine del mese) della cosiddetta “grande distribuzione organizzata”, cioè di quei circa 400.000 addetti, distribuiti negli oltre 22.000 supermercati (grandissimi, grandi e piccoli), gestiti da centinaia di imprese, che movimentano un fatturato di più di 100 miliardi l’anno, una cifra che non risentirà affatto del rallentamento economico impresso dall’epidemia a molti altri settori ma che anzi sta registrando forti incrementi.

L’essenzialità del loro lavoro è stata consacrata fin dal primo DPCM, per ovvi motivi. L’approvvigionamento alimentare dei cittadini è altrettanto vitale quanto l’operatività dei servizi sanitari.

D’altra parte, a causa di una perversa interpretazione di questa “essenzialità”, oramai da molti anni queste lavoratrici e questi lavoratori sono stati sostanzialmente obbligati (anche con la complicità degli apparati sindacali) a lavorare spesso con orari strutturati h24 e 7/7, spesso Primo Maggio, Natale e Ferragosto compresi. Quasi appunto che la loro imprescindibilità fosse pari a quella degli ospedali e dei pronto soccorso.

Oggi, al fine di diradare le presenze dei clienti, con il DPCM del 10 aprile, gli orari sono stati prolungati d’ufficio dalle 7:30 alle 22 anche per quei supermercati che prima facevano l’apertura 8-20. Naturalmente senza nessun incremento di personale, ma sulla spalle dello stesso numero di addetti. Con l’inevitabile conseguenza di obbligare queste lavoratrici ad utilizzare dispendiosi mezzi di trasporto privato per ritornare a casa dopo le 22.

Anzi, in queste settimane, molti punti vendita registrano un numero abnorme di assenze, dovute a malattia, a volte a quarantena, spesso a congedi parentali per assistere i figli privati della frequenza scolastica. E queste assenze sono state supplite con lavoratrici e lavoratori interinali, ancora meno tutelati e meno preparati sulla normativa sulla sicurezza nei posti di lavoro, più ricattabili e “flessibili”. Ovviamente, nessuna delle organizzazioni sindacali “maggiormente rappresentative” ha neanche lontanamente ipotizzato di sviluppare un’azione per la riduzione degli orari di lavoro senza riduzione di salario.

I punti vendita e tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori hanno operato durante tutta la quarantena, correndo rischi di contagio e dovendo gestire complesse misure e inusuali dispositivi di prevenzione. E dovendo gestire anche le misure di contingentamento delle presenze. Per di più con dispositivi di protezione ancora più inadeguati di quelli usati nella sanità, perlomeno nei primi giorni. Anzi, occorre ricordare che nelle prime settimane dell’epidemia numerose direzioni aziendali vietavano l’uso delle mascherine, per non spaventare la clientela. Ed esposti all’inevitabile prolungato e ripetuto contatto con il pubblico, con clienti che, soprattutto per la prima fase andavano a far spesa anche senza le mascherine, all’epoca introvabili.

Per di più, le tabelle di rischio dell’Inail (ultima edizione aprile 2020) considerano “medio-basso” il rischio delle cassiere dei supermercati.

Accollandosi un doppio stress, quello proprio, dovuto ad un’organizzazione del lavoro in questi mesi più ansiogena che mai, e quello dei clienti, che durante la spesa, che spesso è l’unico momento di uscita dalla quarantena, sfogano le loro inquietudini represse.

Questa categoria, parallelamente all’impetuoso sviluppo della grande distribuzione, anche grazie alla connivenza delle direzioni sindacali confederali, è stata sottoposta ad un peggioramento inarrestabile delle proprie condizioni di lavoro e salariali. Mentre nei dépliant dei supermercati venivano reclamizzate “sensazionali” offerte straordinarie, le retribuzioni di commesse e magazzinieri venivano erose e strangolate. Consumatori contro lavoratrici e lavoratori, si diceva. In realtà i profitti delle multinazionali del commercio, impegnate a monopolizzare il settore, al di sopra dei diritti degli addetti. Aziende più che mai impegnate a tagliare i costi del personale e i costi per la sua tutela, umiliando spesso, con il ricatto del licenziamento, i rappresentanti per la sicurezza e sottomettendo con mezzi inconfessabili i medici aziendali.

Si ha notizia del fatto che in molti punti vendita sono vigilati l’entrata e l’afflusso dei clienti, che sono gli aspetti più in vista, in un sostanziale rispetto delle norme di prevenzione, mentre non si fa nessun controllo sull’attività sul retro,  l’approvvigionamento merci, l’arrivo dei camion non “sanificati”, lo scarico, l’immagazzinamento.

Si ha notizia anche di qualche momento conflittuale, come quello sviluppatosi a marzo in un punto vendita della LIDL di Genova nel quale la RLS e i dipendenti in servizio hanno rilevato alcune gravi omissioni nella predisposizione delle misure di sicurezza e hanno perciò proclamato una “sospensione momentanea” dell’attività in attesa che la direzione aziendale ottemperasse a quanto prescritto.

Oltre che la “tradizionale” categoria delle cassiere e dei magazzinieri, il mutamento dei comportamenti pubblici dovuto alla pandemia ha fatto emergere (anche quantitativamente) una nuova figura di lavoratrice/tore, finora utilizzato in un mercato molto di nicchia, cioè la/lo shopper, cioè l’addetto al prelevamento e alla consegna degli acquisti effettuati on line da un numero crescente di clienti. Si tratta di operatori molto simili ai rider, che per pochi spiccioli e senza alcuna tutela, sulla base delle istruzioni impartite da alcune applicazioni informatiche dedicate, consegnano la spesa a domicilio.

E non vanno dimenticate le lavoratrici delle pulizie dei supermercati, molto spesso dipendenti da cooperative o ditte esterne alla stessa azienda della grande distribuzione, sulle quali, senza alcuna preparazione preventiva e senza alcuna vera tutela, vengono fatti gravare i compiti della “sanificazione”, spesso senza neanche chiarire quali siano gli standard da rispettare.

Un mondo di eroi dimenticati. E schiavizzati.