Pianificazione democratica unica via. Una conversazione con Cédric Durand

(trad. di Francesco Munafò) – pubblicato in francese su: https://www.contretemps.eu/covid19-planification-democratique-durand/

Introduzione curata da contretemps.eu: Economista, membro del comitato di redazione di Contretemps ma soprattutto autore del libro Le capital fictif (2014) (Prairies ordinaires, 2014), Cédric Durand mostra il motivo per cui la situazione richieda l’introduzione di una pianificazione democratica, al contempo più che mai necessaria, dal momento in cui il mercato fallisce, e possibile, a causa dello sviluppo delle tecnologie d’informazione.

È a questa condizione che potremo non salvare l’economia (capitalista), ma impegnarci a costruire una società libera dalla dittatura del capitale, capace di soddisfare, e di discutere collettivamente, i bisogni fondamentali, non smettendo mai di affrontare la crisi ambientale.

Riproduciamo qui la conversazione realizzata da Romaric Godin, per conto di Mediapart, con Cédric Durand, per loro gentile concessione.

Il fallimento del mercato

Questa inedita crisi causata dal coronavirus pare mostrare in maniera eloquente i limiti della gestione della società da parte del mercato, e dunque la necessità di una pianificazione. Lei come analizza la situazione?

Cédric Durand: Nel corso dei decenni di neoliberalismo, il mercato è stato adornato di tutte le virtù possibili: efficienza nell’allocazione delle risorse, dinamismo della competizione, differenziazione dei prodotti di consumo. La crisi in atto fa apparire alla luce del sole che il mercato ha anche dei seri limiti.

In una situazione di emergenza, la coordinazione dell’attività da parte del prezzo è inadeguata. Il frazionamento del mercato è incapace di raggiungere degli obiettivi limitati ma ingenti: produrre delle mascherine, del gel idroalcolico, dei test di individuazione del virus, dei respiratori o la ripartizione dei lotti di medicinali. C’è un bisogno urgente di centralizzazione. La richiesta d’aiuto viene indirizzata al potere pubblico. Si tratta di una domanda di azione collettiva che trascende e si impone agli attori privati. Essa procede con una logica di priorità economica che contraddice la logica del tentativo, la quale contraddistingue il mercato.

Questo carattere relativamente sregolato del mercato è implementato dall’ angolo di visuale schiacciato sul breve termine, che lo rende incapace di tenere in considerazione i tempi lunghi. Non abbiamo dei reagenti per produrre i test perché la produzione di questi ultimi avviene in Asia. Ma perché questa produzione è stata delocalizzata? Perché le imprese hanno razionalizzato i costi e ottimizzato le loro filiere del valore.

Bisogna fare rapidamente economia per tenere testa alla pressione della concorrenza e per soddisfare le esigenze di rendimento dei mercati finanziari. Un comportamento del genere è efficace da un punto di vista statico, ma ha come controparte un’inefficacia dinamica. Catene d’approvvigionamento “just in time” [cioè mirate a produrre solo ciò che è stato venduto o che si prevede di vendere in tempi brevi, ndt], dispersione dei processi produttivi e debolezza delle riserve strategiche rendono il tessuto sociale e produttivo vulnerabile e intralciano la sua capacità di adattarsi in caso di modifiche improvvise del contesto. Oggi constatiamo che la robustezza esige delle ridondanze o, per dirlo in altri termini, che l’efficacia a breve termine equivale all’assenza di resilienza.

Infine, che la questione sia quella dell’emergenza o quella della resilienza, il problema che si pone è quello della centralizzazione della coordinazione economica. Nel neoliberismo, ai mercati finanziari è stata delegata la funzione di messa in coerenza degli svariati programmi perseguiti dalle imprese e dagli individui. Dunque, i mercati sono inadatti a pensare sul lungo periodo o a gestire uno shock. Di fronte all’incertezza radicale o a problemi che si affacciano in un orizzonte lontano, essi adottano un comportamento erratico: la loro cecità di fronte al cambiamento climatico fa sì che i mercati continuino a valorizzare riserve di idrocarburi non sfruttabili, così come i bruschi cambiamenti degli ultimi giorni manifestano l’incapacità di comprendere la crisi attuale.

Nella situazione in cui ci troviamo, il prisma della redditività che fa da bussola agli investitori non è certamente un buon punto di vista. D’altro canto, sarebbe ragionevole chiudere le borse piuttosto che lasciare che la loro instabilità degeneri in caos.

Lei chiede più Stato, ma ciò che emerge con più forza è che i poteri pubblici sono impreparati…

Dov’è il quartier generale della lotta alla pandemia? Quali sono gli organi che devono farsi carico di razionalizzare le risorse e di organizzarne la diffusione? Perché, in Francia, la partecipazione degli industriali avviene su base volontaristica e non prevede una requisizione? Ciò che rivela questa crisi è effettivamente l’indebolimento del potere pubblico.

I pasticci a cui assistiamo ai vertici dello Stato non sono solo i risultati dell’imperizia dell’équipe di governo. Decenni di austerità e di nuove gestioni pubbliche hanno ridotto la capacità dell’amministrazione pubblica di reagire e di servire con coscienza gli interessi fondamentali della popolazione.

Questa è al contempo una questione di risorse e di demoralizzazione. Maltrattati, mal remunerati, spesso non considerati, i funzionari e i salariati degli organismi para-pubblici sono stati privati delle possibilità di esercitare correttamente i loro compiti. Oggi ne paghiamo il prezzo in termini umani negli ospedali e nelle case di riposo, in cui assistiamo alla moltiplicazione di morti evitabili.

La situazione delle persone isolate e vulnerabili è anche molto preoccupante, a causa di servizi sociali sempre più fragili e dell’assottigliamento delle finanze delle municipalità locali. Ma questo è ugualmente vero per altre settori dell’amministrazione. Per esempio, l’ispettorato del lavoro che non ha i mezzi per assicurarsi che le condizioni dei salariati che continuano a lavorare siano buone.

Un po’ meno drammaticamente, certo, ma le fragilità del sistema educativo accumulate anno dopo anno vengono allo scoperto in questo periodo problematico. Dalla scuola all’università, l’investimento nella transizione digitale è stato insufficiente, e così non ci sono, almeno non del tutto, le condizioni di una migrazione pacifica verso programmi temporanei di didattica a distanza, e ciò ha messo le famiglie e i comitati pedagogici in situazioni assurde.

In breve, nello stesso tempo in cui essa rivela i limiti del mercato, la crisi da coronavirus mette in evidenza un bisogno urgente di servizio pubblico. Oggi lo si percepisce bene, il servizio pubblico è un bene comune. È la ciambella di salvataggio su cui chiunque può contare in qualsiasi circostanza, dal momento che appartiene a tutte e a tutti.

A questa tendenza al breve termine risponde dunque il bisogno di pianificazione. Tuttavia, molti continuano ad opporsi ad essa, con il pretesto che questa pianificazione della produzione sarebbe impossibile vista la complessità delle cose. Ma lei ha mostrato che abbiamo ormai gli strumenti tecnici per affrontare questa complessità…

La grande obiezione alla pianificazione e alla sua presunta inefficacia sta nella gestione dell’informazione. Questa è, in particolare, l’obiezione avanzata dal più grande pensatore neoliberale, Friedrich Hayek, per il quale il mercato è un meccanismo sociale che permette al contempo di rilevare l’informazione perduta e di trattarla: grazie ai segnali ricevuti gli agenti possono risolvere l’infinita complessità della realtà sociale e prendere decisioni.

A questa opinione neoliberale si oppongono delle ragioni pratiche e delle ragioni teoretiche. Anche se ciò sembra un po’ triviale, c’è bisogno prima di tutto di ricordare che la pianificazione funziona: non è il mercato che ha organizzato gli sforzi bellici degli Stati Uniti contro i nazisti, ma un’economia di guerra pianificata. In Francia, la ricostruzione e la ripresa dopo la Liberazione si sono basate su una pianificazione certamente indicativa, ma neanche così costrittiva, specialmente sotto l’influenza del pregiudizio della politica creditizia.

Nell’URSS staliniana, al prezzo di un’inaudita brutalizzazione sociale, la pianificazione ha permesso un’industrializzazione rapida. E ancora oggi, la pianificazione è tutt’altro che scomparsa: in Cina, la potente Commissione nazionale di sviluppo e di riforma (CNSR) continua a elaborare piani quinquiennali che giocano un ruolo preponderante nella guida dell’evoluzione socio-economica.

È comunque vero che a partire dalla fine degli anni Sessanta, nei paesi dell’Est i meccanismi di pianificazione integrale hanno dato dei segni di malfunzionamento sempre più visibili. Con la sofisticazione dei processi economici e delle attese sociali, i piani sono inciampati soprattutto su due ostacoli: l’assenza di democrazia e le limitate capacità di calcolo. L’assenza di democrazia ha condotto a uno sviluppo non equilibrato, a una dittatura sui bisogni, per riprendere l’espressione della filosofa Agnes Heller, in cui le domande del settore militare e industriale schiacciavano quelle della popolazione e soffocavano qualunque preoccupazione ecologica, tuttavia molto presente all’indomani della Rivoluzione Russa.

Il secondo limite riguarda l’informazione, cioè esattamente il punto in cui si situava l’obiezione di Hayek. Incapace di mobilitare le tecnologie dell’informazione, ancora balbuzienti, la versione burocratica della pianificazione è dunque sempre più pesante, estremamente cronofaga e soggetta a molti errori, ritardi e manipolazioni. In particolare, la gestione dell’incertezza era assai problematica: gli imprevisti tardavano a rientrare, provocando così degli squilibri cronici e degli sprechi massicci, che, come se i malfunzionamenti non bastassero, alimentavano circuiti paralleli.

Ma oggi non siamo più nella preistoria delle tecnologie dell’informazione! Oggi, la maggior parte degli scambi economici è raddoppiata da algoritmi automatici. L’essenziale dell’argomento relativo alla scarsità di informazione crolla. Sta di fatto che il settore privato ha intrapreso abbondantemente una forma di pianificazione. Amazon o Walmart trattano oggi quantità di dati-prodotti migliaia di volte maggiori rispetto al Gosplan sovietico. Queste multinazionali hanno i mezzi per calibrare in tempo reale i loro processi commerciali in funzione delle mutevoli condizioni di mercato. La questione fondamentale che si pone alla pianificazione contemporanea non è più quella dei limiti d’informazione ma quella della democratizzazione di un coordinamento algoritmico sempre più dominato da qualche impresa monopolistica.

Bisognerebbe dunque rinfacciare a Hayek che esiste un genere di conoscenza che il mercato ignora totalmente, ed è quella che nasce dai processi deliberativi. Per valutare rischi non di cui è difficile calcolare le probabilità, scegliere traiettorie ecologiche ed economiche comuni, decidere della qualità delle relazioni sociali, la sovranità individuale mediata dallo scambio mercantile non fornisce alcun soccorso. Non ci sono altre soluzioni che l’armonizzazione dei punti di vista da parte del confronto tra posizioni.

Per tornare all’attualità, è falsa l’idea per cui il modo di produzione è troppo complesso per realizzare una pianificazione capace di rispondere alle urgenze del momento. Esistono delle istanze di centralizzazione dell’informazione estremamente potenti nel settore privato. Google, ad esempio, ma non solo. Le grandi industrie automobilistiche, ma anche della grande distribuzione o dell’elettronica controllano dei sistemi di informazione che conferiscono loro uno sguardo panottico sull’attività e sulle giacenze di magazzino in differenti momenti della filiera del valore. In altre parole, se ci fosse la volontà politica, i poteri pubblici potrebbero servirsi di queste capacità e metterle al servizio delle priorità decise a livello centrale.

Quale pianificazione per l’avvenire?

In futuro questa necessità di pianificazione sembra destinata a imporsi, siccome, nello specifico, essa permette di gestire dei rischi che non possono essere presi dal mercato…

La crisi generata dall’epidemia di Covid-19 ci insegna nuovamente che bisogna sia saper pensare che reagire collettivamente, come comunità e anche come specie. L’imperativo non è a carattere individuale e non ha senso rimettersi alla razionalità dei consumatori. È un avvertimento. Dunque, non soltanto ci sarà bisogno di provvedere alla prevenzione e alla gestione dei rischi legati alla pandemia, ma pure di affrontare la fragilità delle nostre società. Una radicale presa di coscienza dell’importanza dei legami che ci uniscono e della nostra interdipendenza con la biosfera dovrebbe condurci a dare meno importanza al mercato.

Precisamente, quale tipo di pianificazione potrebbe rispondere a questa nuova situazione?

Il modello sovietico aveva dei problemi di democrazia interna e di adattamento delle forze produttive. Il modello di pianificazione francese era interessante siccome metteva in atto un processo deliberativo che permetteva di favorire il coordinamento dell’economia di mercato. Questo potrebbe essere un modello di transizione. Ma il punto su cui vorrei insistere è che la pianificazione del futuro dovrà essere necessariamente democratica. Pianificare, per un paese, per un territorio, è scegliere un destino comune. In altre parole, è un esercizio di alto valore democratico.

Bisogna ugualmente tenere presente che se pianificazione fa rima con centralizzazione essa deve anche sapersi adattare a forme di policentrismo: di fronte agli stessi problemi e agli stessi obiettivi, i territori dovranno poter sperimentare soluzioni diversificate. In Francia, il nucleare è un controesempio perfetto: lo sviluppo pianificato di questa industria ha condotto a una forma pericolosa di monocultura. La pianificazione nel XXI secolo consisterà dunque nell’apertura di un ecosistema dove le istituzioni permettano, attraverso la deliberazione, di decidere le priorità economiche, e proteggano differenti modi di produzione e di consumo. È un argomento su cui lavoriamo con dei colleghi sociologi e economisti da due anni, nel quadro di una serie di seminarii intitolati “Planifier les communs”.

… E la necessità dell’isolamento ci porta a ripensare il legame tra pianificazione e libertà. In ultima istanza, se noi oggi veniamo privati della libertà di movimento, la colpa è della pianificazione?

Sì, questa osservazione è molto pertinente. I liberali percepiscono sempre la libertà sotto forma di garanzie giuridiche e monetarie individuali, Ma oggi si capisce bene che la libertà riposa anche su delle garanzie collettive, e soprattutto su una sanità pubblica solida.

Il momento in cui siamo ci sta conducendo davvero a un cambiamento di modello economico?

Penso che stiamo vivendo un enorme shock ideologico. Per esempio, il 23 marzo l’economista e capo dell’OCDE, Laurence Boone, ha preso una posizione completamente imprevedibile durante un dibattito pubblicato sul Financial Times. Ha proposto che l’ “aumento delle spese pubbliche sia finanziato da un aumento permanente della massa monetaria, creata dalle banche centrali, che potrebbe così sostituirsi ai programmi finanziati in debito” e, inoltre, di insistere sul fatto che “questo approccio non deve suscitare la paura dell’inflazione finché la crescita resta inferiore al potenziale. Detto in altro modo, si tratta di darsi i mezzi finanziari per curare le piaghe sociali ed economiche della crisi attuale senza passare per i mercati né per un aumento del debito pubblico. Una dichiarazione del genere si scontra col dogma delle “finanze sane” che è finalizzato, in realtà, a garantire al settore privato il monopolio del finanziamento dell’economia. In altri termini, Boone sta cestinando l’idea della responsabilità del budget e il “fardello-del-debito-sui-nostri-figli” che è stato usato ad nauseam per giustificare le misure di austerità e razionare i servizi pubblici.

In fondo, una posizione del genere torna a dare ragione alla Modern Monetary Theory (MMT) che non ha smesso di insistere sul fatto che non ci sono delle costrizioni finanziarie alla prosperità, ma solamente delle costrizioni reali. Le risorse naturali, le competenze, i mezzi di produzione e, ovviamente, le persone disponibili per lavorare sono i soli veri limiti alla ricchezza collettiva.

Dunque, questa crisi rende visibili degli strumenti di politica economica che fin qui venivano scartati. Si capisce bene perché essa costituisca un’opportunità di girare definitivamente la pagina del neoliberismo. Ma non bisogna farsi alcuna illusione. Non si farà niente senza lotte sociali e politiche. Per il momento, attenendoci agli importi mobilitati, non possiamo far altro che constatare che il sostegno maggiore è ancora una volta concesso dalle banche centrali ai mercati finanziari, al settore bancario e alle grandi imprese.

L’obiettivo delle autorità resta il salvataggio dell’economia per come essa si presenta, secondo la sua struttura attuale. Struttura innanzi tutto inegualitaria, siccome la priorità va sempre alle aziende e agli investitori, con un intervento della cassa integrazione sempre ad essi subordinato e sempre insufficiente a coprire tutte le necessità. In seconda istanza, il salvataggio della struttura produttiva così com’è, siccome lo Stato si guarda bene dall’annunciare di voler pesare sulle scelte produttive.

Il peggio verrà quando si cercherà di seguire la via di un salvataggio uniforme dell’economia, un po’ come il post-2008 è stato una continuazione di quanto succedeva già prima, con i poteri pubblici che avevano portato avanti una politica finanziaria claudicante. Per essere chiari, sarebbe irresponsabile, ora che gli aerei sono inchiodati al suolo, voler ridare al trasporto aereo il posto che occupava prima della crisi. Idem per l’industria automobilistica, o per la produzione di pesticidi. Se la protezione dei salariati deve essere la priorità, subito dopo deve venire la questione della ristrutturazione dei settori dannosi dell’economia e di un piano di investimenti e di sviluppo in favore di quelli di cui comprendiamo oggi l’importanza vitale.

L’abbondanza di messi mostra che è possibile intervenire massivamente e deliberatamente in economia, e le azioni politiche da compiere urgentemente devono far sì che questa mobilitazione sia l’occasione di riorientare l’attività politica verso un nuovo modello di sviluppo fatto di servizi pubblici forti, di impieghi utili e di qualità, di ricollocazione delle attività e di politiche che preservino la biosfera. Insomma, la sfida di questa crisi non è salvare l’economia, ma pianificarne il cambiamento.