Confindustria getta la maschera

di Fabrizio Burattini

Una cosa è certa, tutto si può dire del neo presidente della Confindustria Carlo Bonomi, ma non che non parli chiaro. Forse il segnale che emerge di più, rispetto al suo predecessore Vincenzo Boccia, è proprio la volontà di mostrare che sotto la sua guida gli industriali italiani vogliono abbandonare ogni ipotesi di subalternità ad un quadro politico in degrado, segnato dalla fragilità di tutte le proposte partitiche in campo.

Nella sua intervista pubblicata sul Corriere della Sera di oggi 4 maggio, Bonomi chiarisce che per lui (e quindi per quella larga maggioranza di industriali che lo hanno voluto alla presidenza) non si tratta più di collocare i bisogni delle imprese all’interno di una lista di esigenze “per il paese”, ma di far coincidere ciò che le imprese esigono con la politica economica che si vuole che il governo attui.

Basta con la “distribuzione di denaro a pioggia, un po’ di soldi a ciascuna categoria sociale”. Denaro “preso a prestito”: dice il presidente, riferendosi esplicitamente agli ammortizzatori sociali che il governo non ha potuto non rifinanziare. 

Cassa integrazione, indennità di disoccupazione, Tutto denaro sprecato secondo lui, tutto denaro che sarebbe dovuto andare in “liquidità immediata” per le imprese, in “sblocco di tutte le opere pubbliche” (evidentemente in deroga ad ogni strumento di controllo sull’utilizzo dei subappalti e sull’impatto ambientale di quelle opere), in “incentivi” alle industrie, in “detrazioni d’imposta” e in “decontribuzioni”.

Dunque, le pretese di Confindustria, che, lo sappiamo, sa come far concretizzare in sostanza i desideri degli imprenditori, sono di utilizzare tutti i soldi disponibili, quelli che ci concederà l’Europa e quelli che lo stato potrà risparmiare con un uso meno generoso degli ammortizzatori sociali, di utilizzarli a favore delle aziende.

E di distribuirle, lì sì, a pioggia. Dunque non prestandoli, seppure ad un tasso molto basso, ma concedendoli “a fondo perduto” e, Bonomi ci tiene a sottolinearlo, senza che questo voglia dire il “ritorno dello stato imprenditore”. Dunque, fondo perduto vuol dire soldi all’azienda, ma senza nessuna pretesa di rimettere neanche minimamente in discussione la sua titolarità.

E, quando la intervistatrice del Corriere, Rita Querzè, una delle responsabili della redazione economico-sindacale, chiede timidamente conto a Bonomi di come si dovrebbe affrontare il “dramma della povertà” che coinvolge milioni di persone ridotte sul lastrico, Bonomi semplicemente non risponde. Per lui il problema è un altro; le imprese, ora che possono riaprire, debbono sostenere costi di produzione più alti, a causa delle misure di sicurezza più stringenti che l’epidemia ha imposto, a causa della crescita delle spese per la logistica, una produttività più bassa determinata dal distanziamento sociale. Questo, per Bonomi significa, la necessità che lo stato sostenga (più di quanto non sia già realtà) la possibilità di derogare in peius contratti e leggi, cioè far accettare ai sindacati disposizioni di deregolamentazione normativa e salariale. Sostanzialmente destrutturare ancora di più i contratti nazionali. 

Il capo della Confindustria denuncia la “pretesa” del  rinnovo contrattuale nel settore dell’industria alimentare, settore giustamente ritenuto “essenziale” ma abbandonato da sempre al lavoro nero e stagionale, al caporalato, a salari di fame. Su queste affermazioni di Bonomi non possiamo che condividere le considerazioni che fa Marta Fana su Fanpage.

Bonomi si spinge perfino a chiedere una deroga all’articolo 2087 del Codice civile che affida all’impresa la tutela della salute e della sicurezza dei dipendenti, paventando che nei prossimi mesi si produca un “folle” contenzioso per dipendenti che accusino di aver contratto il virus nell’ambito dell’azienda.

Purtroppo non sembra affatto che i gruppi dirigenti dei grandi sindacati confederali (a partire da quello della CGIL) si pongano all’altezza dell’offensiva scatenata da Bonomi. Su questo non possiamo che rimandare al recentissimo articolo di Antonio Moscato.

Bonomi ha l’impudenza di affermare che “ora inizia la stagione dei doveri e dei sacrifici per tutti”. Quali siano i sacrifici che siamo chiamati a fare le lavoratrici e i lavoratori lo sanno bene, perché i sacrifici li stanno facendo da anni, anche per responsabilità delle organizzazioni sindacali che hanno avallato decenni di moderazione sindacale e di riduzione dei diritti. Quali siano i sacrifici che sarebbero disposti a fare i padroni lo possiamo constatare dalla spudoratezza delle loro pretese.

Bonomi, con le sue esternazioni, è anche alla ricerca di supporter politici, certamente nella destra, molto legata ai padroncini del NordEst che hanno sostenuto a gran voce la sua candidatura a presidente, ma sa che può trovarne anche in alcuni settori della maggioranza. 

Non a caso Matteo Renzi, in un’intervista concessa ieri al Giornale di Brescia al fine di scusarsi per le improvvide battute sui morti della Lombardia, alla domanda su che cosa deve fare il governo risponde solo: “Correre, correre, correre, sulla liquidità per le aziende, sulle riaperture, sui soldi a fondo perduto…”.