Eccellenza lombarda? No, ricetta per il disastro!

di Fabrizio Burattini

Ieri, come se fosse una grande rivelazione, campeggiava su tutti i giornali la notizia che già tutti sapevano: “Nel Bergamasco (e, con tutta probabilità, in tutta la Lombardia) i morti per coronavirus sono molti di più di quelli ufficialmente censiti”.

Le statistiche ci evidenziano che il dato dei decessi in quella provincia risulta circa quadruplicato rispetto alla serie storica degli ultimi anni. Ed è lapalissiano che questo incremento parossistico non può che essere attribuito alla pandemia in corso che ha colpito in modo particolarmente virulento quella zona e un po’ tutta la regione.

Questo ci rivela, però, anche un’altra realtà: che la impreparazione della sanità in Italia, e in particolare in Lombardia, è stata più che clamorosa.

Ci hanno detto “restate a casa” perché così rallentiamo la velocità di diffusione del virus e evitiamo di intasare le poche postazioni di terapia intensiva di cui disponiamo. Quanto emerge ci confessa platealmente che neanche il lockdown (e la sua attuazione colpevolmente tardiva e incompleta) è riuscito ad evitare che migliaia di cittadine e cittadini lombardi non fossero assistiti adeguatamente e che fossero lasciati morire nelle loro case senza alcun intervento del servizio sanitario.

E sì che da tanti (e non solo a destra) il sistema sanitario regionale lombardo venisse descritto come il più efficiente del paese. Non possiamo dimenticare come, nel corso della recente campagna elettorale per la regione Emilia-Romagna, l’efficienza della sanità di quella regione fosse messa in discussione da Salvini sventolando i “magnifici risultati” di quella diretta dal suo compare Fontana. E non possiamo neanche dimenticare di come il candidato del centrosinistra Bonaccini, per tutta risposta, esibiva i frutti della sua azione di efficientamento e di privatizzazione di quella emiliana, in una gara a chi aveva aziendalizzato di più.

E’ comunque certo che in Lombardia, nonostante il “privilegio” di aver avuto i primi segnali dell’epidemia a Codogno, non è stata messa in atto nessuna strategia preventiva, amplificando i ritardi del livello nazionale. Ci si è continuati a muovere sulla base di un numero di contagiati ufficiale del tutto inattendibile e abissalmente minore alla realtà, con una propagazione del virus incontrollata e stimolata dalla propaganda del Lombardia “must go on”.

Non ripeteremo qui le cifre dei tagli e delle privatizzazioni proprie del modello lombardo. Non temiamo però di affermare che se la sanità italiana si è presentata del tutto impreparata a questo appuntamento (non del tutto inatteso, occorre dire…) con le armi della prevenzione completamente spuntate e abbassate, quella lombarda ha fatto spettacolare fallimento. Chi ricorda più il proverbio popolare “prevenire è meglio che curare” che divenne lo slogan con cui venne propagandata oltre 40 anni fa la riforma del sistema sanitario nazionale?

Oggi la débacle della sanità lombarda viene utilizzata dal PD per cercare di controbattere la stucchevole demagogia salviniana. I sindaci PD di sette capoluoghi di provincia di quella regione (Bergamo, Brescia, Cremona, Lecco, Mantova, Milano e Varese) chiedono conto a Fontana e al suo assessore Gallera sulla carenza di mascherine, sulla fallimentare scelta di limitare i tamponi e sulla scelta di non utilizzare i test sierologici, dimenticando che gli stessi sindaci (unitamente ai loro colleghi leghisti degli altri capoluoghi) hanno fino a ieri condiviso con l’amministrazione regionale tutte le scelte di fondo.