Nei settori essenziali, il lavoro è trattato come merce deperibile

di Fabrizio Burattini

Nei giorni scorsi abbiamo fatto una analisi attenta della lista di attività che il governo ha ritenuto di non chiudere perché ritenute “non essenziali”. Abbiamo denunciato le pressioni delle associazioni padronali e l’atteggiamento non rigoroso delle direzioni sindacali. Ma stavolta non intendiamo mettere in discussione la reale o presunta imprescindibilità di questa o quella produzione.
Certamente sono essenziali tutte le attività sanitarie, le coltivazioni agricole e gli allevamenti, la pesca, la grande distribuzione alimentare, la logistica del magazzinaggio e del trasporto, il pulimento… Essenziali. Con quale solerzia la Confindustria e le altre associazioni padronali hanno sottolineato la necessità di salvaguardare questi settori… e con quale puntualità il governo ha elencato le attività “essenziali”.
Ma se guardiamo un po’ più dall’interno queste attività, dovremmo chiederci: ma come mai, in settori ritenuti così essenziali da dover essere mantenuti in funzione anche in una emergenza come quella che si sta vivendo, si è lasciato e si lascia che il lavoro sia trattato come viene trattato?
Come mai nell’agricoltura si lascia che migliaia di lavoratrici e di lavoratori, spessissimo migranti, africani in Calabria e in Puglia e in tante altre regioni, indiani o sikh, nell’Agro pontino, nella pianura padana, ma anche italiane o italiani, siano abbandonati preda di un ignobile caporalato, ammassati in bidonville, retribuiti con pochi euro al giorno? Cosa che avviene anche negli allevamenti e nell’acquacoltura.
Come mai nella logistica si è lasciata mano libera a innumerevoli “cooperative” che sono vere e proprie agenzie di intermediazione di manodopera, che si creano e spariscono come neve al sole quando si tratta di corrispondere la giusta retribuzione ai facchini?
Come mai nella grande distribuzione dei supermercati si è lasciato attecchire un sistema che da anni impone a migliaia di lavoratrici (ma anche a lavoratori maschi) un’organizzazione del lavoro basata sul part time, su ritmi stressanti, su un controllo aziendale semischiavistico? Così come nelle ditte di pulizia.
E come mai, nel corso di decenni, lo stesso personale del sistema sanitario è stato sottoposto a processi perversi di esternalizzazione (verso finte cooperative), di blocco del turn over, di una sistematica riduzione del personale, sia dei medici, sia degli infermieri, sia del personale di supporto, tale da mettere il personale residuo in una situazione pressoché ingestibile.
Tra le attività essenziali, come ciliegia sulla torta, la Confindustria ha preteso che fossero inserite anche le agenzie di lavoro interinale (oggi “lavoro somministrato”, introdotte in Italia dal primo governo Prodi nel 1997 con il “pacchetto Treu”, cioè le fabbriche di lavoro precario, le agenzie di caporalato. E’ tutto dire…