La classe padronale è parassitaria e irrazionale. Solo la classe lavoratrice può gestire la società a beneficio di tutte/i

di Fabrizio Burattini

Meglio tardi che mai. Dopo due settimane quasi di tentennamenti, di dichiarazioni cerchiobottiste dei principali partiti di maggioranza, di ricatti confindustriali, di dichiarazioni demagogiche dei leader della destra, di iniziative in ordine sparso di presidenti di regioni e di sindaci, ma soprattutto dopo due settimane di scioperi diffusi in tutto il paese, di aziende chiuse per l’indisponibilità delle lavoratrici e dei lavoratori di entrare in fabbrica senza alcun dispositivo di protezione, in ambienti già abitualmente insalubri, accalcati sulle linee di produzione, perfino in fabbriche nelle quali era stata accertata la presenza di individui positivi al coronavirus, scioperi che vergognosamente il capo degli industriali lombardi era giunto a definire “irresponsabili”, dopo che anche i leader dei sindacati confederali con una timida lettera erano arrivati ad implorare lo stop, quegli stessi dirigenti sindacali che solo una settimana prima avevano stipulato con Conte e con le associazioni padronali un protocollo che consentiva la prosecuzione di tutte le attività, dopo giornate nelle quali il numero degli infettati e soprattutto dei morti era cresciuto in una maniera esponenziale che nessuno avrebbe potuto, senza cadere nel grottesco, attribuire all’insensatezza di coloro che vanno a passare un’oretta correndo in un giardino pubblico, dopo gli innumerevoli appelli di intellettuali, medici, associazioni di cittadine e cittadini, finalmente ieri sera il governo giallo (“rosso”) ha decretato la sua resa e ha imposto il fermo a tutte le attività “non essenziali” da domani lunedì 23 fino a venerdì 3 aprile.
Vedremo, non appena sarà divulgato (nelle prossime ore) un elenco dettagliato delle attività ancora consentite, di misurare quanto questo decreto sarà stato coraggioso. Dalle prime indiscrezioni si sa che verranno consentite oltre che ovviamente le attività sanitarie, le produzioni farmaceutiche ed alimentari, ma anche la produzione di plastica, chimiche, petrolifere, elettriche e idrauliche, e i trasporti.
E’ difficile quantificare l’impatto di questa misura, seppure tardiva. Secondo i calcoli della Cgil di Milano, evidentemente e inevitabilmente approssimativi, del milione e 460.000 lavoratrici e lavoratori abitualmente attivi nell’area metropolitana meneghina, già 400.000 sarebbero stati fermati dai decreti delle scorse settimane e circa altri 150.000 sarebbero a casa in smart working. Togliendo i 600.000 che dovrebbero continuare a lavorare perché impegnati in attività “essenziali”, le lavoratrici e i lavoratori interessati dal nuovo stop di ieri nel milanese sarebbero circa 300.000. Sembra dunque ancora una misura non adeguatamente radicale.
Sarà sufficiente a invertire la tendenza della crescita del contagio e delle vittime?
La risposta la conosceremo solo nelle prossime settimane. Non solo dai numeri che vedremo nei bollettini sanitari quotidiani, ma anche nelle testimonianze che ci arriveranno dai posti di lavoro residui e da quello che vi succederà.
Non è ancora chiaro (al momento in cui scriviamo il decreto non è ancora stato pubblicato e possiamo solo basarci sulle dichiarazioni del presidente del consiglio) se anche le lavoratrici e i lavoratori interessati da questa misura saranno posti a tappeto in cassa integrazione. E, soprattutto, non sappiamo come sarà controllato il rispetto delle misure di prevenzione (aggiornamento dei documenti di valutazione dei rischi, mascherine, guanti, distanze di sicurezza, ecc.) nelle aziende ancora attive e quali sanzioni verranno comminate ai datori di lavoro che non le rispetteranno scrupolosamente.
Resta l’immagine di una società che, tanto più in una contingenza come quella presente, aveva scelto di girare in senso contrario a quello razionalmente auspicabile, di produrre anche beni superflui o comunque non immediatamente necessari ma certamente redditizi, come automobili, edifici, perfino armi. Abbiamo detto “la società aveva scelto”. L’avevano scelto in realtà coloro che gestiscono le sedi decisionali della società, dimostrando una volta di più a quali interessi sono asserviti.
Una società gestita dalle lavoratrici e dai lavoratori avrebbe scelto già da tempo ben diversamente, con risultati ben diversi.
I bollettini sanitari ce lo avrebbero detto.