Incontro Conte-Confindustria-sindacati: un’ignobile commedia

di Antonello Zecca

Non siamo carne da macello! È con questo hashtag che le operaie e gli operai di numerosi stabilimenti dal Nord al Sud del paese hanno accolto le misure restrittive assunte dal governo Conte per fermare la diffusione dell’epidemia da Covid19, che ormai ha quasi i 13000 infetti nel paese.

Dalla Electrolux di Susegana alla Pasotti di Brescia, dalla GKN di Campi Bisenzio alla Piaggio di Pontedera, dalla Avio di Pomigliano d’Arco alla Fincantieri di Palermo, senza contare le pressioni e le proteste alle bergamasche Dalmine e Same, chiuse grazie alla forza dei lavoratori nei due stabilimenti in una zona particolarmente colpita dal contagio, le lavoratrici e i lavoratori hanno scioperato contro la decisione del governo di non includere nelle misure di contenimento dell’infezione anche le attività produttive non immediatamente necessarie (il settore alimentare e quello farmaceutico sono invece attività necessarie, per intenderci).

Infatti, secondo i padroni la produzione di automobili, lavatrici e… armi (!) può continuare tranquillamente mentre milioni di lavoratrici e lavoratori devono recarsi presso i propri luoghi di lavoro in mezzi pubblici strapieni e senza ovviamente poter rispettare il distanziamento sociale prescritto anche dalle autorità sanitarie come necessario al contenimento dell’infezione. Senza contare che le fabbriche e gli uffici spesso non sono attrezzati per garantire condizioni minime di sicurezza a chi lavora.

Non sono stati gli appelli più o meno accorati, né la “la buona volontà” degli industriali a spingere il governo Conte, questa mattina, a convocare un incontro urgente in teleconferenza tra rappresentanti di Confindustria e rappresentanti sindacali per discutere della “messa in sicurezza” dei luoghi di lavoro. Né è stata l’azione di sindacati confederali che, fino a ieri, si erano limitati a inoltrare “raccomandazioni” a padroni e governo per sanificare i luoghi di lavoro e distribuire il materiale per la sicurezza di lavoratrici e lavoratori. Sono stati gli scioperi spontanei, è stata la lotta, è stata l’autorganizzazione operaia ad aver obbligato il Presidente del Consiglio ad organizzare questo incontro.

Solo oggi, Maurizio Landini, segretario generale della CGIL, il più grande sindacato italiano, si è spinto a dire che la salute di chi lavora viene prima dei profitti (uno slogan decisamente radicale, non c’è che dire, e decisamente inconsueto per il numero uno della CGIL), ma lo ha fatto quando già le azioni di lotta spontanee avevano messo sul piatto il dibattito sulla salute delle lavoratrici e dei lavoratori.

Mentre scriviamo il Presidente Conte, al termine della conferenza di questa mattina ha dichiarato che saranno garantite le condizioni di sicurezza per lavoratrici e lavoratori (!), con la distribuzione di “kit gratuiti della sicurezza”. Stasera la firma del protocollo. Peccato però che la richiesta di sanificazione e dotazione di mascherine e gel disinfettanti non è più sufficiente e arriva fuori tempo massimo. Soprattutto nelle zone più duramente colpite dall’infezione, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, le attività produttive non immediatamente necessarie vanno temporaneamente chiuse! Ad ogni modo, anche questo risultato minimo è però frutto della lotta operaia.

Ad ogni modo, la richiesta principale delle operaie e degli operai di fermare le produzioni non necessarie è caduta nel vuoto. I sindacati confederali, compresa la FIOM-CGIL (federazione dei metalmeccanici), hanno sostanzialmente accettato l’impianto governativo-padronale, dichiarando che nelle aziende a norma lavoreranno, in quelle non a norma continueranno gli scioperi. Insomma, le burocrazie sindacali proprio non ce la fanno a mettere in piedi un po’ di sano conflitto… Ammesso e non concesso che il protocollo sia verificabile in tutte le grandi aziende sindacalizzate (e questo non è neanche certo), che ne sarà di tutte le piccole aziende non sindacalizzate o scarsamente sindacalizzate (la grande maggioranza in un paese come l’Italia) e in quelle in appalto?

Il governo ha dunque dimostrato di non avere a cuore la salute di chi lavora e sostiene tra l’altro l’intera economia del paese, e ha dimostrato di avere più a cuore il portafoglio di Confindustria che il benessere di milioni di operaie e di operai. Oltretutto, in una situazione drammatica in cui il tasso di letalità è più alto in Italia, seconda solo alla Cina, con un quinto dei decessi mondiali, e con una diffusione che ha colpito le zone più industrializzate del paese e con un numero ancora imprecisato di asintomatici che possono diffondere il virus, questa ostinazione a non voler chiudere ha tratti addirittura criminali.

Gli industriali hanno reso noto che non intendono interrompere le produzioni non necessarie perché in tal modo perderebbero sia quote di mercato rispetto ai competitor europei sia la propria posizione nelle filiere globali di valore, che non sarebbero più recuperabili. Tutto ciò accade nonostante il fatto che un contagio di massa tra operaie e operai colpirebbe gli stessi interessi degli industriali, che a quel punto avrebbero difficoltà di mandare avanti la produzione, senza contare la pressione che questo atteggiamento irresponsabile produrrà su un sistema sanitario già stremato da decenni di tagli, sia alle risorse che al personale. Anche questa è una manifestazione della follia e dell’irrazionalità del sistema capitalistico, che per sopravvivere deve sprofondare sempre più la società intera nel caos e nella barbarie.

Fermare tutte le produzioni non necessarie resta la parola d’ordine improrogabile, perché le operaie e gli operai non sono carne da macello a beneficio del profitto!

#Lenostrevitevalgonopiudeiloroprofitti