Autonomi o subordinati? La lotta dei rider e le nuove forme di precarietà nel lavoro digitale

di Stefano Valerio

Alla fine ce l’hanno fatta. Ci sono voluti tre anni e tre sentenze per arrivare a concludere che i fattorini impiegati dalle piattaforme digitali nel settore della consegna del cibo a domicilio, ormai noti a tutti come riders, sono lavoratori subordinati, con tutto quel che ne consegue dal punto di vista delle tutele, dei diritti e delle libertà sindacali.

Ma procediamo con ordine. In questi anni si è assistito a una vera e propria esplosione di quella che è stata inizialmente definita sharing economy. Nuove imprese e piattaforme digitali come Uber e Airbnb hanno sconvolto l’economia dei centri urbani con la promessa di fornire servizi innovativi a prezzi bassi e competitivi, propagandando l’idea che bastasse possedere una casa o un’automobile per poter avere accesso a opportunità di reddito un tempo precluse. Non solo, ma la “condivisione” di questi beni con gli utenti dei servizi offerti dalle piattaforme digitali avrebbe aperto spazi per la riduzione degli sprechi di risorse, facendo anche del bene all’ambiente. Via dunque le vecchie regolazioni ereditate dal passato, spazio a una nuova economia fondata sulla collaborazione, in cui è possibile diventare imprenditori di se stessi, purché naturalmente si abbia a disposizione una qualche risorsa da mettere a disposizione in questi nuovi mercati: una casa, appunto, o un’automobile, o al limite del tempo libero e una bicicletta con cui pedalare nella giungla della metropoli per consegnare un pasto a domicilio.

In questo quadro, si è iniziato a sostenere che i fattorini impiegati dalle piattaforme di food delivery come Foodora, Just Eat o Deliveroo non siano dei veri e propri lavoratori, ma semplicemente persone che impiegano il proprio tempo in maniera più o meno redditizia dedicandosi a un hobby. Al massimo si tratterebbe di lavoratori autonomi, che sfruttano le opportunità economiche aperte dalle piattaforme digitali per guadagnare qualche euro in più.

Contro questa retorica, un gruppo di riders torinesi che lavoravano per Foodora ha deciso nel 2017 di agire in giudizio, chiedendo che i fattorini venissero riconosciuti come lavoratori subordinati che hanno diritto alla retribuzione stabilita nei contratti collettivi nazionali dei settori più simili a quello della consegna a domicilio, oltre naturalmente alle tutele in caso di licenziamento e agli istituti contrattuali legati a ferie, malattie e contributi pensionistici.

Nel 2018, la prima doccia fredda: il tribunale di Torino rigetta tutte le richieste dei riders, dichiarandoli lavoratori autonomi sostanzialmente privi di diritti. Nel 2019, con la sentenza d’appello, una prima parziale vittoria: i fattorini non sono né lavoratori autonomi né lavoratori subordinati, ma tecnicamente lavoratori “etero-organizzati” a cui spetta la maggior parte delle tutele previste per i lavoratori dipendenti, dal salario diretto e differito alla retribuzione delle ferie e dei periodi di malattia, escludendo però la protezione in caso di licenziamento. Infine, con la pronuncia della Cassazione dello scorso 24 gennaio, è arrivata una vittoria piena: i riders sono a tutti gli effetti lavoratori subordinati, anche perché – come dicono i giudici – bisogna tutelare “una posizione lavorativa più debole, per l’evidente asimmetria tra committente e lavoratore”.

Sembra quasi di leggere Marx: è vero che lavoratore e datore di lavoro “fanno il loro contratto da persone libere, uguali giuridicamente”, ma – se si guarda bene – “l’antico possessore di denaro s’avvia avanti come capitalista, il possessore di forza lavorativa gli vien dietro come suo lavoratore”. In altri termini, la piattaforma, che possiede la tecnologia e l’algoritmo necessari per l’assegnazione degli ordini, la determinazione del tempo massimo di consegna e di conseguenza la velocità a cui pedalare, non può che essere considerata come il capitalista, mentre il rider – in quanto possessore di una semplice bicicletta e della propria forza lavorativa – altro non è che il suo lavoratore.

Tutto bene dunque? Giustizia è fatta? Non proprio. Mentre i giudici torinesi si esprimevano sulla questione, la politica ha provato a dire la sua. Ai tempi del governo gialloverde, l’allora Ministro del Lavoro Di Maio aveva promesso che nel Decreto Dignità il problema dei riders avrebbe trovato una soluzione definitiva, riconoscendo per legge i fattorini come lavoratori subordinati. Sappiamo tutti com’è andata a finire, e cioè in un sostanziale nulla di fatto. Il nuovo governo è tornato sulla questione e con la legge 128/2019 ha introdotto l’obbligo di assicurazione contro gli infortuni, il divieto di retribuzione a cottimo e il riconoscimento di una paga oraria così come prevista dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative. Dov’è però il problema? Come ha ben spiegato Nicola Quondamatteo sulle colonne di Jacobin, siamo ancora lontani dal riconoscimento pieno delle tutele associate ai lavoratori subordinati. In più, c’è il rischio di produrre una frattura tra i lavoratori cosiddetti “continuativi”, che verranno trattati come “etero-organizzati”, ed i lavoratori occasionali, che potranno godere soltanto di alcuni diritti di base come quelli appena ricordati.

La lotta dei riders insegna che mai come in questa fase storica i lavoratori non possono contare sull’appoggio di governi più o meno amici. Sembra necessario invece tornare a mettersi insieme, per provare a spezzare le linee di divisione che costantemente il capitale tende a tracciare all’interno del fronte del lavoro. Come si è fatto a Bologna, dove è nata un’esperienza di sindacato informale che, attraverso la tessitura di un’ampia rete di alleanze sociali, ha costretto alcune piattaforme a sedersi al tavolo delle trattative per firmare la “Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano”, un vero e proprio contratto metropolitano che per la prima volta ha consentito ai fattorini di avere diritto a una retribuzione minima oraria fissa. È solo un esempio, peraltro indebolito dal fatto che le principali piattaforme della consegna di cibo a domicilio hanno deciso di non sedersi al tavolo, nella convinzione di non voler nemmeno riconoscere la controparte dei lavoratori. E tuttavia, non può che essere l’inizio di un cammino verso la riappropriazione di diritti che ormai sembra non si possano nemmeno più dare per scontati.