Dalla patrimoniale al cuneo fiscale. Come accontentarsi in pochi mesi rinunciando alla lotta

di Eliana Como

Ad aprile del 2019, in pieno governo giallo-verde, quando ancora non si immaginava che la maggioranza a Palazzo Chigi sarebbe cambiata di lì a pochi mesi, il segretario della Cgil, da poco eletto, riempì per qualche giorno le pagine dei giornali, contestando la paventata flat-tax, sfatando il tabù della patrimoniale e rivendicando a fuoco e fulmini la necessità di rivedere il sistema di tassazione, abbassando le tasse alle fasce medio-basse e aumentandole alla rendita e al capitale. Fossi stata un po’ più disincantata, magari ci avrei creduto…
E’ passato meno di un anno e la maggioranza che ha scritto e approvato la legge di Bilancio, come è noto, non è più la stessa. In finanziaria non si è discusso di flat-tax, ma tanto meno di patrimoniale. E degli annunci roboanti della Cgil rimane un volantino che accoglie con entusiasmo il taglio del cuneo fiscale con il titolo surreale “la lotta paga”.
Andiamo con ordine.
Per il cuneo fiscale, la legge di Bilancio ha stanziato per il 2020 tre miliardi di euro. Se andrà in porto (il dubbio è lecito, visto che partirà da luglio e ad oggi non ci sono né i provvedimenti attuativi né le relative coperture finanziarie), questa misura comporterà una riduzione delle tasse sul lavoro dipendente per 16 milioni e mezzo di lavoratori e lavoratrici, quelli, cioè, che guadagnano fino a 40mila euro lordi all’anno. È una novità soltanto per una parte di questi, circa 4 milioni. Per la maggior parte, si tratterà infatti di una rimodulazione degli 80 euro del bonus Renzi (che aumenteranno, in ogni caso, a 100 euro mensili).
Ecco a come funzionerà più in dettaglio:
– chi già riceveva, in tutto o in parte, gli 80 euro di Renzi (da 8.200 a 24.600), li vedrà soltanto aumentare a 100;
– verranno invece estesi a chi fino ad oggi non li prendeva perché aveva un reddito annuo più alto (100 euro andranno anche a chi guadagna tra i 24.600 e i 28mila. 80 euro, invece, tra i 28mila e i 35mila e via via a azzerarsi fino a 40mila);
– ne resterà escluso, come per il bonus Renzi, chi ha redditi inferiori e, soprattutto, le pensionate e i pensionati, per i quali la finanziaria conferma sostanzialmente anche il blocco delle rivalutazioni annue.
Ora, ben venga. C’è un problema salariale talmente grande nel paese, che è evidente che una misura di questo tipo sarà ben accolta dai lavoratori e dalle lavoratrici che ne beneficeranno. Bisognerebbe però essere più prudenti nel presentarla, perché sarà pure un passo avanti e sarà pur vero che la precedente maggioranza di governo avrebbe probabilmente imposto la flat tax e ridotto quindi le tasse nelle fasce medio-alte, ma siamo distanti anni luce da quella patrimoniale che giustamente si rivendicava ad aprile.
Non è questione di massimalismo o di non capire l’importanza che possono avere anche piccoli benefici, sia chiaro. Anche per rispetto a chi non aveva il bonus Renzi e si ritroverà 100 euro in più sul netto in busta paga. Però sarebbe davvero meglio evitare tanto entusiasmo. Primo perché il governo non ha certo bisogno del sindacato per farsi propaganda. Secondo perché non è vero che la lotta ha pagato. Per la ragione banale che non c’é stata nessuna vera lotta. Una manifestazione di sabato contro il precedente governo (9 febbraio), qualche assemblea unitaria di quadri sindacali e tre giornate a dicembre, sempre unitarie, con presidi in piazza Santi Apostoli a Roma, durante la settimana e senza sciopero, partecipate perlopiù dai gruppi dirigenti di Cgil Cisl Uil. Oggettimente un po’ pochino per sperare che la lotta pagasse. E ben poco rispetto a quelli che, con il precedente governo, sembravano gli obiettivi, cioè la patrimoniale.
Il cuneo fiscale sembra piuttosto una concessione del governo e del tutto in continuità con gli 80 euro del bonus Renzi (per inciso: Renzi sbaglia a richiamare Landini alla coerenza, perché avrebbe criticato gli 80 euro allora e lodato il cuneo fiscale ora. Siamo onesti, Landini aveva accolto a braccia aperte anche il bonus Renzi, salvo poi accorgersi di aver sbagliato: < Mi pare una novità, una innovazione assoluta. Io da sindacalista non sono mai riuscito ad ottenere un aumento di 80 euro in una volta sola >).
E, in ogni caso, il cuneo fiscale non basta certo a far dimenticare tutti gli altri nodi dolenti della finanziaria, quelli per cui il sindacato avrebbe dovuto mobilitarsi davvero: a partire dalla totale assenza di risorse per le pensioni, per gli investimenti pubblici e per i contratti di scuola e settore pubblico.
Oltre a essere una misura parziale e non certa, peraltro, non è diversa da qualsiasi altra politica propagandistica o elettoralista che dir si voglia. Cioè è finanziata in deficit, così che a fronte dell’annuncio della riduzione delle tasse oggi, si dovranno trovare le risorse domani per compensare la riduzione di entrate. Cosa che di solito avviene con nuovi tagli allo stato sociale, quelli che di nuovo pagheranno soprattutto i lavoratori e le lavoratrici.
Ancora più incomprensibile è presentare il taglio del cuneo fiscale ai lavoratori come fosse un “aumento dei salari”. Le tasse sul lavoro dipendente dovrebbero essere una parte di quello che viene definito “salario indiretto”. Dovrebbero servire, cioè a redistruibire alla collettività la ricchezza in termini di servizi pubblici e come tali “rientrare” nelle tasche dei lavoratori. Le tasse sul lavoro dipendente sono alte e vanno abbassate, certo. Anzi, forse bisognava ricordarsi di lottare all’epoca in cui Berlusconi aumentò le aliquote delle fasce più basse. Ma se si vogliono, giustamente, alzare i salari c’è un unico modo: aumentare i minimi contrattuali e gli elementi fissi della retribuzione, attraverso la contrattazione nazionale e, dove si riesce, quella aziendale. Passare per aumento dei salari la riduzione delle tasse è scorretto oltre che illusorio. Primo perché rischia di essere ripagato in tagli allo stato sociale, soprattutto se non è compensato dal relativo aumento delle tasse sulle fasce alte. Secondo perché non redistribuisce la ricchezza prodotta e i profitti delle imprese, concedendo in fondo ai padroni di tenere bassi gli aumenti salariali veri, a causa dell’illusione dei lavoratori di aver già ottenuto un salario più alto.
Quindi, informare va bene ma cantare vittoria è proprio fuori luogo. Se il sindacato sa che ‘la lotta paga’ inizi a farla davvero, come in Francia. Per la patrimoniale, per i contratti nazionali, per lo stato sociale, per le pensioni, per l’orario di lavoro, per l’articolo 18 e contro il Jobs act.
Si è proprio scelta un’altra strada, invece. Quella di accontentarsi del governo ‘meno peggio’ e di qualche tavolo di concertazione, facendo affidamento sulla scommessa che il governo duri (nonostante la sua strutturale fragilità) e arrivi prima o poi quel ‘secondo tempo’ per i lavoratori e le lavoratrici che negli ultimi 20 anni non abbiamo mai visto.
Ecco, la lotta paga, vero. Altrimenti ci si accontenta di questo…