La sinistra di classe tra le sardine romane

di Francesco Locantore

Quella del 14 dicembre è stata una grande manifestazione, come non se ne vedevano da troppi anni a sinistra, una manifestazione di popolo che ha riempito piazza S. Giovanni di decine di migliaia di persone (più di centomila secondo gli organizzatori) animate da sentimenti antifascisti e antirazzisti. Tanti e tante lavoratori e lavoratrici nativi e migranti, giovani, si sono incontrate/i dalle prime ore del pomeriggio con le variopinte sardine per riprendersi la piazza storica della sinistra, dopo la manifestazione del 19 ottobre delle destre reazionarie.

La composizione sociale della piazza era variegata, erano presenti diverse generazioni, dai giovani studenti, precari e qualche migrante, ai lavoratori e alle lavoratrici, ma anche pensionate/i. Difficile dire quali settori sociali fossero prevalenti. Tangibile la sensibilità della piazza sulle tematiche dell’antirazzismo e dell’accoglienza, dell’antifascismo – la gaffe di uno degli organizzatori romani sulla possibile presenza di Casa Pound ha alzato i livelli di vigilanza su questo tema – ma anche sulle questioni poste dai movimenti che si sono espressi in questa fase contro il surriscaldamento globale e contro la violenza sulle donne. I passaggi più applauditi durante gli interventi dal palco hanno riguardato proprio l’accoglienza e la solidarietà. Sono intervenuti su questo tema l’ex medico di Lampedusa Pietro Bartolo, ora eletto al Parlamento europeo nelle liste del PD, che si è spinto a chiedere l’abrogazione dei decreti sicurezza; nello stesso senso è intervenuta Giorgia Linardi della ONG Sea Watch, che era sulla nave capitanata da Carola Rakete. Molto applauditi anche l’intervento di Luce Visco, rappresentante dell’arcigay, di Nibras, una ragazza musulmana di origine palestinese e della presidente dell’ANPI Carla Nespoli.

A Roma come nelle altre piazze delle sardine si è manifestata in primo luogo la preoccupazione, presente fortunatamente in larghi settori di massa, per la crescita di un senso comune razzista e violento con i più deboli, che si è diffuso nella società ed è stato cavalcato ed alimentato dalle destre reazionarie, Salvini e Meloni in testa. Certo il livello di politicizzazione di questo movimento è molto basso, e volutamente gli organizzatori cercano di tenerlo su un livello di critica generico e superficiale dei toni di odio e disumanità delle destre reazionarie contro i migranti, di difesa dell’assetto democratico costituzionale, senza fornire occasioni di discussione e approfondimento di una piattaforma rivendicativa che potrebbe mettere in difficoltà il governo Conte bis, che sulla maggior parte dei temi si pone su una linea di continuità delle politiche del primo governo Conte, sostenuto dalla Lega di Salvini e dallo stesso Movimento 5 Stelle. Il Partito Democratico spera di trarre nuova linfa da queste manifestazioni e non potrebbe quindi accettare una radicalizzazione delle parole d’ordine, o un approfondimento della critica alle ragioni materiali per cui la rabbia sociale provocata dalle politiche neoliberiste e dall’austerità perpetrate dallo stesso PD sia stata poi cavalcata dalle destre. Il gruppo degli organizzatori bolognesi sembra decisamente muoversi in coerenza con questa esigenza. Per questo motivo i gruppi Facebook delle sardine sorti in queste settimane sono rigidamente controllati, ogni post deve essere approvato dai moderatori, e chi tenta di stimolare la riflessione sui contenuti della mobilitazione o di proporre punti di piattaforma concreti viene tacciato di essere “divisivo”, quando non viene del tutto censurato. La cosiddetta assemblea delle sardine del 15 dicembre si è risolta in un incontro tra pochi selezionati amministratori delle pagine Facebook, che si sono limitati a prendere atto del documento già preparato dal gruppo ristretto degli organizzatori bolognesi.

Ma le mobilitazioni sono la scuola migliore in cui, potenzialmente, la coscienza di classe si forma e si radicalizza ed in piazza è difficile impedire che si esprimano liberamente le istanze più radicali di critica non solo alle destre, ma anche alle politiche di destra portate avanti dal centrosinistra e dal governo attuale. Per questo valutiamo positivamente la presenza nella manifestazione di Roma di settori politici più radicali e con riferimenti di classe, o che comunque hanno portato in piazza slogan e rivendicazioni precise che coinvolgono le responsabilità non solo delle destre reazionarie. Vicino alla statua di S. Francesco si erano dati appuntamento le sardine anticapitaliste di Sinistra Anticapitalista, le sardine rosse di Rifondazione, i migranti delle sardine nere organizzati con Potere al popolo, il coordinamento per il ritiro di ogni autonomia differenziata e diversi altri pezzi della sinistra radicale romana. Questo settore è entrato in piazza con in testa le sardine nere, tra gli applausi degli altri manifestanti, trovando un consenso sulle proprie parole d’ordine: ius soli; abrogazione delle leggi sulla sicurezza; denuncia dell’operato del ministero dell’interno di Minniti e Lamorgese, coerente con quello di Salvini; no alla guerra, alla vendita di armi, al trattato con la Libia; critica delle politiche neoliberiste, abrogazione del jobs act, opposizione all’autonomia differenziata – voluta tra gli altri proprio da quel Bonaccini candidato del PD in Emilia Romagna, quello stesso Bonaccini pienamente sostenuto dai quattro promotori emiliani delle sardine, che candida un padrone reo di aver licenziato decine di facchini con un messaggino (e questa sarebbe l’alternativa alle destre…).

Alla fine della manifestazione, quando Mattia Santori ha letto i suoi sei punti che dovrebbero dare qualche contenuto propositivo a questo movimento, terminando con la proposta di “ripensare” i decreti sicurezza, gran parte della piazza è insorta al grido di “abrogazione”, tanto che lui stesso ha dovuto correggersi ed esprimersi per l’abrogazione. La riunione dei “vertici” del giorno dopo ha dovuto prendere atto che su questo punto non sarebbe stato possibile fare i pesci in barile ed ha dovuto scrivere che il movimento chiede l’abrogazione dei decreti sicurezza. Non che questo cambi gli intenti del gruppo ristretto di organizzatori, che mirano semplicemente ad un buon risultato per il centrosinistra nelle elezioni regionali in Emilia Romagna. Gli altri cinque punti non dicono quasi niente, ma segnalano una concezione di democrazia molto arretrata, di stampo liberale, per molti versi vicina a quella propagandata dal M5S.

Dopo l’intervento di Santori le sardine nere hanno chiesto di poter parlare dal microfono e gli organizzatori, visibilmente infastiditi per la presenza di settori di sinistra radicale, hanno provato a negare questa richiesta, sostenuta anche dagli altri manifestanti che si trovavano vicino al palco in quel momento. Alla fine, hanno dovuto cedere e l’intervento del loro portavoce (che ad un certo punto è stato interrotto dagli organizzatori che hanno rimesso la musica ad alto volume) è stato tra i più applauditi della giornata, mentre esprimeva chiaramente le rivendicazioni antirazziste – in primis una legge sullo ius soli – e contro la guerra denunciando le politiche fatte non solo dal primo governo Conte con Salvini all’Interno, ma dal PD prima con Minniti e dall’attuale governo, che permette tra le altre cose la vendita di armi alla Turchia in guerra contro i Curdi siriani a Kobane.

Non sappiamo dire quali prospettive avrà il movimento delle sardine, ad oggi sono annunciate alcune campagne locali e un lavoro sui territori, ma nessuna altra manifestazione (tantomeno un’assemblea democratica del movimento). Probabilmente molto dipenderà dal risultato delle elezioni regionali della fine di gennaio, dopo le quali il fenomeno potrebbe sgonfiarsi, e sicuramente succederà se gli organizzatori decideranno di rendere esplicito il riferimento politico al PD e all’attuale maggioranza di governo. Resta il fatto che larghi settori di massa hanno fatto esperienza in queste settimane di manifestazioni come non se ne vedevano da molto tempo e la cosa potrebbe restituire una fiducia nelle mobilitazioni a settori più connotati da un punto di vista di classe.

A questo punto non possiamo esimerci da una valutazione più complessiva del gruppo dirigente che ha lanciato e sta gestendo le mobilitazioni, a cominciare dalle modalità di gestione delle mobilitazioni (ne avevamo già scritto). L’estremo verticismo non è elemento accidentale ma risponde a una logica e a una scelta precise: quelle di impedire che luoghi di discussione e di dibattito, pubblici, aperti e democratici, favoriscano il confronto tra idee e posizioni politiche diverse, che corrispondono anche a interessi sociali diversi. L’assenza di democrazia interna ostacola la crescita collettiva, pone un freno allo sviluppo della coscienza di classe e blinda le scelte autocratiche di chi teme di poter perdere la presa sull’orientamento politico impresso alle mobilitazioni.

Il ruolo della sinistra di classe, presente e visibile in molte delle piazze delle sardine (nonostante l’atteggiamento sprezzante di alcuni partiti, il PC di Rizzo in testa, che non perdono occasione per denigrare movimenti che non sono diretti da loro stessi), dovrebbe essere in questa fase proprio quello di approfondire e radicalizzare le istanze portate in quelle piazze, incoraggiare la continuazione della lotta non solo contro le destre ma contro gli elementi politici e sociali che hanno determinato la crescita del nazionalismo e del razzismo. Le politiche liberiste e di austerità dei governi sostenuti dal Pd dal 2011 (il pareggio di bilancio e le politiche economiche restrittive, la riforma Fornero, il Jobs Act, la buona scuola) vanno rifiutate così come bisogna chiedere l’abrogazione dei peggiori provvedimenti del governo Conte, a partire dalle leggi sicurezza, senza dimenticare il decreto Minniti-Orlando. È necessario rompere da un punto di vista internazionalista e di classe il quadro delle politiche di austerità propugnate dalle istituzioni europee, che sta provocando il risorgere dei nazionalismi. D’altra parte, è necessario che sui luoghi di lavoro si riprenda un’azione sindacale conflittuale per resistere alla guerra che viene portata in modo unilaterale ai salari e ai diritti e riconquistare terreno anche grazie alla solidarietà che va costruita in queste lotte tra lavoratori e lavoratrici nativi/e e immigrati/e, prendendo ad esempio le lotte nel settore della logistica negli ultimi anni.

Per tutto questo sarà fondamentale la buona riuscita delle iniziative lanciate dall’assemblea nazionale delle sinistre di opposizione per il mese di gennaio e la costruzione di coordinamenti locali che diano una massa d’urto e una credibilità adeguata a scontrarsi con i panzer dominanti, un radicamento territoriale a queste iniziative, e che riescano a coinvolgere nella mobilitazione anche alcuni settori più coscienti e avanzati che sono scesi in piazza con le sardine.