Sull’accordo di governo PSOE-Unidos Podemos

di Brais Fernandez (Anticapitalistas – Stato Spagnolo)

  1. Credo che le uniche reazioni entusiaste all’accordo siano venute da parte dei settori del nuovo ceto politico formato dalla sinistra post-15M (il grande movimento degli “Indignados” che ebbe luogo in Spagna nel 2011, N.d.T.) il quale, tra l’altro, comprende molti giornalisti che hanno forgiato la loro carriera proprio in questo ciclo politico. La reazione maggioritaria nel popolo di sinistra è stata di sollievo, un sollievo fortemente segnato dall’irruzione di Vox. E’ indicativo, ad esempio, che non ci sia stata nessuna espressione di allegria in piazza. Immagino che ciò sia stato anche determinato dalla sensazione che, per arrivare a questa situazione, non ci sarebbe stato bisogno di nuove elezioni, facilitando così l’ascesa dell’estrema destra, ma anche da una diminuzione brutale delle aspettative politiche: non ci si aspetta più tanto cambiamenti importanti quanto piuttosto che si freni l’estrema destra.
  2. Per la sinistra di alternativa, lo scenario è cambiato. E’ necessario farsi carico delle mutate condizioni. Se si realizza l’accordo, il ruolo di Unidos Podemos cambierà completamente, conformemente a quanto la sua direzione ha cercato di fare per anni: da forza di rottura a forza di gestione dell’esistente. L’accordo ha già espresso che si muoverà nell’alveo costituzionale e delle istituzioni dell’Unione Europea. Credo che nessuno si aspetti che un governo di questo tipo si faccia carico di grandi obiettivi di riforma che prevedano scontro politico, espropriazioni ed una nuova redistribuzione sul terreno della politica eco-sociale ed economica. Nei fatti, non si tratta di accontentarsi di questo, né di cadere nella logica possibilista che è sempre stata il preludio delle grandi sconfitte. Per questa ragione, a mio avviso, l’obiettivo è duplice: da un lato, definire ciò che si può esigere dal governo. In tal senso, la chiave è che il governo promuovesse una serie di misure in grado di agevolare la ricomposizione politica e il potere sociale della classe lavoratrice: abrogazione della riforma del mercato del lavoro, la questione delle abitazioni, la legge “bavaglio”, la riforma della scuola, la sanità pubblica… Ciò è in rapporto con un’altra idea: cercare di dar vita a forze sociali autonome dalla logica parlamentare, che diano impulso al un’agenda politica orientata nella direzione a noi più favorevole, per evitare l’intruppamento in una guerra culturale fra “destra e sinistra” come fu quella all’epoca di Zapatero, che in realtà favorirebbe il bipartitismo rifondato di recente.
  3. L’altro obiettivo è cominciare a ricostruire una sinistra indipendente dal governo, non subordinata a una logica di Stato che implica un governo diretto da una forza neoliberista e pro-regime come il PSOE. Sarà un processo lungo e complesso, in cui la fermezza delle idee (“Non aver paura di andare contro la corrente politica dominante. Non transigere, non accettare nessuna diluizione dei principi. Non accettare come immutabile nessuna istituzione esistente” – Perry Anderson) non può trascurare le lotte concrete né le tensioni che, per una forza come UP, comporterà l’integrazione in uno Stato così chiuso tanto più in una congiuntura di crisi. Non rinunciare ad intervenire nella congiuntura, sapere che può cambiare anche molto rapidamente ed impegnarsi in una lotta ideologico-strategica per rompere l’idea che l’orizzonte “liberal-progressista” sia l’unico possibile.

Infine, penso che i compagni e le compagne che in buona fede sostengono il governo dovrebbero riflettere su una questione fondamentale. La logica di governo, così come si è strutturata, implica lealtà. Lealtà a un governo che sarà diretto dal PSOE. Non sarà positivo per nessuno che l’unica pressione al governo venga dall’ establishment conservatore o post-fascista. A tal riguardo, non sono molto ottimista sul breve periodo e sono abbastanza consapevole della nostra debolezza iniziale, ma sono convinto che l’opzione migliore per la nostra classe e per tutta la società è non dare alcuna tregua nelle lotte e nelle rivendicazioni.