Umbria: una drammatica conferma

di Antonello Zecca

Una drammatica conferma

Se volessimo dare un titolo all’esito delle elezioni regionali umbre, questo sarebbe quello più azzeccato.

Chi, nella sinistra di classe, aveva pronosticato che la nascita del governo Conte-bis avrebbe messo benzina nel motore del consenso leghista e della destra reazionaria in generale, era stato fin troppo facile profeta.

Chi, invece, sostiene che in fondo l’Umbria sia una regione minore, che faccia complessivamente meno abitanti di una grande città e che quindi le ultime elezioni regionali umbre non rappresentino un passaggio importante nella valutazione più generale dello stato dell’arte, sta prendendo un abbaglio, astraendosi dalla dinamica del contesto politico nell’attuale contingenza del paese e dalle tendenza che delinea.

Il test umbro

Se è vero che quello umbro fosse il primo vero test politico dopo l’insediamento del governo PD-M5S-Leu, il suo responso è stato inequivocabile: la Lega e il suo segretario Matteo Salvini ne escono vincitori incontrastati. Quello stesso Matteo Salvini che, a fine agosto, qualcuno da sinistra aveva inopinatamente dato in fase di declino e che oggi, ahinoi, assapora il gusto di una vittoria, certo ancora parziale, ma che potenzialmente gli mette il vento in poppa. Insieme alla Lega può gioire anche Fratelli d’Italia, il partito reazionario, sovranista (possiamo dire neofascista?), che bissa il risultato delle precedenti regionali confermandosi in un trend di crescita.

Per quanto riguarda i partiti governativi il discorso è affatto diverso: una sconfitta netta che si nutre certo di dinamiche locali, ma non può non aver risentito del clima politico post-agostano.

Infine, la sinistra, quella che si è presentata in modo autonomo, che ha ottenuto un risultato estremamente modesto.

Diamo i numeri

La partecipazione al voto è cresciuta sensibilmente rispetto alla precedente tornata omologa: 455.184 votanti su 703.596 aventi diritto (64,69%) rispetto a 391.210 votanti su 705.819 (55,43%).

La coalizione di centrodestra, composta di cinque liste contro le sei della precedente tornata ha ottenuto 255.158 voti contro 146.752 voti nel 2015. La Lega, già peraltro primo partito della coalizione anche nel 2015 ha fatto un vero e proprio exploit, con 154.413 voti (36,95%) contro il 49.203 voti (13,99%), triplicando il precedente risultato. Importante anche il risultato di Fd’I, che da 21.931 voti (6,24%) è passata a 43.443 voti (10,60%). In flessione, invece, FI, che passa da 30.017 (8,53%) a 22.991 (5,50%).

Per quanto riguarda il centrosinistra, il PD passa da 125.777 voti nel 2015 (35,76%) a 93.296 (22,33%) con una perdita di circa 32.000 voti. Il M5S, che nel 2015 era andato da solo, passa da 51.203 voti (14,56%) a 30.953 voti (7,41%) perdendo circa 21.000 voti. La Sinistra Civica Verde ottiene 6.727 voti (1,61%), una secca sconfitta, soprattutto se si tiene conto che, alle precedenti elezioni regionali, la lista analoga “Umbria Più Uguale-SEL” aveva totalizzato 9,010 voti (2,56%) e che era presente anche la lista “L’Umbria per un’altra Europa”, che aveva preso 5.561 voti (1,58%)

Per quanto riguarda le liste a sinistra del centrosinistra,  il PC di Rizzo si assesta a 4.484 voti (1,01%) e la lista PCI/PaP a 3.846 voti (0,87%) – PCI 2.098 voti/ PaP 1.345 voti.

Pur nella disomogeneità della tipologia di voto è anche interessante la comparazione con le ultime elezioni europee.

Se è vero che la Lega ha perso circa 17.000 mila voti, e FI circa 8.000, Fd’I ne esce con un saldo ulteriormente positivo: guadagna circa 14000 voti segnalando che il pendolo si sposta tendenzialmente ancora più a destra.

Il PD perde 14.000 voti circa rispetto alle Europee e il M5S ne perde addirittura circa 30.000.

Per quanto riguarda la situazione a sinistra, la lista La Sinistra aveva totalizzato 9.427 voti alle Europee, perdendo così circa 3.000 voti in queste elezioni regionali, mentre il PC di Rizzo ne perde circa 2.600.

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L’egemonia si rafforza a destra

È del tutto evidente che, nella dinamica del voto di domenica, abbiano pesato fattori locali. Gli scandali e le malversazioni sulla sanità che hanno investito l’ex Presidente di Regione, la piddina Katiuscia Marini, e hanno rivelato un sistema di potere ramificato e radicato del “partito-regione”. Crepe politiche erano già risultate evidenti alle tornate amministrative di Terni prima e Perugia poi, con la vittoria dei candidati di centrodestra e risultati in crescita per la Lega.

Inoltre, ha pesato molto la complessiva situazione economico-sociale. L’Umbria vede il 63% della propria attività economica complessiva ripartita tra agricoltura (19%), costruzioni (14%), commercio (25%) e turismo (7%). Le attività manifatturiere e produttive in senso stretto occupano solo l’11% del totale e il resto è suddiviso tra servizi alle imprese, credito, trasporti e altro.

Attività a basso valore aggiunto sostengono di fatto l’economia umbra, laddove la qualità dell’occupazione è particolarmente bassa, sia dal punto di vista dei diritti che dei salari. Inoltre, il settore manifatturiero ha subito una serie di ristrutturazioni che ne ha diminuito l’occupazione complessiva. La disoccupazione nella regione è salita dall’ 8,9% del 2016 ad oltre il 10% attuale. Infine, tra le attività economiche maggioritarie la percentuale di piccole e piccolissime imprese è superiore al 50%, quindi è evidente la situazione di complessiva forte difficoltà sociale.

Questo è il quadro in cui anni di governo PD hanno sfiancato un tessuto sociale già sfibrato, e in cui la formazione del Conte-bis ha offerto sul piatto d’argento alla Lega e all’insieme della destra l’occasione per presentarsi come unica opposizione credibile al governo dell’Unione Europea, delle “tasse, delle manette e degli sbarchi”, che costruisce una narrazione egemonica in grado di mobilitare segmenti sociali anche eterogenei (compresi di classe lavoratrice), ma centrati sulle paure e sulle vere e proprie paranoie sociali di settori di piccola e piccolissima borghesia colpita profondamente dalla crisi del 2008 e timorosa non solo di perdere il suo status economico ma soprattutto il suo status sociale. Il risentimento verso le “elites”, identificate spesso e volentieri con una generica “sinistra”, a sua volta identificata con il PD (e questo è tanto più chiaro in una regione come l’Umbria), trova uno sbocco coerente nella proposta politica e nella narrazione ideologica della Lega e del suo principale alleato, Fd’I, trascurando il vero contenuto politico e sociale pienamente neoliberista del sovranismo, che in ultima analisi contribuisce ad affossare ancora di più proprio quei settori di piccola borghesia che oggi sono il serbatoio elettorale principale dei partiti di Salvini e della Meloni. L’attuale correlazione egemonica produce la dominanza di un’ideologia piccolo-borghese, impiantata su un concreto contenuto sociale che favorisce la centralizzazione del capitale ed estesa a settori di classe lavoratrice con il cemento del nazionalismo, del razzismo e della xenofobia.

Questo spiega ampiamente la crescita della Lega, sebbene con un leggero arretramento rispetto alle Europee, e di Fd’I, con un trend di crescita che, ad oggi, è persistente.

Il vero banco di prova per la Lega e per il centrodestra saranno però le prossime tornate regionali, in particolare quella dell’Emilia Romagna. È qui che Salvini sogna non solo di conquistare una regione che simbolicamente ha un valore ancor più importante dell’Umbria, ma anche di dare così un colpo più decisivo all’alleanza di governo. Naturalmente Bonaccini non è Bianconi, e il PD di quella regione non è quello umbro. Ma è chiaro che il risultato ottenuto in Umbria pone le condizioni affinché ciò sia possibile.

La sconfitta di PD e M5S

Per quanto riguarda il PD e il M5S, questo risultato non potrà non avere ripercussioni negative nel rapporto tra queste due forze politiche e agiterà in prospettiva anche le acque del governo. Sia Zingaretti che Di Maio si attendevano una sconfitta, ma la differenza l’avrebbe fatta il margine. In primo luogo, la distanza così netta tra la Tesei e Bianconi mette una seria ipoteca sulla possibilità di alleanze tra i due partiti alle prossime elezioni regionali. Se il PD, dato anche il risultato in Umbria che li punisce ma non si configura in un vero crollo, è ancora disponibile a un’alleanza con il partito di Di Maio, nel M5S si è già di fatto aperto un dibattito che da un lato acuirà la tensione preesistente alla formazione del governo tra i disponibili verso il PD e i filo-leghisti, dall’altro metterà in discussione il ruolo dello stesso Di Maio alla leadership dell’organizzazione, sebbene i filo-leghisti paiono essere in minoranza numerica e i filo-PD abbiano dalla loro l’esistenza di trattative già avanzate, soprattutto in Emilia Romagna, oltre al fatto che la “divisione del lavoro” politico-elettorale con il PD sia paradossalmente più agevole che con la Lega. D’altro canto, e in attesa di leggere un’analisi sui flussi elettorali, è ipotizzabile un drenaggio di voti dal M5S alla Lega, sulla base del comune riferimento sociale principale e della competizione su un settore di elettorale che, conseguentemente, è sovrapponibile, anche dal punto di vista ideologico.

La sconfitta alle elezioni regionali umbre ha però evidenziato ancora di più l’assenza di un progetto comune su basi chiare tra PD e M5S, il cui unico scopo nella formazione del governo era quello di impedire, in tutta evidenza solo provvisoriamente, la conquista di Palazzo Chigi da parte di Salvini. La sconfitta umbra è un’ulteriore battuta d’arresto, senza considerare la variabile renziana che ha ancora addentellati dentro il PD e ha un influsso considerevole sullo stesso governo dal punto di vista parlamentare.

E la sinistra?

queste elezioni dimostrano in maniera inequivocabile la subalternità di quella sinistra governista che, per riprodurre un ceto politico ormai disconnesso dalla realtà sociale, ha finito paradossalmente per segare il ramo su cui era seduta. Il risultato della lista Sinistra Civica Verde ne è testimonianza. Alla perdita netta di voti si assomma la perdita ulteriore di peso politico, rendendosi anche complice di una politica del “meno peggio” che, come di consueto, apre la strada al peggio.

Ma c’è anche quella parte di sinistra alternativa che sembra proprio non farcela a rinunciare all’attrazione fatale con il mondo (peraltro sempre più piccolo e sempre più ininfluente) che si riferisce ancora a questa palude e un’altra parte che, pur di fronte alle difficoltà oggettive della realtà politica del paese, sembra non voler porsi domande essenziali alla possibilità di favorire utilmente le migliori condizioni per la costruzione di un’azione tanto più efficace quanto più unitaria per la ripresa di parola autonoma e protagonismo del mondo del lavoro.

Non si avranno risultati in tempi brevi e si dovrà e si potrà solo ricominciare. Per farlo, occorrerà sbarazzarsi severamente di tutti i “tic politici” della vecchia sinistra radicale, che ancora sono una palla al piede e che se ieri erano tragedia, oggi sono un’assurda farsa.

Allora, unità certamente sì, ma per fare cosa e a partire da dove?
Per quanto possa sembrare facile proclama, l’unità ha senso, ed è necessaria, a partire dalle lotte e dalle vertenze, per ricostruire un vero radicamento sociale nella classe in tutte le sue sfaccettature, senza l’affanno elettorale e senza partire dalle elezioni, contribuendo alla visibilità di un punto di vista di classe, ecologista, femminista organizzato in tutte le mobilitazioni. Ad oggi non ci sono ancora le condizioni per una ricomposizione della sinistra di classe, ma occorre lavorare affinché ciò diventi possibile quando si produca un nuovi ciclo di mobilitazioni di massa in gradi di porre nuovi “eventi fondativi”, in una dinamica che al tempo stesso ecceda il perimetro delle attuali organizzazioni: a questo serve l’unità d’azione pluralistica e un quadro comune per il dibattito strategico, la cui assenza è un fattore di grave ulteriore debolezza.

Gli altri tipi di “unità” non servono e sono addirittura dannosi: unità di micro-ceti politici, unità solo elettorale (che poi produce spesso e volentieri risultati esattamente a opposti a quelli che si favoleggiano).

Non c’è una ricetta, e nessuno può vantare di averla, ma intanto occorre scartare con decisione le strade già battute e fallimentari e poi avere consapevolezza dei problemi.

Tutto questo sarebbe già di per sé un passo avanti, invece di continuare a fare come ciechi che seguono altri ciechi