Il Tao e il Crisantemo – crisi politica in estremo oriente

di Antonello Zecca

In attesa che lo psicodramma politico della formazione del nuovo governo giunga al termine, poniamo l’attenzione su una vicenda molto importante, quasi totalmente ignorata dai media italiani.

La crisi politica tra Giappone e Corea del Sud, che rischia di porre un ulteriore fattore di destabilizzazione in un’area cruciale nello scontro per una nuova egemonia globale da parte delle grandi potenze.

Eredità coloniale

Questa crisi nasce dal fatto che il Tribunale Supremo della Corea del Sud aveva accolto il ricorso di alcune famiglie coreane per un risarcimento individuale alle vittime utilizzate per lavoro forzato dal governo coloniale giapponese durante gli anni del suo dominio sulla penisola (1910 – 1945).

Il Giappone si è rifiutato di riconoscere il giudizio del Tribunale, timoroso che il riconoscimento di un indennizzo individuale avrebbe portato a una valanga di richieste. Il governo Abe ha così continuato a sostenere che la vicenda delle riparazioni di guerra si era già chiusa in occasione della stipula del Trattato sui Rapporti Fondamentali tra Giappone e Corea del Sud del 1965, un trattato in base al quale il Giappone aveva offerto un indennizzo generale per i danni inflitti dall’occupazione e prestiti agevolati per la ricostruzione dell’economia coreana.

Il governo della Corea del Sud è naturalmente di tutt’altro avviso, sostenendo invece che il Trattato non escluda richieste di risarcimento individuale delle vittime del lavoro forzato.

Il conflitto tra i due paesi è nato sul piano giuridico, è transitato su quello commerciale (con la minaccia di dazi in esportazione dal Giappone alla Corea del Sud e misure di rappresaglia da parte sud-coreana), e si è spostato sul piano politico.

Il sentimento anti-giapponese, mai completamente sopito in Corea del Sud dai tempi della dominazione coloniale, è tornato ad esplodere. Il governo giapponese, dal canto suo, non rinuncia ad alimentare pregiudizi anti-coreani, purtroppo presenti nella popolazione giapponese. La vicenda ha attizzato sentimenti nazionalisti da entrambe le parti, sebbene i sud-coreani siano indubbiamente vittime storiche dell’imperialismo nipponico. L’atteggiamento del governo giapponese, intenzionato peraltro a rimuovere gli ostacoli costituzionali a una piena proiezione militare esterna del paese, non contribuisce di certo a raffreddare la situazione.

Sullo scacchiere dello scontro per l’egemonia globale

Ma il problema principale è geopolitico.

Gli Stati Uniti sono letteralmente allarmati da un altro evento che ha seguito alle vicende fin qui accadute: l’annuncio da parte del governo sud-coreano di non voler rinnovare l’Accordo per le Informazioni Militari di Sicurezza Generale tra Corea del Sud e Giappone. In base a questo accordo, le intelligence di Giappone e Corea del Sud erano tenute a scambiarsi estensivamente informazioni di carattere militare sulle attività della Corea del Nord.

Se il governo sud-coreano non rinnovasse l’accordo, non solo questo sarebbe difficile da ricostituire a causa dei problemi politici interni nel paese, ma danneggerebbe anche i rapporti bilaterali tra USA e Corea del Sud, oltre ad indebolire fortemente l’alleanza tra questi due paesi e il Giappone, dando un consistente vantaggio e un indubbio beneficio ai paesi che si oppongono al sistema di alleanze politico-militari degli Stati Uniti nella regione, in particolare Cina e Russia, oltre alla stessa Corea del Nord.

Non è ancora certo se il governo sud-coreano andrà fino in fondo nella sua intenzione, ma analisti militari statunitensi sono propensi a credere che la mossa della Corea del Sud sia tesa a spingere gli Stati Uniti a una mediazione tra i due contendenti, con la consapevolezza che gli USA non possano permettersi di perdere un punto d’appoggio fondamentale in un’area strategica nello scontro per l’egemonia globale con la Cina.

È significativo che qualche giorno fa, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, avesse dato la disponibilità della Cina a offrirsi come mediatore per appianare le divergenze commerciali tra i due paesi (Giappone e Corea del Sud) e riaffermare il principio del libero scambio e del multilateralismo, due punti fermi dell’agenda di Xi JinPing e del Partito Comunista Cinese, con l’obiettivo di porre l’Impero di Mezzo nella posizione di alfiere di una nuova fase della globalizzazione capitalistica, rimpiazzando gli USA in questo ruolo. La Cina, con una strategia affatto diversa da quella degli Stati Uniti, punta a consolidare il suo ruolo politico sulla base della sua capacità di penetrazione economica e dei rapporti “reciprocamente soddisfacenti” con i propri partner commerciali, costruendo un’egemonia che si fonda sul tradizionale concetto di Tianxia, ovvero tutto ciò che è sotto il cielo. Si tratta di una strategia che costruisce la propria giustificazione e autogiustificazione ideologica su un rapporto con gli Stati subalterni in un’ottica centripeta, considerando cioè la Cina come un centro che irradia la sua capacità di direzione verso l’esterno ricevendo a sua volta feedback di accoglimento volontario dell’egemonia.

La polveriera asiatica

Non è possibile predire l’esito di questa vicenda, ma l’accelerazione da parte della Cina di una capacità militare adeguata al ruolo economico che già ricopre, al netto delle difficoltà di riorientare l’insieme dell’economia alla nuova fase superando l’impostazione orientata all’export, e a quello politico che sta gradualmente costruendo, non potrà lasciare indifferenti gli Stati Uniti: in un modo o nell’altro, questi saranno costretti a intervenire nella crisi in corso provando a impedire l’apposizione di un altro tassello favorevole alla strategia cinese.

Il mondo è una polveriera, e indubbiamente l’Asia orientale è una parte particolarmente sensibile e politicamente rilevante dello scacchiere, in cui si deciderà buona parte dello scontro globale in corso.