Brucia la città…

di Antonello Zecca

In un’estate in cui il gossip politico ha raggiunto vette sublimi, tra le notizie di un presunto esodo per le ferie estive, moralismo d’accatto e sensazionalismo da cronaca nera, i media danno distrattamente (quando la danno) l’unica notizia che invece occorrerebbe martellare quotidianamente a reti unificate: i devastanti incendi che hanno colpito le regioni sub-artiche, dalla Russia, al Canada all’Alaska e lo scioglimento record dei ghiacci della Groenlandia. 

Se non fosse una situazione così drammatica, potremmo dire con una freddura che i numeri sono davvero…agghiaccianti: 3,2 milioni di ettari colpiti in Russia solo in questi giorni, per un totale di 11 milioni di ettari nella stagione; 11 miliardi di tonnellate di ghiaccio perso in Groenlandia solo il 1° agosto, seguiti da un luglio in cui le tonnellate perse ammontano a 197, contro una media annuale di 60/70 miliardi. Se da un lato questi incendi boschivi, oltre alla ulteriore perdita di biodiversità e di un potente collettore di anidride carbonica, hanno prodotto un’immissione in atmosfera di 50 milioni di tonnellate di CO2, equivalente al totale delle immissioni annuali della sola Svezia, dall’altro non solo abbiamo una perdita accelerata dei ghiacciai, ma le quantità di CO2 e i fumi immessi in atmosfera ne scuriscono le superfici superstiti aumentandone la capacità di assorbimento dei raggi solari che così alimentano ulteriormente lo scioglimento, senza contare che smettono di riflettere la luce. 

Le temperature sopra i 30°, con una temperatura di circa 10° superiore in Siberia alla media storica registrata nello stesso mese dal 1981 e il nono giugno consecutivo più caldo dal 1880, hanno favorito lo sviluppo e la propagazione degli incendi, che si stanno trasformando anche in un’emergenza sanitaria, dal momento che le esalazioni stanno raggiungendo rapidamente le zone abitate. Va detto che le autorità russe, che avevano in un primo momento sottovalutato il disastro perché lontano dalle zone abitate (sic…) ora hanno predisposto l’intervento. 

Non solo le temperature aumentano nella regione artica più che nel resto del globo, ma va riscontrata la presenza inusuale di anticicloni che bloccano la penetrazione di aria più fredda e umida ostruendo così la regolazione delle piogge a favore di precipitazioni concentrate e anomale che provocano pesanti inondazioni.

Questo breve schizzo di alcuni degli effetti più perniciosi del riscaldamento globale nell’area artica è solo un esempio degli effetti non banalmente cumulativi ma retroattivi ed esponenziali del cambiamento climatico. In ciascun altra area della Terra le conseguenze dell’aumento costante delle emissioni di gas serra, dell’acidificazione degli oceani, della riduzione dell’acqua potabile, della perdita di fertilità dei suoli e della riduzione delle terre coltivabili, di allevamenti intensivi sempre più invadenti, della deforestazione e della progressiva perdita di biodiversità con la sesta grande estinzione di massa sono altrettanto gravi e, sebbene probabilmente non metteranno in discussione la presenza della specie umana sul pianeta, le renderanno la vita sempre più difficile, aumentando la probabilità di lutti,  sofferenze, catastrofi localizzate e guerre. 

Di fronte a uno scenario da far accapponare la pelle, ci sono due risposte fondamentali, eccezion fatta per il negazionismo tout court, che oggi si può tranquillamente considerare assolutamente marginale nell’attuale dibattito politico pubblico. 

La prima, la risposta delle grandi multinazionali, dei grandi capitalisti, dei governi e degli Stati capitalisti, che propongono la risoluzione della crisi ecologica per mezzo dei meccanismi di mercato, dello sviluppo tecnologico e del miglioramento dei comportamenti individuali. 

In poche parole, si tratta della posizione del cosiddetto capitalismo verde, che, peraltro, la quasi totalità dei partiti Verdi in Europa e oltre, adotta come quadro ideologico fondamentale. Commercio delle quote di emissioni della CO2, geoingegneria, conversione “ecologica” del mezzo di trasporto individuale (automobile), trasformazione virtuosa del comportamento dei singoli cittadini per “inquinare di meno”.  

Il problema è che le “soluzioni” prospettate dal capitalismo si scontrano con la razionalità fondamentale dell’accumulazione, del profitto e del criterio puramente quantitativo su quello qualitativo. Le misure indicate non mettono in discussione i meccanismi di funzionamento del modo di produzione capitalistico, e anzi sono volte alla sua preservazione. Infatti, quelli più accorti tra i capitalisti sono consapevoli che la situazione è drammatica e c’è bisogno di fare qualcosa per evitare una rovina che coinvolgerebbe anche loro. Tuttavia, non possono ovviamente indicare misure radicali che implicherebbero l’eutanasia della loro classe sociale, e quindi confidano che la scienza e la tecnica trarranno loro di impaccio. 

Anche la responsabilizzazione individuale è una postura ideologica piuttosto pericolosa: implica che la responsabilità della crisi ecologica starebbe nei comportamenti “sbagliati” ed ecologicamente ciechi dei singoli cittadini, per cui basterebbe che tutti gli individui (come? Per imitazione? Per geminazione comportamentale spontanea? Contemporaneamente, come per magia?) “si comportassero bene” per risolvere il problema una volta per tutte. Sia chiaro, ben vengano tutte le campagne di sensibilizzazione, ma occorre che si faccia chiarezza su un equivoco dannoso: il comportamento individuale, per quanto virtuoso, non può cambiare nulla alla radice. Il cambiamento deve essere a livello sistemico, con politiche nazionali, e misure unilaterali se necessario, e soprattutto internazionali, con accordi esigibili e realmente applicabili. 

Non si può prescindere da una riduzione generalizzata del tempo di lavoro a parità di salario, da una massiccia riduzione dell’uso del mezzo di trasporto privato e un sensibile potenziamento del trasporto pubblico, la nazionalizzazione delle grandi multinazionali dell’energia e l’immediata, drastica riduzione dell’uso delle fonti fossili, la socializzazione del sistema del credito per finanziare programmi e progetti di riconversione, un deciso stop a ogni privatizzazione, la drastica riduzione degli allevamenti intensivi, l’arresto immediato della deforestazione, la fine del depauperamento della fauna ittica a causa della pesca intensiva, solo per citare alcune misure di emergenza in grado di ridurre sensibilmente l’immissione di anidride carbonica in atmosfera.

È l’ingranaggio del Capitale che va inceppato, è il suo produttivismo congenito che va fermato. Per farlo non bastano adattamenti cosmetici, ma c’è bisogno di interventi che ne aboliscano la logica di fondo. Per farlo, non servirà appellarsi alla buona volontà dei governi, degli Stati capitalisti e delle multinazionali. Occorrerà mettere in campo un movimento internazionale che al suo cuore abbia la forza sociale con le potenzialità e l’interesse di fermare la devastazione degli ecosistemi prodotti dal capitalismo, che peraltro la colpisce duramente in prima persona: la classe lavoratrice globale. 

È per questo che, oltre a sostenere e costruire tutti i momenti di mobilitazione internazionali per l’ambiente, occorrerà condurre una battaglia a tutto campo nelle organizzazioni sindacali affinché queste mobilitazioni e gli scioperi per il clima siano sempre più partecipati e plasmati dalle lavoratrici e dai lavoratori. 

Sarà questo il nostro impegno.