Hiroshima e Nagasaki: storia di una mistificazione interessata

In occasione del 74° anniversario del bombardamento atomico della città giapponese di Hiroshima il 6 agosto 1945 (seguito poi tre giorni dopo da quello di Nagasaki), pubblichiamo volentieri un breve testo del compagno Aldo Bronzo, che opera un’efficace demistificazione della narrazione ufficiale deresponsabilizzante di tutti i governi statunitensi succedutisi fino ai giorni nostri, dimostrando che il bombardamento atomico delle due città giapponesi fu un deliberato crimine contro l’umanità


di Aldo Bronzo

LA RIMOZIONE  “STORICA” DI HIROSHIMA E NAGASAKI. UNA CELEBRAZIONE DI BASSO PROFILO TRA GIUSTIFICAZIONI POCO CONVINCENTI E RICOSTRUZIONI DI COMODO

La ragion di Stato, ancora una volta, ha svolto a suo modo il ruolo imposto dalle circostanze. L’esigenza largamente prioritaria avvertita dai circoli dirigenti statunitensi di stringere ulteriormente le relazioni diplomatico-militari con le autorità giapponesi in posizione antitetica all’accentuata presenza commerciale e politica della Cina nell’area ha assunto una funzione  cruciale. Anche a costo di sdoganare militarmente il Giappone, avallando la decisione del governo di Tokyo perché all’occorrenza impegni i propri  contingenti militari anche fuori dei confini nazionali, in aperta violazione a quanto sancito dalla stessa costituzione approvata al termine del 2° conflitto mondiale. Insomma, sotto l’incalzare degli eventi, si sono consolidate alleanze e si sono delineati ruoli da cui hanno preso corpo le relative iniziative di ordine attuativo; e se le intese nippo-americane andavano consolidandosi, era giocoforza chiudere in qualche modo “l’incidente” di 74 anni fa, magari ricorrendo ad un  “rincrescimento” abbastanza sfumato e non molto convinto da parte delle massime autorità statunitensi per quanto accadde allora a Hiroshima e Nagasaki, quasi come se il lancio delle due bombe atomiche americane nell’agosto del 1945 fosse da ascrivere ad evenienze accidentali – o meglio ancora ad un’oscura incarnazione del maligno –  e non a precise scelte politiche e strategiche di cui qualcuno si decise a porre in essere e ad assumersene conseguentemente le responsabilità.

Un contesto specifico in cui è maturata la discutibile sortita di Obama di qualche anno fa quando, mentre il suo mandato alla Casa Bianca volgeva al termine, si recò personalmente  a Hiroshima dove, senza disdegnare il ricorso a qualche sermone moraleggiante, non si fece pregare più di tanto per prendere concettualmente le distanze  dagli “orrori” derivanti dal ricorso alle  nucleari e atomiche. Quelle degli altri, s’intende, dal momento che dal termine del 2° conflitto mondiale gli Stati Uniti hanno continuamente sviluppato e incrementato – con tutte le direzioni politiche che si sono succedute alla Casa Bianca –  i propri arsenali di armi termonucleari sempre più devastanti, mentre ribadivano a chiare lettere che non intendevano affatto escludere di ricorrere al first strike   contro chiunque si fosse configurato come un’effettiva alternativa alla loro egemonia. E questo anche dopo il crollo dell’Unione sovietica, quando la prevalenza statunitense non subiva più la “minaccia” di potenze che  potevano effettivamente configurarsi come antitetiche al loro strapotere. Insomma per i dirigenti statunitensi – democratici o repubblicani che siano – la loro egemonia politica ed economica è un dato prioritario che non intendono mettere in discussione, ragion per cui non esitano a prospettare di ricorrere all’uso anche del terrificante armamento nucleare di cui dispongono contro chiunque si delinei come un’alternativa magari solo  potenziale alla loro consolidata prevalenza  a livello planetario; un comportamento che si è consolidato nel tempo e che ha portato gli U.S.A. ad accumulare uno spaventoso stoccaggio di armi termonucleari che al momento, secondo valutazioni autorevoli degli stessi studiosi statunitensi, ammontano a circa 6.800 testate. Né  si tratta di vecchi arnesi in disuso, se è vero che gli U.S.A. – senza renderne conto a nessuno – continuano costantemente a perfezionare questo micidiale arsenale di distruzione di massa, giusto  per renderlo tremendamente più “efficace” delle bombe un po’ artigianali adoperate oltre  70 anni fa contro un Giappone ormai sconfitto. Il tutto magari associato a discutibili lezioni sulla “democrazia” o a sermoni chiarificatori sulla gestione del “mondo libero” di cui gli americani medesimi sarebbero, a loro insindacabile giudizio, i depositari quasi sacerdotali e i custodi insindacabili delle verità più recondite.

Resta comunque inteso che degli eventi che portarono al primo uso delle armi atomiche e del tremendo sterminio di vite umane che ne derivò, i dirigenti statunitensi che si sono succeduti nel tempo si sono ben guardati dal proporre interpretazioni critiche o valutazioni censorie; vanga per tutte il commento  di Bill Clinton che mentre era in carica come presidente U.S.A. non esitò a dichiarare “La mia posizione, anche a distanza di 50 anni, è semplicemente che per doloroso che sia stato il Presidente Truman fece quello che doveva fare”. Dal suo canto  Obama,  nel corso della sua poco convincente sortita “pacificatrice” associata allo sdoganamento dell’esercito nipponico per eventuali impegni  fuori dal territorio nazionale,  si è guardato bene dal chiedere “scusa” per i terrificanti macelli messi a punto nella circostanza; in buona sostanza, tra condanne vagamente  “etiche” degli effetti delle armi nucleari e proposte rappacificatrici dalla valenza perlomeno dubbia,  si è continuato ad avallare la consueta tesi giustificativa statunitense, secondo cui il lancio delle due bombe atomiche contro Hiroshima e Nagasaki si sarebbe reso necessario per risparmiare la vita dei soldati americani che altrimenti avrebbero dovuto portare a fondo l’attacco conclusivo al territorio giapponese ricorrendo alla pratiche consuete. Non mancarono a suo tempo valutazione arbitrarie e cifre iperboliche in merito a questo “risparmio” di vite umane; nel 1946 Truman parlò di 250.000 caduti “evitati” e un anno dopo, con disinvoltura degna di miglior causa, li portò a 500.000. Winston Churchill, senza approfondire più di tanto l’astrusa vicenda, si spinse anche oltre e valutò in quel periodo in circa 1.200.000 i soldati americani a cui si sarebbe evitato la morte sicura. Insomma per inglesi e americani il lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki fu un atto di sagace realismo politico; anzi quasi un’iniziativa di natura filantropica.

La realtà, in effetti, fu profondamente diversa.

Infatti nel momento dato ai vertici dell’amministrazione civile e militare statunitense si era pienamente a conoscenza di come il Giappone stesse effettuando sondaggi diplomatici  a diversi livelli per addivenire ad una “pace onorevole”, consistente in nulla di più che nella preservazione dell’istituzione imperiale, in relazione alla quale del resto già si delineavano convergenze preliminari grazie alle duttili intermediazioni del generale MacArthur. Per di più un telegramma del 5 maggio 1945 inviato a Berlino dall’ambasciatore tedesco a Tokyo, intercettato e immediatamente decodificato a Washington, elencava questi tentativi di resa e riferiva di un Giappone ormai stremato e sull’orlo del collasso. In buona sostanza ormai era chiaro che i giapponesi erano disponibili ad una “resa” con procedure che  servivano solo a salvare la faccia ai responsabili del regime. Nulla di più. Tuttavia niente da fare; alla conferenza di Potsdam del luglio del 1945 Truman non volle sentire ragioni, anche se Stalin aveva  provveduto personalmente ad informare la delegazione statunitense del fatto che il Giappone, tramite collaudati canali diplomatici, aveva sostanzialmente accettato di arrendersi e chiedeva la pace. Nondimeno da parte statunitense si replicò con il diniego più totale. Anzi Truman assunse via via toni più risoluti e atteggiamenti maggiormente sbrigativi, soprattutto dopo che il suo segretario personale  provvide a recapitargli il seguente messaggio cifrato proveniente dagli scienziati che lavoravano a tempo pieno nel Nuovo Messico: “Il bimbo è nato in modo soddisfacente”. Cioè la bomba atomica era stata messa a punto e poteva essere adoperata.

Fu in questo contesto che Truman adottò la decisione di sganciare le bombe atomiche sul Giappone, inventandosi di sana pianta la giustificazione preventiva di una volontà nipponica di resistere ad oltranza. Eppure l’intelligence statunitense era pienamente a conoscenza delle devastazioni inflitte ai giapponesi dai bombardamenti americani diretti dal generale Curtis LeMay, prima tra tutte la “Tokyo Raids” quando 100.000 giapponesi vennero letteralmente bruciati vivi dal napalm statunitense. Nel marzo del 1945 ormai i giapponesi non avevano più scampo: era stato interrotto il rifornimento di petrolio e benzina, nessuna unità navale al di sopra di 1.000 tonnellate era operativa o galleggiante, l’operazione kamikaze non disponeva più di velivoli, tutte le fabbriche erano state rase al suolo. Quindi sganciare la bomba atomica era oggettivamente superfluo, come ebbe a confermare lo stesso Eisenhower che nelle sue memorie non esitò ad affermare: “Il Giappone era stato sconfitto, per cui sganciare quella bomba era inutile. Lo dissi al Segretario alla guerra Stimson; il nostro Paese doveva evitare di traumatizzare l’opinione pubblica mondiale con l’impiego di un’arma di distruzione totale, che comunque non sarebbe servita a salvare la vita dei soldati americani”.

E allora perché gli americani ricorsero al lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki? La verità sta nel difficile rapporto che in quella fase intercorreva con i sovietici. Infatti a far tempo  dal 1941, dopo l’attacco nazista all’U.R.S.S., statunitensi e inglesi ritennero opportuno trovare una convergenza con la Russia di Stalin perché fronteggiasse meglio le armate della Wehrmacht. Solo che, dopo lo sconcerto iniziale, i sovietici seppero porre rimedio agli errori pregressi e riuscirono ad offrire una resistenza crescente alle truppe naziste; anzi col passare del tempo furono capaci di riorganizzarsi e di scatenare una micidiale controffensiva nel cuore dell’Europa. Al momento della conferenza di Potsdam del luglio del 1945 la guerra sul continente europeo registrava un rapporto delle forze in campo assolutamente delineato grazie ai trionfi dell’Armata rossa: il nazifascismo era stato sconfitto in Italia e Francia; a Est l’avanzata sovietica aveva liberato la Polonia e in marzo premeva su Berlino. In pratica inglesi e americani avevano ragione di temere che le armate sovietiche, nel corso delle travolgente offensiva in piena attuazione, potessero fondersi con i contingenti partigiani a netta maggioranza comunista che operavano in numerosi paesi europei e saldare, per così dire, i conti con tutti. Insomma gli anglo-americani temevano che i movimenti di resistenza antinazista e antifascista dove la prevalenza comunista era schiacciante si trasformassero in rivoluzioni sociali che, con il supporto dei contingenti sovietici, potevano distruggere le basi capitalistiche e avviare trasformazioni strutturali di natura essenzialmente socialista. Magari Stalin e soci non avevano all’ordine del giorno alcun obiettivo del genere, ma di fatto “l’alleato” sovietico si stava trasformando agli occhi delle leadership statunitensi e inglesi in un temibile avversario. Questo fu il contesto in cui maturò la decisione di Truman di sganciare le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, quando il Giappone era ormai sconfitto. In parole povere la dirigenza anglo-americana mandava ai sovietici un messaggio ben preciso: se i vostri eserciti dilagano in Europa, sappiate e teniate ben presente che siamo in possesso di un’arma di distruzione di massa che comunque ci conferisce una preminenza assoluta. Lo stesso Segretario di Stato dell’epoca,  Byrnes, ne fece in pratica esplicita ammissione, asserendo: “Si tratta di controllare i comportamenti della Russia in Europa”. In buona sostanza una decisione maturata alla luce di un calcolo politico ispirato a un cinismo più unico che raro. Altro che la prioritaria esigenza umanitaria di salvare vite umane!

Del resto per garantirsi l’egemonia atomica gli americani non badarono a spese. Con procedure ispirate alla massima urgenza i dirigenti statunitensi adottarono  le iniziative del caso perché  a Los Alamos si insediasse  una comunità internazionale altamente qualificata di scienziati – tra i quali Fermi, Oppenheimer, Szilard, Compton e Laurence – perché lavorasse costantemente alla costruzione della bomba atomica, nella piena consapevolezza che questo nuova forma di armamento avrebbe conferito agli Stati Uniti una supremazia assoluta; per garantire il funzionamento di questo organismo furono prontamente stanziati finanziamenti stratosferici che ammontarono a non meno di 2 miliardi di dollari, mentre si provvide ad integrare l’organismo scientifico in funzione nel Nuovo Messico  con uno staff  imponente di tecnici e amministrativi ammontante a non meno di 125.000 persone. Un impegno economico e organizzativo senza precedenti che, a ben vedere, non fu privo di risultati se è vero che l’ampia profusione di uomini e mezzi fu sufficiente a battere sul tempo i nazisti che, nel frattempo, dalle loro parti stavano sviluppando ricerche praticamente analoghe sulla messa a punto delle armi atomiche. Ma c’è di più. Poiché gli accertamenti effettuati a Los Alamos erano stati giudicati sufficienti solo per il lancio della bomba atomica a Hiroshima – che nella irridente terminologia in uso nelle forze armate americane assunse la denominazione di”Little Boy” – , la leadership statunitense si orientò rapidamente per verifiche più sbrigative da effettuare direttamente sul campo, giusto per accorciare i tempi e collaudare l’efficacia del nuovo materiale fissile costituto dal plutonio 239. Così maturò la decisione di lanciare, dopo la sperimentazione su Hiroshima, una nuova bomba più potente su Nagasaki – denominata puntualmente “Fat boy” – dove andava misurato il livello di radioattività del nuovo ordigno e soprattutto la sua capacità distruttiva. Tra l’altro il lancio su Nagasaki risultò parzialmente impreciso per cui l’ordigno cadde a ridosso di una collina lievemente distante dal centro abitato; di conseguenza chi si trovava dall’altra parte fu colpito solo trasversalmente dalle radiazioni per cui subì un’agonia più lenta tra le sofferenze più atroci. Comunque a lancio ultimato il compito delle necessarie verifiche tecniche venne affidato agli ufficiali e ai medici del progetto Manhattan che sbarcarono a Nagasaki nel settembre del 1945. Documentazioni difformi concordano nel testimoniare come per settimane l’equipe statunitense fece spogliare i sopravvissuti che furono fotografati nudi; campioni di sangue e di tessuti ossei furono prelevati per essere sottoposti ad indagini più accurate e a disamine più specifiche. Un’operazione estremamente accurata che non lasciò nulla all’improvvisazione nel corso della quale l’equipe statunitense si astenne totalmente dal somministrare ai sopravvissuti  morfina, calmanti, ossigeno o quant’altro. Nessuno fu curato.

Questi i termini reali di quel che accadde nell’agosto del 1945. Di tutto ciò, a distanza di oltre 70 anni, né Obama, né chi prima o dopo di lui si è insediato alla Casa Bianca  ha mai inteso deflettere dalle consuete valutazioni autogiustificative o, quanto meno, ha mai manifestato la benché minima intenzione di orientarsi a fornire chiavi di lettura più problematiche  che magari si approssimassero maggiormente alla veridicità dei fatti. L’interpretazione ufficiale rimane quella di sempre; le celebrazioni – nell’abituale ricorrenza del 6 agosto – rimangono di basso profilo e concernono più che altro la sfera religiosa. In pratica “l’incidente” è, per così dire, chiuso e di chiedere “scusa” da parte dell’amministrazione statunitense non se ne parla nemmeno.