Genova 2001: quando i signori del mondo ebbero paura

Sono passati 20 anni dalla nascita del primo movimento globale dopo la caduta del Muro di Berlino e 18 dalla manifestazione contro il G8 di Genova.
Era un periodo in cui la crisi capitalistica del 2008 era di là da venire, la cosiddetta globalizzazione neoliberista sembrava inarrestabile, e un’alternativa di sistema sembrava relegata nei polverosi scaffali della storia.
Eppure, una nuova generazione politica e militante, fatta non solo da giovani, riprese la via della lotta e delle piazze, comprendendo la violenza strutturale del capitalismo e la necessità di farla finita con un modello predatorio, impastato di sfruttamento, oppressione, devastazione della natura.
Il fatto che il movimento avesse questa comprensione, il fatto che fosse internazionale, il fatto che cominciasse a saldarsi con la classe lavoratrice organizzata (ricordate la presenza della FIOM al corteo di Genova?),  faceva paura, e pertanto doveva essere schiacciato senza pietà.
A Genova lo Stato Capitalista assolse pienamente al suo ruolo, reprimendo selvaggiamente il corteo del 20 luglio 2001, ammazzando il giovane Carlo Giuliani, irrompendo nella scuola Diaz per una feroce mattanza.
Il movimento doveva essere spezzato ad ogni costo. Soprattutto doveva essere spezzata ogni possibile saldatura con la classe lavoratrice organizzata, che allora mostrava segnali di recupero e volontà di lotta.
Dopo quella repressione, le responsabilità politiche della sinistra radicale e quelle del sindacato furono enormi perché contribuirono alla normalizzazione del quadro, segnando il solco della sconfitta e dell’affermazione di forze interclassiste e reazionarie, il cui prezzo paghiamo ancora oggi.
Quel movimento ha perso, per la violenza del nemico, ma anche per limiti, difficoltà di visione strategica, ingenuità e il riflusso di quello che avrebbe potuto e dovuto essere il soggetto sociale centrale di un’offensiva possibile: la classe lavoratrice organizzata.
 Eppure quel movimento ha lasciato anche preziose indicazioni, ed è ancora fonte di ispirazione per chi ha la certezza che il pianeta non può essere abbandonato al dominio del sistema del profitto: internazionalismo, antirazzismo, antifascismo, anticapitalismo, femminismo, unità d’azione e radicalità di prospettiva, spazio politico comune in cui condurre il dibattito strategico servono a ricostruire esperienze in grado di rimettere soggettivamente a tema l’ “altro mondo possibile”, pur in un contesto politico e sociale ben più sfavorevole di quanto non lo fosse allora.
Perciò insistiamo nella proposta di un Forum politico e sociale della sinistra di classe, in cui  riprendere le intuizioni più feconde di quel movimento, facendo al tempo stesso tesoro di errori e difficoltà che ne favorirono l’esaurimento.
Perché a distanza di vent’anni, siamo ancora più convinte e convinti che, tanto più di fronte all’approfondimento della crisi ecologica, un altro mondo, libero dal Capitale, non sia solo possibile, ma sia ancor più necessario
Non smetteremo di batterci con forza per questo