Sull’uso capitalistico della soggettivazione

di Diego Giachetti

Strausato e abusato nelle varie incarnazioni narrative post-moderne, soggettivazione è il termine elegante col quale si pretende di seppellire quella che una volta era chiamata coscienza, nel senso di presa in considerazione della propria condizione sociale, posta in relazione con altre simili o opposte, per cui dall’individuale si passa al sociale, dalla collettività alla coscienza di classe.

La soggettivazione è la negazione della soggettività, nasce dalla frantumazione del soggetto, come conseguenza di una pratica sociale divisiva, messa in atto dai rapporti di produzione capitalistici, tesa a separare e dividere affinità e interessi di classe, per costruire una tipologia umana basata sull’individuo liberista, che pone se stesso prima e contro l’altro. È l’affermazione della società commerciale, quella in cui, secondo Adam Smith, ciascuno diventa in qualche misura, mercante. Non è il “trionfo” di una nuova idea della persona, che si afferma contro il vecchio concetto di coscienza, è un prodotto del capitalismo, sta dentro il rapporto sociale di produzione e di sfruttamento.

Il capitalismo non solo ha costretto i lavoratori ad arretrare sul piano delle conquiste economiche e sociale, ha vinto anche la battaglia “lessicale” cancellando termini quali eguaglianza, solidarietà, appartenenza, coscienza, antagonismo, lotta per migliorare le proprie condizioni, sfruttamento. In un contesto di rapporti che volgono a favore del capitale, la soggettivazione è un prodotto confezionato dal potere che ha invaso “l’anima”, indicando il modo di pensarsi e autorappresentarsi, secondo quel processo che la psicoanalisi chiama introiezione, per cui l’Io incamera e fa proprie le rappresentazioni mentali, relative ad un oggetto esterno e/o a parti di esso.

È in atto un processo di controllo dei soggetti più subdolo di quello assegnato agli istituti predisposti dal potere per dirigere, sorvegliare e punire i comportamenti considerati devianti rispetto alla norma. Qui si tratta di rieducare il sé della persona assegnandogli un certo “io sono”. In questo modo il comportamento non è più disciplinato da un apparato normativo di potere, ma costruito secondo modalità specifiche indotte e funzionali all’ideologia imperante nel sistema sociale.

 

La “sindrome di Stoccolma”

Col termine sindrome di Stoccolma, si indica uno stato di dipendenza psicologica e affettiva della vittima nei confronti di chi la domina. Essa è una variante di quel fenomeno molto più ampio che va sotto la dizione di “legami traumatici”, cioè le relazioni far due persone diseguali, perché una gode di una posizione di potere nei confronti dell’altra che risulta pertanto subordinata e dipendente. Le persone accettano di convivere in un ambiente sociale considerato minaccioso e insicuro adattandosi alle circostanze. Ciò che in altro contesto sarebbe stato inaccettabile diventa accettabile e le persone si adattano: la paura, vera o percepita che sia le induce ad affidarsi a chi nell’insicurezza e nel pericolo li ha cacciati, giustificando le azioni e le ritorsioni del dominante. Ad esempio, l’attuale debolezza degli ordinamenti istituzionali, la frammentazione e il decadimento delle classi medie che sostengono il sistema, provocato dal prolungarsi della crisi, hanno indotto molti elettori, abbandonati a se stessi in una folla di individui soli e smarriti, a desiderare leader forti che diano solidità allo Stato e sicurezza ai cittadini.

Mediante l’introiezione o la più prosaica sindrome di Stoccolma, l’ideologia dominante ha soppresso «il protagonista storico della rivoluzione», ha convinto le persone che godono del maggior grado di libertà possibile, perciò «gli uomini liberi non hanno bisogno di essere liberati», mentre quelli che ancora si sentono «oppressi non sono forti abbastanza per liberarsi»: sono parole del sempre ancora attuale Herbert Marcuse, scritte nella Prefazione politicaall’edizione di Eros e civiltànel 1966

 

Conseguenze elettorali della crisi

Quante volte, fino a farne un mantra, abbiamo detto che l’esistenza determina la coscienza, ma «ciò non significa affatto una dipendenza diretta e meccanica della coscienza dalle circostanze esterne. L’esistenza si riflette nella coscienza secondo le leggi della coscienza– avvisava Trotsky in uno scritto dedicato alla Tragedia del nazismo. Uno stesso identico fatto oggettivo può avere un effetto politico diverso, a volte opposto, a seconda della situazione generale e degli eventi precedenti. La crisi economica può accelerare l’esplosione rivoluzionaria, e ciò è accaduto più di una volta nella storia; ma gravando sul proletariato dopo una pesante sconfitta politica, la crisi può solo accentuare il processo di decomposizione».

Lo sviluppo della crisi del capitalismo si manifesta nella decomposizione sociale e culturale. La strada delle normali differenziazioni di classe è sbarrata. Il prolungamento della crisi porta con sé la pauperizzazione della piccola borghesia e la trasformazione di strati ampi di lavoratori in sottoproletari, disoccupati o precari. Il periodo di crisi prolungata ha costretto ciò che restava della socialdemocrazia e i sindacati a sacrificare i risultati ottenuti a seguito di lunghe lotte politiche ed economiche e a ridurre quindi una parte consistente di nuovi lavoratori al livello di esistenza dei loro nonni e bisnonni. È da questa congiuntura che trae alimento elettorale il Movimento cinque stelle e la Lega. Esse danno voce a quelle classi che sono immediatamente al di sopra del proletariato e che temono di entrare a farvi parte, intercettano settori del proletariato che temono di decadere nel sottoproletariato, che vedono i loro indici di status precipitare verso il livello di povertà.

Sotto l’impatto della crisi la piccola borghesia si è spostata dal centro sinistra verso forze politiche dette sovraniste e populiste, trascinando con sé considerevoli settori di proletariato. La crescita di queste forze politiche è l’espressione della crisi economica e sociale, unita alla mancanza di speranza politica, di organizzazione sociale, sindacale, partitica delle classi subalterne con prospettive di cambiamento in grado di rispondere alla sofferenza sociale, ideale e culturale. Il balzo neoliberista, di cui il Partito democratico ha offerto il migliore degli esempi, ha “rottamato” le confuse speranze popolari e piccolo borghesi. Questi ultimi sono passati dalla speranza alla disperazione, trascinando dietro di sé altri consistenti settori del cosiddetto popolo. La disperazione ha fatto levare le loro teste, Cinquestelle e Lega hanno dato loro una bandiera. Mancando l’organizzazione della speranza hanno vinto le organizzazioni politiche della disperazione.

 

La storytelling delle mele cadute che si riattaccano all’albero

In un mondo fortemente individualistico e in via di rapida globalizzazione, la politica fatica a trovare punti di riferimento: i valori si dissolvono, i gruppi sociali si scompongono, gli interessi si differenziano, la competizione alza la pretesa feroce contro la persona più vicina alla propria condizione. La crisi in cui versa il movimento operaio e le sue rappresentanze sindacali e partitiche, ha corroso e spezzato relazioni sociali consolidate attorno a condivisioni comuni di progetto e prospettiva sulle quali si fondava la militanza politica, spalancando la porta al dibattito interessato e pilotato sulla sua presunta scomparsa e delle classi sociali. La fine del movimento operaio sarebbe dovuta all’emergere dell’individualismo e della soggettivizzazione e non viceversa: «il che equivale a spiegare come, a causa di una inedita versione della forza di gravità, le mele che stanno a terra risalgono sul ramo e si riattaccano -osservava ironicamente Luciano Gallino nel suo testoLa lotta di classe dopo la lotta di classeSe invece intendiamo ragionare su come le mele si stacchino dal ramo e cadono, occorre ragionare sull’individualizzazione come conseguenza della minore visibilità o dell’inesistenza di un soggetto “per sé”, a fronte di una perentoria esistenza delle classi “in sé”».

Spezzando quelle relazioni, separando l’individuo dalla collettività, il capitalismo ha ridefinito anche la figura del militante politico post-moderno: si passa dalla partecipazione in comunità politiche alla spontanea aggregazione di individui nelle zone “liberate” delle occupazioni e dei centri sociali, a formare enclave di resistenza contro un avversario sempre più forte, quanto meno riconoscibile. L’assalto culturale del capitale alle culture del movimento operaio è stato ed è prepotente, mosso da un intento sterminatore verso tutte quelle teorie e esperienze che hanno osato criticare e provare a cambiare il sistema dell’accumulazione infinita del capitale, unico fine proposto al sistema sociale. Il processo di desertificazione del passato ha indotto fenomeni di vero e proprio pentimento, ricusazione, abbandono e ritiro. Sono stati coniati concetti per dare lustro alla disfatta: “nomadismo”, “esodo” verso “altri mondi possibili”, sottratti ai rapporti di produzione capitalistici. Si è scambiato il tramonto per l’alba, il canto del gallo come causa del sorgere del sole. Si è voluto cogliere l’occasione per una nuova definizione della strategia, da costruirsi voltando le spalle al passato, senza capire che il presunto nuovo presente, la nuova pagina bianca, è un prodotto della vittoria del capitale nei rapporti di produzione e nelle idee che accompagnano l’agire sociale.

 

Organizzazione e coscienza contro soggettivazione del capitale

Si sono susseguiti tentativi di aggregazione di una non meglio definita moltitudine, che avrebbe dovuto costituirsi spontaneamente in soggetto critico del sistema, e invece ha prodotto l’incontro tra singoli individui il cui fine ultimo è ritrovarsi in alcune occasioni evenemenziali, intese come momenti relazionali, per poi proseguire singolarmente, poiché ognuno è diverso e perso dietro i fatti suoi. Si è inseguito freneticamente il conflitto sociale cadendo nella spirale della frammentazione locale, contenutistica e parziale di esso, dimenticandosi della necessità di ricomporre la parzialità delle lotte economiche e sociali in un progetto complessivo che intacchi la società del capitale e modifichi i rapporti di forza tra le classi a vantaggio di quelle subalterne.

Un progetto politico di ricomposizione deve porsi il problema della durata, della costruzione di relazioni politiche stabili di fronte alla debolezza delle esperienze spontanee, spesso mosse da ambizioni modeste, limitate nella proposta, leggere nelle forme organizzative da movimento di opinione, che fa fine e non impegna, mosse dal desiderio o dall’affermazione della propria parzialità e non dalla necessità di un cambiamento strutturale. Oggi, in molti settori che compongono i movimenti, «l’organizzazione è vista come un ostacolo alla libertà di espressione degli individui», si legge in un articolo comparso su «Umanità nova», il  26 maggio 2019 ; la soggettivazione del capitalismo ha educato buona parte delle nuove generazioni facendone degli individui precari, senza storia e senza futuro realizzabile, abbandonati «a un eterno presente, a una visione qui ed ora; e anche quando realizzano una visione futura è in chiave competitiva, un prevaricare il prossimo per raggiungere lo scopo».

Occorre riconquistare una duplice coscienza anticapitalista: contro i rapporti di produzione e contro l’ideologia liberal-capitalista che si è installata dentro di noi col nome di soggettivazione, cioè l’abile manipolazione della coscienza dell’individuo da parte del potere. Il primo problema da affrontare è la rottura dell’accettazione della soggettivazione “spacciata” dal capitalismo, intrinseca al rapporto sociale di produzione e di sfruttamento. Si tratta di ribellarsi al presente, non accettare l’esistente, il tempo e i ruoli che ci sono assegnati: ognuno data la sua condizione deve lottare contro se stesso,cioè contro la propria condizione di sfruttamento, di oppressione e la soggettivazione costruita ad uso e consumo del capitale. Si tratta di ricostruire un proprio “punto di vista” sulla realtà e, sulla base di questo, stabilire un posizionamento politico autonomo, con l’ambizione di rappresentare i lavoratori salariati precari e non, i disoccupati interfacciandoli coi movimenti sociali di genere e ambientali. C’è anche, urgente, la necessità di definire i contorni di una nuova solidarietà di classe coi lavoratori e i disoccupati immigrati, oltre l’umanitarismo generico, tipico della tradizione cattolica.

 

Il “sogno” di Lenin

Sappiamo che questo è necessario, ma sappiamo anche che non avremo un immediato e magico recupero di consensi e radicamento sociale. Ormai i “buoi sono scappati dalla stalla” e la crisi del capitale non ha prodotto una prateria per noi da occupare. Davanti a noi c’è un territorio in cui si sono stabilite e radicate altre forze, il Movimento cinquestelle e la Lega, ad esempio, cui bisognerà contendere il terreno, avendo la consapevolezza che il processo di maturazione delle classi subalterne è complicato e contraddittorio a causa della loro composizione eterogenea, fatta di strati diversi e differenziati, che maturano coscienza per esperienze diverse e in tempi diversi.

Si tratta di un lavoro lungo e il «sogno», per dirla col Lenin del Che fare!, è necessario. «Bisogna sognare!» diceva perché il sogno consente di oltrepassare quello che sembra essere il corso naturale degli eventi, può incoraggiare e rafforzare l’energia di chi lotta. Senza sogno, senza quella capacità di andare oltre il presente e prevedere con l’immaginazione il quadro compiuto dell’opera, ci mancherebbe la motivazione a cominciare e a condurre a termine il disegno. Di sogni di questo genere, concludeva, ve ne sono disgraziatamente troppo pochi nel nostro movimento.