Siamo soli! Il male di vivere nella postmodernità capitalistica

di Diego Giachetti

Nelle grandi città, come nei piccoli centri si muove una grande o piccola “folla solitaria”. Persone che s’incrociano, si sfiorano, camminano l’una accanto all’altra, frequentano gli stessi luoghi di svago o di lavoro, partecipano a rassegne culturali, inondano musei e mostre d’arte, urlano, scalpitano, toccandosi in un grande ballo collettivo durante i concerti musicali di massa, ma non si conoscono, né hanno interesse a farlo. È questo un aspetto della moderna società capitalistica, detta di massa dalla sociologia, composta da altrettante “persone massa”, opache, senza storia collettiva. Tale tendenza si è accentuata con la forma attuale del capitalismo neoliberista, che ha riproposto la concezione dell’individuo che precede la società e la storia: la società non esiste – disse a suo tempo Margareth Thatcher – esistono solo gli individui, in perenne competizione fra loro.

Individualismo e fragilità sociale

L’individualismo è causa ed effetto della solitudine, conseguenza delle politiche neoliberiste dell’ultimo trentennio le quali hanno posto le condizioni per lo smantellamento del tessuto sociale solidale e di classe, esaltando la libertà-liberista che mercifica sentimenti e relazioni a scapito della costruzione di affinità elettive. La libertà-liberista ha invaso la dimensione relazionale della vita uniformandola a modelli e consumi imposti dal mercato dei prodotti e delle idee, ha reso impotente l’azione collettiva, ha paralizzato quella politica. Quest’ultima brilla sempre più per la sua “insignificanza locale” rispetto a decisioni e scelte dettate e prese da organismi sovranazionali, centralizzati e ramificati internazionalmente.

La società è costituita da rapporti di produzione e di socialità relazionale e affettiva. Se si rompe la solidarietà sociale, la solitudine dilaga tra ceti professionali e di lavoratori atomizzati e spappolati dalla frantumazione del mercato del lavoro, che separa e divide le persone in figure contrattuali “tipiche” e “atipiche”, in contratti-relazioni “determinati”, “indeterminati”, a “termine”, “rinnovabili”, “precari”, in nero, part time, che distingue tra “esternalizzati”, “appaltati”, interinali. La precarietà del lavoro rende precaria la vita privata. Si prendono impegni a breve termine, i legami sociali e sentimentali sono provvisori, poiché il futuro prossino è incerto. Questo stato di insicurezza produce “anomia che significa tessuto sociale lacerato, caduta della partecipazione a tutti i livelli”[1].

La destrutturazione della vecchia intelaiatura sociale, costitutiva di movimenti sociali e dei lavoratori, ha lasciato il campo a gruppi statistici di persone che camminano in direzioni opposte, senza prospettive e progetti comuni. Quando i facenti parte di un aggregato statistico si trovano nella condizione di essere vicini fisicamente e hanno casualmente un argomento di attenzione comune, possono diventare una folla, un insieme di persone disordinatamente in contatto, non coordinate e senza una finalità precisa. Si costituisce così una società fragile con una popolazione amorfa, emotiva, soggetta a scoppi improvvisi in cui gli individui sono più esposti al rischio della manipolazione da parte delle élite del potere e predisposti ad abbandonarsi a leader improvvisati, meteore che possono assumere significati e indirizzi politici nefasti.

Il male di vivere

Le relazioni interpersonali e affettive registrano cambiamenti e difficoltà, diventano motivo di stress, fatica di vivere, una vera e propria minaccia alla «sostenibilità umana» del sistema sociale contemporaneo, come denuncia il World Economic Forum, nel suo Global Risk Report del 2019, ripreso in un articolo dal «Corriere della sera» (https://www.corriere.it/firme/mauro-magatti). Diversi gli indicatori che segnalano l’aumento del male di vivere: nel 2017 quattro intervistati su dieci ammettevano di vivere con molte preoccupazioni e stress, 3 su 10 di dover fare i conti col dolore fisico associato a malattie di diverso tipo, 2 su 10 di provare rabbia. Parallelamente sono in crescita fenomeni quali la depressione e i disordini ansiogeni: del 54% a del 42%, tra il 1990 e il 2015. Secondo altre stime, le persone con problemi di salute mentale a livello mondiale sono più di 700 milioni. Le ricerche evidenziano la correlazione tra male di vivere e solitudine, fenomeno in aumento in vari paesi del mondo: ad esempio, in Gran Bretagna il 22% della popolazione dichiara di soffrirne.

Solitudine, male di vivere non sono aspetti riconducibili solo e unicamente a caratteristiche biologiche e genetiche dell’individuo anzi, principalmente riflettono un malessere sociale dovuto alle trasformazioni strutturali del modo di vita. Un dato è abbastanza significativo: nei Paesi europei, la percentuale di famiglie costituite da una sola persona è raddoppiata negli ultimi 50 anni. In Italia, secondo i dati Istat, le famiglie composte da una sola persona nel 1971 erano il 12,9% del totale, nel 2001 il 24,9%, nel 2015 il 31,1% ( circa una famiglia su tre), Varie le ragioni dell’incremento che vanno dai mutamenti demografici e sociali, primo fra tutti il progressivo invecchiamento della popolazione, all’aumento delle separazioni e dei divorzi e alla crescita sostenuta di cittadini stranieri che, almeno quelli di prima generazione, vivono in famiglie prevalentemente unipersonali. Nelle grandi città il fenomeno è ancora più rilevante: a Milano le famiglie con una sola persona sono il 40%, a Torino il 40,5%., a Parigi al 50%, Stoccolma addirittura al 60%, il centro di Manhattan segnala il record del 90%.

Sono dati che rivelano l’indebolimento delle reti relazionali sociali, confermati in generale dal calo del numero di amici e amiche per persona, mentre si è triplicata la quota di coloro che dichiarano di non avere nessun amico. L’accelerazione frenetica della vita, la velocità del consumo individuale di essa non aiuta certo l’intreccio relazionale né, soprattutto, la costruzione di legami di amicizia e solidarietà stabili e duraturi nel tempo.

Conseguenze umane del capitalismo “accelerato”

Nei paesi industrializzati il capitalismo si presenta nella sua forma nuda: la produzione di plusvalore relativo attraverso l’aumento costante della produttività, a scapito della salute fisica e mentale di chi produce ed è costretto a vivere in una frenesia tale da diventare spesso distruttiva: è una malattia che contagia anche chi non produce e vive nell’ansia spasmodica della ricerca di un posto di lavoro. La vita degli individui diventa sempre più frenetica, le cose da fare aumentano senza coinvolgerli veramente. Il capitalismo è il motore dell’accelerazione sociale: tutto il tempo diventa merce e va conquistato alla valorizzazione del capitale, non solo quello della produzione ma anche quello della riproduzione della vita. Il capitalismo contemporaneo, sostiene Jonathan Crary nel suo libro 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno, (2015), vuole tutto il tempo della persona la quale deve essere aperta alla produzione e al consumo 24 ore su 24 per i sette giorni della settimana. Ogni momento è buono per lavorare, comprare, giocare, intrattenersi sui social network. Una presenza, quella del capitalismo nella nostra vita quotidiana, che Crary non esita a definire ossessiva, che ci condiziona imponendo il disumano principio di una «operatività incessante». La vita accelerata, la frantumazione del tessuto sociale e solidale, ha sottratto agli individui quel reticolo collettivo grazie al quale potevano ancora condividere la solitudine e il male di vivere. Oggi si è soli da soli e non più assieme agli altri, dentro una società caratterizzata dalla perdita di senso e di prospettive, senza più idee, progetti e utopie.

Lotta di classe contro la solitudine

La lunga crisi apertasi nel 2008 ha prodotto, per dirla con le parole dell’istituto di ricerca Censis, prima una società che, constatando la perdita di posizione di status e di soddisfazione di vita, diventava “rancorosa”, per poi “incattivirsi”, preda di un “sovranismo psichico, prima che politico”, cioè l’incapacità di mettersi nei “panni dell’altro”, per comprenderne le ragioni e le motivazioni e provare a risolvere assieme i problemi. La crisi di empatia produce “cattivismo” dovuto al prevalere unicamente di relazioni strumentali stabilite per tornaconto personale, pertanto deboli, fragili e vulnerabili. In nessun gruppo siamo perfettamente a nostro agio, difatti i nostri luoghi relazionali sono sempre più simili alle stanze degli hotel, nei quali il soggiorno è breve e temporaneo.  Reagire mettendosi in relazione con altri non è facile, in primo luogo perché non si è più abituati, l’educazione alla solitudine, all’individualismo, all’atomizzazione sociale ci ha segnati facendo di ognuno di noi un impedimento al legame relazionale.

Una società frantumata rende più difficile la presa d’atto collettiva delle contraddizioni nelle quali si è intrappolati e quindi più problematica la costruzione di un’azione collettiva per superarle. Il rifiuto e la ribellione non sono eliminati, ma ridotti a spinte del “cuore”, a impulsi emotivi individuali in un vuoto di progettualità organizzativa e di memoria storica. Si teme o si rifiuta di sperimentare, vivere e costruire qualcosa di stabile e duraturo, perché si ha paura d’essere imprigionati. Si teme l’organizzazione collettiva e duratura che vada oltre l’incontro occasionale nelle piazze o in scadenze di lotta “stagionali” dove spesso si vuole partecipare come individui non organizzati.

Mentre il sociale si frantuma in un tripudio di individualità l’una contro l’altra scagliate, la concentrazione della ricchezza è cresciuta attorno a una cerchia sempre più ristretta di persone che detengono un potere immenso sul quale l’individuo, “libero” nella sua soggettività, non ha alcuna possibilità di controllo, neppure di un minimo di condizionamento. Mentre ci dicono che finalmente tutti siamo liberi di scegliere ciò che siamo, saremo o potremmo essere, poche persone scelgono e decidono per tutti noi e indipendentemente da noi. All’epoca della sua ascesa come nuova classe dirigente la borghesia si faceva interprete di un grande fine: la liberazione della personalità nell’ambito di ciò che è pubblico. Tale liberazione però è possibile soltanto se l’uomo diventa padrone della propria organizzazione sociale, altrimenti questa continuerà a sovrastarlo come un destino ferreo.

La soluzione va ricercata nella ricostruzione di reti sociali reali, di luoghi di partecipazione e confronto, di elaborazione di coscienza collettiva e di vocabolari motivazionali che diano senso all’agire comune. Solo ritornando assieme, abbandonando senza alcun rimpianto l’idea neoliberista di libertà del singolo individuo, propagandata dai vincitori negli ultimi decenni, si può riconquistare la libertà personale, perché essa non può che nascere e sostenersi in un progetto comune e condiviso, poggiante su una solida rete di organizzazione sociale, possibilmente di classe, che si esprima in una forma politica capace di indurre il cambiamento.

[1] Luciano Gallino, L’impresa irresponsabile, Torino, Einaudi, 2005, p. 254.