Legittima difesa… “solo” una legge?

di Antonello Zecca

Non si tratta di una misura “minore”, come qualcuno potrebbe pensare, magari accecato da un economicismo piuttosto volgare.
Non si tratta di una misura da derubricare nel novero delle varie ed eventuali.
Non è solo un dispositivo legale. E’ una vera e propria antropologia, un condensato dell’ideologia della Lega.
E’ espressione e, al tempo stesso, un ulteriore tassello nel rafforzamento dell’egemonia populista reazionaria in questo paese.
La Lega ha saputo rispondere, da destra, a una società in crisi di prospettive, sfilacciata e impaurita, sfibrata e in cerca di un futuro che si configura sempre più come una riedizione del passato: nostalgico, consolante, anestetizzante e tremendamente, tremendamente soffocante.
Coerente con la sua base sociale originaria (la piccola borghesia produttiva, dei servizi e delle professioni del Nord), la Lega ha saputo agire trasversalmente anche su diverse classi e frazioni di classe, sulla base di una visione del mondo e su parole d’ordine in grado di creare una comunità fittizia regressiva.
Ciò le ha permesso di tenere insieme in un unico blocco sociale interessi divergenti e di sfondare anche al Sud, che è anzi oggi paradossalmente (ma non troppo) un suo importante bastione (interessanti le osservazioni del numero due della Lega, Giorgetti, sulla necessità di un ricambio del personale politico della Lega al Nord).
L’individualismo proprietario, espresso in forma apologetica in questa legge, ne è un collante decisivo.
Comunità apparente, isolamento reale; sicurezza apparente, reale guerra di tutti contro tutti
Occorrerà verificare la capacità di governare questo blocco sociale in modo che non sia incoerente con le necessità della grande borghesia italiana e con quel pezzo di borghesia più dinamico sul piano economico, dentro una nuova crisi che si annuncia sempre più vicina, senza dimenticare la posizione della Lega in rapporto allo Stato e ai suoi apparati, con i quali ancora esistono contraddizioni rispetto al ruolo che essi hanno di curatore degli interessi generali di riproduzione la più ordinata possibile dei rapporti sociali capitalistici.
Anche i rapporti di forza politici giocheranno un ruolo determinante in questa partita.
Abbiamo però anche occasione di riflettere su un dato fondamentale che, astraendoci per un momento dalla taglia attualmente ridottissima, quasi evanescente, della sinistra di classe in questo paese, questa legge ci offre: non esiste formazione di una classe “in sé”, cioè di un movimento dotato di sue organizzazioni e istituzioni proprie in grado di esercitare egemonia nella formazione di un blocco sociale anticapitalista a sua guida, senza una visione complessiva, senza un’ideologia mobilitante, senza una prospettiva che non è immediatamente riducibile alle rivendicazioni economiche. Queste sono ovviamente essenziali, ma non sono esaustive del processo di costruzione dell’unità di classe.
Ogni rivendicazione democratica, ogni rivendicazione contro le diverse oppressioni, anche la più piccola, è un passaggio necessario per la formazione di un movimento unito delle classi lavoratrici, le quali non sono concepibili come un blocco omogeneo (la mitologica classe operaia bianca, maschile e etero), ma come un campo di forza attraversato da molteplici tensioni, interessi immediati, condizioni di vita, culture, etnie, religioni, generi ecc… che, in assenza del mutuo riconoscimento, sono sfruttati dai capitalisti per imporre divisione e competizione interna.
Ma c’è di più: ogni misura, ogni provvedimento, antidemocratico, individualizzante, oppressivo, anche non direttamente attivo sul terreno economico e del rapporto Capitale/Lavoro salariato, costituisce un ostacolo altrettanto grande al processo di costruzione dell’unità della classe sfruttata, della grande maggioranza della società.
Ed ecco che torniamo al punto di partenza: la legge sulla cosiddetta legittima difesa è dunque un ulteriore elemento di contrasto alle possibilità di costruzione di unità delle classi subalterne: inserisce un cuneo, pone un solco ancora più grande allo sviluppo di un approccio solidaristico, necessario a ricostruire questa unità.
E’ una legge di guerra e di competizione, une legge che fa dello spirito della piccola borghesia arrabbiata lo spirito dell’intera società, foriera di nuovi lutti e tragedie.
Una legge da combattere senza se e senza ma, così come il governo di cui è espressione.