ELEZIONI REGIONALI 2019 – QUELLO CHE LA SARDEGNA RACCONTA

di Antonello Zecca

Cedere alla tentazione di considerare decisiva o di enfatizzare eccessivamente ogni singola tornata elettorale è una cattiva abitudine da abbandonare.

Tuttavia, le recenti elezioni regionali in Sardegna danno alcune indicazioni rispetto alle tendenze politiche in corso che sarebbe sbagliato non valutare adeguatamente.

Il contesto generale in cui si sono svolte ha prodotto una particolare attenzione verso questa scadenza, forse caricata di significati talvolta impropri data la specificità della situazione sarda, ma comunque termometro non trascurabile dell’attuale stato di salute delle diverse forze politiche in essa impegnate, sia per quelle di governo che per quelle dell’opposizione parlamentare, ma anche per la sinistra radicale nel suo complesso.

Guardando nel dettaglio, queste tendenze risulteranno più chiare

UN PO’ DI NUMERI

L’affluenza alle ultime elezioni regionali è stata del 53,77%, circa 790.700 votanti, in leggerissimo aumento rispetto alla stessa tornata del 2014, quando si era fermata al 52,58%, ovvero 774.939 elettori ed elettrici. Nel 2009, però, l’affluenza era stata decisamente superiore, ben al 67,58%.

Sette candidati in lizza, di cui tre (Christian Solinas – centrodestra; Massimo Zedda – centrosinistra; Vindice Lecis – Sinistra Sarda) in coalizione e quattro (Francesco Desogus – M5S; Mauro Pili – Sardi Liberi; Andrea Murgia – autodeterminazione; Paolo Maninchedda – Partito dei Sardi) espressione di singoli partiti. Questi i risultati:

 

(voti al candidato presidente)

Christian Solinas             Centrodestra      47,81%

Massimo Zedda              Centrosinistra    32,93%

Francesco Desogus         Movimento 5 Stelle        11,18%

Paolo Maninchedda      Partito dei Sardi               3,35%

Mauro Pili                         Sardi Liberi         2,31%

Andrea Murgia                Autodeterminazione       1,82%

Vindice Lecis                    RC-PCI-Sinistra Sarda      0,59%

(voti di lista – liste rappresentate nel parlamento italiano)

Movimento 5 Stelle       Desogus 9,71%

Lega Salvini Sardegna   Solinas  11,36%

Forza Italia                        Solinas  8,01%

Fratelli d’Italia                 Solinas  4,72%

Partito Democratico      Zedda   13,45%

Liberi e Uguali                  Zedda    3,82%

 

C’È CHI VINCE E C’È CHI PERDE

Il Centrodestra

Uno sguardo, pur sommario, alle percentuali ottenute dalle singole liste è sufficiente a capire che il vincitore delle regionali sarde è senza ombra di dubbio il centrodestra. Rispetto alle regionali del 2014 la coalizione sale in termini percentuali (dal 43,89% al 51,64%) e assoluti (da 299.349 a 365.323 voti), in presenza, come abbiamo già visto, di un leggero aumento della partecipazione. C’è da dire che quest’anno è stato maggiore il numero di liste della coalizione, 11 contro 7 nel 2014, quindi più ampia la possibilità di raccattare voti anche nei Comuni più piccoli. Tuttavia, è reale la crescita di 66.000 voti assoluti e l’egemonia che questa compagine esercita oggi nella Regione. Rispetto al 2014 è però cambiata la composizione interna del centrodestra: a trazione forzista in occasione delle precedenti regionali, a trazione leghista in questa ultima circostanza. Sebbene i risultati della Lega Salvini Sardegna siano stati certamente al di sotto delle aspettative del suo segretario, non si possono sottovalutare gli 80.000 voti circa ottenuti alla prima presentazione elettorale nella Regione, e la guida dell’intera coalizione con un candidato presidente sua espressione. Questa situazione riflette certamente il cambiamento dei rapporti di forza tra la Lega e Forza Italia, sebbene lo scarto in Sardegna sia sicuramente minore che in penisola. Segno che, sul piano locale, consorterie più tradizionali legate a interessi più limitati e specifici sembrano tenere meglio, seppure siano comunque in difficoltà.

D’altro canto, non si può non menzionare l’apporto decisivo che le liste autonomiste hanno fornito a questa coalizione. In particolare, il Partito Sardo d’Azione, con un passato di alleanza con il centrosinistra, poi approdato al centrodestra, ha ottenuto una percentuale del 9,90%, equivalente a 69.892 voti reali. Senza il sostegno di queste liste, Christian Solinas avrebbe avuto una notevole difficoltà a spuntarla con un margine così ampio su Zedda. Certo, una fine ingloriosa per il partito che fu, tra gli altri, di Emilio Lussu.

Il Centrosinistra

La coalizione di centrosinistra esce sconfitta dalle urne: dal 42,45% nel 2014 al 32,93% attuale, con una perdita secca di voti di 62.627 voti. Questa volta il numero di liste componenti della coalizione era minore, 8 contro 11, con un Partito Democratico che scende dal 22,06% al 13,48%, attestandosi, però, ancora come primo partito dell’isola. Diversamente dal 2014, nella coalizione di centrosinistra non sono stati presenti il PRC e il PCI (allora Comunisti Italiani), mentre ne ha fatto parte a pieno titolo LeU (allora SEL). In questo risultato, influiscono senza dubbio i cinque anni di governo regionale, in cui la compagine a guida PD non ha risolto, o affrontato, i gravi problemi sociali e ambientali che affliggono l’isola, aggravando a volte la situazione. Ad esempio, la riorganizzazione del sistema sanitario con l’apertura a una gestione privatistica e l’allungamento delle liste d’attesa, o l’assenza completa di iniziativa sul terreno delle servitù militari italiane. Un leggero aumento dell’occupazione, per la grande maggioranza precaria e mal pagata, può difficilmente essere annoverato come un successo sfavillante.

Il Movimento 5 Stelle

È indubbiamente il grande sconfitto. Non si era presentato alle precedenti elezioni regionali, quindi è inevitabile che il raffronto passi con la tornata elettorale precedente più vicina, quindi le politiche del 4 marzo 2018. A fronte di un’affluenza del 62,61%, il M5S aveva ottenuto il 42,48%, ovvero 369.196 voti, a fronte del 9,72% attuale, ovvero 68.636 voti. Si tratta di un vero e proprio tonfo, dovuto indubbiamente a diversi fattori concorrenti. Non si può certo escludere la delusione di alcune fasce di elettorato per il primo anno di governo con la subordinazione all’alleato Salvini; ci sono anche ragioni più specifiche e contingenti, come la scelta del candidato, certamente poco conosciuto a livello di massa, ma anche le difficoltà di gestione interna, con l’espulsione dal Movimento di due figure, Roberto Cotti e Giulia Moi, il primo noto per le battaglie antimilitariste, la seconda per quelle ambientaliste. Certamente, due figure scomode rispetto al palesarsi della natura reazionaria di fondo del M5S e della chiarificazione del suo corso politico, ma be note in ambienti di movimento. Avrebbero avuto sicuramente maggiori chance e un risultato sicuramente superiore a Desogus. Ha inciso anche l’assenza di apparentamento del M5S con liste civiche, che, per la peculiarità del sistema elettorale regionale sardo (che prevede uno sbarramento del 10% per le coalizioni e del 5% per le liste non collegate) fungono da raccoglitori di voto anche in aree più remote dove è scarso, o del tutto assente, il radicamento pentastellato. Non è un caso che Di Maio abbia posto la revisione del divieto di stringere alleanze con liste civiche, ma stia anche spingendo per eliminare il vincolo dei due mandati, che, dal punto di vista delle istituzioni borghesi, pone un freno alla formazione di un ceto dirigente adeguato e radicato.  C’è tuttavia da stare attenti a suonare le campane a morto per il M5S. La contemporaneità della prima erogazione del reddito di cittadinanza (pardon, di sudditanza) con la tornata elettorale europea, potrebbe ridurre le perdite e attenuare una forte tendenza al ribasso che però è operante.

VENTI DI ASTENSIONE

Anzitutto, l’astensione, che sta diventando un dato strutturale, comune a praticamente tutti i paesi a capitalismo avanzato. L’Italia, tradizionalmente avulsa da questo fenomeno, ne sta facendo esperienza ormai da molti anni. Vedremo la percentuale di affluenza alle Elezioni Europee, ma è chiaro che la delusione per l’incapacità di rispondere ai propri bisogni sociali spinge una fetta sempre più ampia di elettorato verso la cosiddetta area del non-voto. Sarebbe interessante verificare la composizione sociale di quest’area, in Sardegna e più complessivamente, ma è chiaro che colpisce principalmente settori di classi popolari, come è visibile in tutte le tornate elettorali, da quelle amministrative, a quelle regionali, fino ad arrivare alle politiche. È però esercizio ozioso provare a caratterizzare precisamente un’area così vasta e socialmente composita a positivo. È possibile farlo solo a negativo, comparando cioè le diverse tornate e analizzando i flussi elettorali.

A proposito di flussi elettorali e astensione, emerge un dato molto interessante per ciò che riguarda il M5S, che, almeno parzialmente, può spiegare i contorni della batosta. Abbiamo già detto dell’impressionante emorragia di voti rispetto alle politiche 2018, ma occorre anche valutare la direzione che hanno preso i voti in uscita. Dallo studio dei flussi elettorali, emerge che, fatto salvo 100 il numero di elettori totali del M5S lo scorso 4 marzo 2018, l’8% si è spostato sul centrosinistra, il 10% sul centrodestra e solo il 15% ha riconfermato il voto al Movimento. Sulla base di dati analizzati, rispettivamente, sulle città sarde più popolose, Cagliari e Sassari, l’uscita verso l’astensione ha caratterizzato ben il 65% degli elettori del M5S. Al tempo stesso, anche il 31% degli elettori di FI e il 41% di quelli della Lega alle politiche 2018, hanno optato per l’astensione, mentre solo il 9% degli elettori del PD. Per quanto riguarda la seconda città presa in esame, l’astensione ha colpito il 23% degli elettori del PD, il 48% di quelli del M5S, il 58% di FI e il 58% della Lega.

A tal proposito, non è chiaro quanto il recente movimento dei pastori abbia interloquito o abbia influenzato queste elezioni regionali. La sua esplosione in stretta prossimità con la data fissata per le elezioni, il suo andamento carsico (ci sono stati già altri movimenti di questo tipo in passato) e la sua trasversalità politica, rendono difficili queste letture. Non è escludibile, però, che chi ha partecipato al movimento abbia optato per l’astensione e influenzato anche alcune fasce di elettorato in tal senso (in particolare il M5S, che in altri tempi avrebbe potuto essere un recettore “naturale” di queste mobilitazioni).

 

IL RITORNO DEL “VOTO UTILE”

L’astensione ha quindi colpito trasversalmente tutti i maggiori contendenti, eccetto il PD, ed è questo un dato su cui riflettere. Pur nella sconfitta, infatti, è possibile affermare che il centrosinistra abbia sostanzialmente mostrato segnali di controtendenza anche rispetto al quasi coevo risultato abruzzese. Colpisce anche la forte tenuta di Zedda, come voto personale, a Cagliari, con il 44,38% delle preferenze (quasi 7.000 in più delle liste che lo sostenevano).

Diversi fattori sono all’opera. Questi segnali di controtendenza per il centrosinistra, ancora allo stato potenziale, mostrano che il fattore del “voto utile” comincia a giocare nuovamente un ruolo. A fronte di un’avanzata della destra radicale di Salvini, coadiuvata dal M5S, è molto probabile che una fetta non trascurabile dell’elettorato che intende opporsi in qualche modo (anche illusoriamente, ma sul piano soggettivo è quella l’intenzione) al leader della Lega e al suo partito, abbia cominciato a valutare uno spostamento verso l’area più consistente percepita in opposizione ad essi. C’è poi la figura di Zedda, relativamente giovane e percepita come meno compromessa con il vecchio apparato di partito. Infine, un’immagine più spostata a “sinistra”, rispetto al periodo renziano. Tre ingredienti che sembrano poter favorire il progetto di Nicola Zingaretti, segretario in pectore del PD, che fa di questi elementi i punti fermi del suo progetto. Un progetto che sta già esercitando la sua funzione di richiamo per il ritorno all’ovile di pezzi di “sinistra radicale”, che hanno difficoltà a resistere al richiamo della foresta. LeU, con Sinistra Italiana, ha infatti fatto anche qui parte della coalizione di centrosinistra, dopo l’Abruzzo. Il risultato superiore al 3% è ulteriore conferma di ciò che appare chiaro anche all’elettorato di riferimento, e cioè che la loro funzione congeniale sia quella di ala sinistra del centrosinistra. Non è un caso infatti che, in questa veste, i risultati elettorali di questa compagine siano migliori delle circostanze in cui si siano presentati da soli.

 

E LA SINISTRA RADICALE?

È una domanda che occorre porsi, di fronte all’ennesima disfatta annunciata

Una coalizione di due organizzazioni con proiezione nel resto dello Stato italiano che non riesce neanche ad arrivare all’1%, non può che essere fonte di scoramento e di demoralizzazione. nella precedente tornata elettorale i voti raccolti dalle due formazioni insieme erano stati 13.000, oggi poco più che 4.000. Una perdita secca di circa 9.000 voti.

Appare chiaro che non ci fosse uno spazio politico per questa opzione, che la rinnovata tendenza al voto utile al centrosinistra e la sfiducia e la diffidenza verso le tradizionali espressioni della sinistra radicale in questo paese rendesse particolarmente impervia la strada, ai limiti dell’impraticabilità. Dopo essere di fatto stati corresponsabili del governatorato del centrosinistra nei cinque anni precedenti questa tornata elettorale, i componenti della coalizione Sinistra Sarda si sono trovati stretti tra riscoprire l’autonomia e mantenere comunque la possibilità di rapporti con il centrosinistra (il candidato presidente aveva infatti dichiarato di non potersi alleare con un centrosinistra a trazione renziana, dunque democristiana, non certo con il centrosinistra tout court). Il tutto, però, in un vuoto di radicamento sociale che non poteva dare buoni frutti.

Probabilmente, la débacle sarda potrà essere di una qualche utilità se se ne trarranno le indicazioni più generali. Non ci sono formule, né alchimie politiciste o elettoraliste, né generici appelli all’unità che tengano. Non è aggirabile un lavoro di ri-radicamento sociale, di costruzione di un nuovo immaginario e di un’esperienza che coinvolga anche una nuova generazione politica. Non si può pensare di fare a meno di un’opposizione politica e sociale radicale nei confronti dell’esistente e dei suoi rappresentanti, che costruisca la sua credibilità a partire dai territori e dal lavoro sindacale, che contribuisca a rilanciare il protagonismo organizzato delle classi subalterne.

Paradossalmente, la parabola ascendente dello stesso M5S dei primi tempi ha qualcosa da insegnare a chi intende ricostruire una sinistra di classe credibile, efficace e all’altezza della fase storica che stiamo vivendo: ripartire dal locale, radicandosi territorialmente; individuare pochi temi caratterizzanti e agire sistematicamente costruendosi su di essi; essere intransigenti contro la politica dei difensori dello status quo; mettere in piedi una narrazione in grado, su queste basi, di connettersi a settori ampi delle classi lavoratrici, una narrazione nella quale riconoscersi e da fare propria, che possa mobilitare e trasformarsi in forza politica e materiale; sperimentare, anche sul piano elettorale, coalizioni e convergenza a partire dalle grandi città.

Non si tratta di un processo a breve scadenza, e siamo già in ritardo. Tuttavia, è meglio essere consapevoli che non esistono scorciatoie, piuttosto che seguire sempre le stesse consunte strade per ritrovarsi al punto di partenza, solo più stanchi, con meno energie e meno motivazione.

Come la ruota di un criceto.