Omaggio al Kurdistan. Note dalla marcia da Lussemburgo a Strasburgo

di Gian Luigi Deiana

DALLA CORTE DI GIUSTIZIA AL CONSIGLIO D’EUROPA

La marcia, partita il 10 febbraio, si è conclusa sabato 16 febbraio a Strasburgo con una manifestazione di 20mila persone; era il 101° giorno di sciopero della fame per Leyla Gulen; la situazione turco-curda oggi tanto è grave quanto è silenziata: per la connivenza dei governi, per l’omertà dei media e per l’indifferenza dell’opinione pubblica; essa costituisce oggi una assoluta priorità: chi di noi vi si dedica auspica che la rete di solidarietà si estenda in modo visibile e in campo aperto –

VITAMINA B

(Marcia internazionalista per la libertà di Ocalan, primo giorno: Saarbrucken, Città del Lussemburgo, Schengen). A Saarbrucken nel gelido pomeriggio di domenica abbiamo avuto il primo incontro dei gruppi, una gioiosa mescolanza delle lingue europee nella casa comune dei kurdi della Saar; la gioia ha sempre una lingua sola; siamo comunque in Germania e la sede di Saarbrucken ha soltanto una ragione logistica per il trasferimento di domani in Lussemburgo: in Grmania i curdi hanno diritto di associazione, e infatti hanno provveduto nel tempo a dotarsi di luoghi di riunione diffusi nelle aree di maggiore immigrazione, ma hanno anche il divieto di manifestazione politica e persino di esposizione in pubblico delle loro bandiere, in obbedienza agli accordi di governo pattuiti tra la liberal Merkel ed il fascista Erdogan: e questo è il risvolto opposto alla nostra gioia; a Lussemburgo i bus affiancati nel parcheggio devono recare le indicazioni di viaggio: il nostro è segnato con la scritta ‘corte europea di giustizia’, e curiosamente quello a fianco reca l’indicazione ‘banca europea degli investimenti’; anche i rispettivi passeggeri sono visibilmente diversi: la contraddizione presenta troppo spesso fianco a fianco due lingue intraducibili l’una nell’altra; a Schengen sostiamo sulla riva della mosella: questa sera sarà dedicata a registrare un messaggio della marcia a Leyla Guven, da poco liberata, che tuttavia prosegue lo sciopero della fame ormai giunto a 94 giorni; riceverà messaggi in tutte queste nostre lingue qui in strada, e quindi anche in lingua sarda; lo sciopero della fame procede anch’esso come una lunga marcia, con chi cade e chi subentra a chi è caduto; esso si estende senza rumore, perchè la sua lingua è muta; mi hanno detto qui che a parte la vita, la prima vittima dello sciopero della fame è la memoria, e che per evitarne la lesione permanente è indispensabile disporre di compresse di vitamina B1, e che è questa disponibilità che fa la differenza fra chi lotta fuori dal carcere e chi combatte dentro: questa stessa indisponibilità spiega cosa è una tortura; ora ripartiamo verso Metz, con la raccomandazione di avere i documenti pronti per i controlli di polizia alla frontiera: una processione internazionale come questa, al controllo dei passaporti proprio qui, al posto di frontiera di Schengen

IL CIELO SOPRA THIONVILLE

(contro il regime di isolamento sui prigionieri – secondo giorno)

Thionville è un antico insediamento sulla Mosella, in Alta Lorena, trafitto nell’ultimo secolo dalle miniere di carbone e dalle guerre mondiali; oggi le miniere sono chiuse e la città è circondata da vaste periferie fantasma; gli scheletri delle case di un tempo si stagliano come sentinelle morte nel grigio cupo della mattina; Thionville fu la prima vera capitale di Carlo Magno: nell’anno 806 egli vi emanò il primo importante capitolare del Sacro romano inpero, quando nel vano tentativo di contrastare la degenerazione schiavistica dei poteri feudali si risolse a dividere l’impero in tre regni fra i suoi figli, impegnandoli a tutelare i diritti servili: era il capitolare di Thionville, appunto; quando stavamo entrando in città, in pieno pomeriggio, il cielo si è aperto e nell’azzurro invisibile da giorni è comparsa una A grande grande, come tracciata da un angelo anarchico; quando ci siamo sistemati nella palestra della scuola, ornata di pitture di ragazzini, è venuta la sindaca a salutarci, una mamma con due bambini piccoli; con il più piccolo al collo e la bambina per mano ha tenuto un breve discorso a tutta questa carovana di testimoni di ogni dove; si è detta onorata a nome di tutta la città, per aver potuto dare un piccolo contributo di ospitalità e di sensibilizzazione sulla inaccettabile condizione carceraria imposta dal regime turco su Oçalan e i prigionieri curdi; la bambina era sorpresa dalla serietà delle parole di sua madre; in realtà avevamo appena terminato un collegamento via skipe con un giovane, uno dei quattordici patrioti in sciopero della fame a Strasburgo; la sicurezza e la definitività delle sue parole sono state sconvolgenti per tutti noi, che pure credevamo di esservi preparati; ha una età molto minore di quella dei miei figli, e quindi non ne posso proprio parlare; salvo per la scritta stampata sulla sua maglietta, in quanto è rivolta come messaggio estremo a tutti noi, cioè anche a te: BRISER L’ ISOLAMENT, ROMPERE L’ ISOLAMENTO

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LA CAROVANA STRAVAGANTE

(trans-europe kurdistan, terzo giorno)

la marcia di denuncia della pratica carceraria di isolamento, attuata con crudeltà in turchia sui prigionieri politici curdi, ha battuto ieri nel suo terzo giorno l’utero materno dell’europa che conosciamo oggi, l’antica Lotaringia, un luogo per dodici secoli in bilico tra la sacralità e la violazione; nella forma politica dei vescovati di Metz, Toul e Verdun è stato giocato nei secoli come il jolly della corona sul risiko continentale, dalle guerre di Carlo V alla pace di Westfalia, e di qui al tragico “fronte occidentale” delle due guerre mondiali; a Metz la carovana è stata accolta con gli onori istituzionali all’hotel de ville, il palazzo di città, e più tardi alla sede storica del Pcf della Mosella, con la partecipazione calorosa di sindaci e memorie partigiane; fu in questo bacino di immigrazione che i minatori socialisti sardi organizzarono in proprio, nel 1936, le sottoscrizioni di aiuto per la guerra civile spagnola, e fu il territorio della Mosella a dare a quel conflitto il maggior numero di volontari partiti dalla Francia; è molto importante che mentre i governi e le istituzioni della ue tengono la testa nella sabbia, e le dita sul portafoglio, le istituzioni locali parlino e si uniscano al grido; non è così dappertutto come è in Francia: ieri mattina la carovana giovanile dei curdi in Germania è stata bloccata a Mannheim, minacciata dalla polizia e ammaccata dai corpo a corpo: quello che in Francia è inviolabile, per quello che ci manifesta la gente che incontriamo o di cui fermiamo le auto, in Germania è verboten in esecuzione dell’ infame politica di appeasement concordata dal governo tedesco e dal governo turco: in Germania ai curdi è proibito manifestare; mentre ci disponiamo davanti alla stazione ferroviaria di Metz, in attesa del gruppo che viene dalla Germania, appare di nuovo il sole; la congiunzione fra le due carovane, quella internazionale e quella dei giovani picchiati a Mannheim, si è caricata di un pathos che alla mia età avevo ormai dimenticato; non si tratta di moti dell’emozione, ma dell’indole intima di questa gente e della tragicità della situazione che sta vivendo; nel numero siamo divisi in gruppi, per motivi pratici e per organizzare la sicurezza; il mio è il gruppo tre e mi trovo molto bene perché quasi tutti gli altri componenti hanno metà o un terzo dei miei anni; essi sono: cristine, di dresda; ritü, di helsinki; germàn, di teruel; finn, di amburgo; ejsa, di goteborg; cristina, di milano; vilàn, di qualche posto del kurdistan; poiché ho fatica con queste diverse lingue, mi trovo istintivamente a fissare le fisionomie, la gestualità e le espressioni; ma credo che un poco tutti qui stiamo vivendo giorni di reciprocità primitiva e insieme di coscienza tragica, poiché siamo qui essenzialmente per dare voce a decine di persone in sciopero della fame e a rischio imminente della propria vita; sabato 16, in contemporanea con la manifestazione di Strasburgo, ci sarà la manifestazione nazionale a Roma; in strada noi dobbiamo avere gilet fosforescenti, che per forza di cose sono gialli; io vi ho scritto sopra una precisazione: “je ne suis pas un gilet jaune, je suis un jeune coeur“; chi può vada alla manifestazione a roma: BRISER L’ ISOLAMENT, RENVERSER LE FASCISME LIBERER LE KURDISTAN

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“NOI NON VOGLIAMO MORIRE, È SEMPLICE”

(dentro lo sciopero della fame: quinto giorno)

quando arrivi a Strasburgo trovi subito il piacere apparente di una città rimessa a nuovo, coi tram aerodinamici e luccicanti su cui campeggia la scritta welcome in tutte le lingue della Ue; e polizia, almeno nel nostro caso: moto, furgoni e robocop sono comparsi in gran numero al nostro arrivo e l’incontro della marcia con “la greve de la faime”, previsto per stamattina è stato vietato dalla polizia; una trattativa proposta dai responsabili kurdi ha poi consentito l’accesso a una delegazione di cinque di noi; così in due minuti ci siamo spartiti la geografia del continente: e Christine (Dresda), Ritü (Helsinki), Paula (Ileida), Gea (Coimbra) ed io siamo entrati là dove abita da settimane lo sciopero della fame; i protagonisti di questa scelta, frères, brothers, hermanos, fratelli e sorelle, ci accolgono ad uno ad uno; si dispongono con noi in una piccola sala come il cenacolo dei dodici, senza cibo né crocifissione, e con una specie di serenità; sapevamo che non potevamo simulare una comune conversazione: chiedere “come stai” o dirsi “arrivederci”, in una situazione simile, assume un significato senza senso; e anche la domanda spontanea sulla condizione della sopravvivenza, affidata giorno dopo giorno all’acqua, al sale, allo zucchero e alla vitamina b, per un numero virtuale di giorni, settimane e mesi, resta sospesa nell’aria e spinge a terra gli sguardi; si alterano le distanze, si diventa talmente prossimi col cuore che le parole non ne trovano la misura, se si evita la nuda sincerità; le parole del giovane che avevo davanti, che mi ha chiesto della scuola e di Gramsci e Ocalan come sorridendo, spiegano quasi tutto: “non abbiamo domande da fare, all’europa, è l’europa che deve rispondere; noi non vogliamo morire: è semplice”; siamo usciti nel sole freddo del prato che si estende di fronte al palazzo del consiglio d’europa, ornato da ventisette bandiere incapaci persino di prendere vento; siamo usciti con un giuramento: la marcia continuerà; e con le condizioni scritte nella Greve de la faime di Strasburgo, mentre scocca tra nuovi arresti in Turchia il centesimo giorno di digiuno di Leyla Gulen:

BRISONS L’ ISOLAMENT, RENVERSONS LE FASCISME, LIBERONS LE KURDISTAN