Rosa Luxemburg, cento anni dopo. Perché abbiamo ancora bisogno di lei

Pubblichiamo volentieri un articolo del compagno Antonio Moscato che, in occasione dell’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, perpetrato il 15 gennaio 1919 ad opera dei Corpi Franchi reclutati dalla socialdemocrazia, perora in modo appassionato la necessità di riappropriarci del pensiero e dell’elaborazione di una donna la cui opera costituisce ancor oggi, forse ancor di più oggi, un patrimonio inestimabile e indispensabile per le lotte emancipatorie a venire


di Antonio Moscato

Sono passati cento anni dall’assassinio di Rosa e Karl, che sferrò un colpo preventivo non solo alla rivoluzione tedesca, ma a quella mondiale e alla stessa rivoluzione russa, condannata a un isolamento che avrebbe condizionato tutta la sua esistenza. Ancora trenta anni fa la loro morte era stata ricordata da una parte minoritaria ma non insignificante della sinistra, anche a Berlino, in polemica tanto con gli ultimi stalinisti che con la socialdemocrazia; oggi non siamo molti a commemorarla. La riscrittura della storia è andata avanti come un bulldozer, come si è visto un anno fa con le ricostruzioni ipocrite e criminalizzanti dell’Ottobre 1917, che sono diventate parte del senso comune della residua sinistra. Tuttavia questo non ha risparmiato a Rosa Luxemburg anche l’oltraggio di un’utilizzazione strumentale in contrapposizione a Lenin, presentato come un fanatico distruttore di una Russia altrimenti diretta a bandiere spiegate verso la democrazia…

Ho scritto parecchio su Rosa, in vari periodi, e come faccio abitualmente, prima di scrivere ancora sullo stesso argomento, sono andato a rileggere quel che avevo scritto su di lei. Non mi sembra che siano apparse novità significative sulla sua tragica vicenda. Per questo ho scelto di riproporre sul sito un ampio stralcio di un mio scritto di una ventina di anni fa (recuperato dall’ARCHIVIO del sito, nella sezione ormai poco frequentata I GRANDI NODI DEL NOVECENTO) che mi è parso ancora utile, mentre rinvio ai link di due saggi più impegnativi in cui avevo confrontato le rispettive posizioni di Rosa Luxemburg e di Lenin, ricostruendo le loro polemiche, senza sottovalutare l’enorme importanza dell’apporto di entrambi a un dibattito tuttora essenziale: Lenin, Rosa e il partito e Lenin, Rosa e la questione nazionale,aggiungendo poi anche un piccolo ricordo del generoso compagno di lotta che le fu vicino anche nella tragica morte, Una voce controcorrente: Karl Liebknecht

Mi è parso inutile scrivere ancora qualcosa di nuovo e diverso su di lei, avrei avuto bisogno dello stimolo di una polemica con i denigratori e falsificatori, mentre Rosa ormai lontanissima dai nostri poveri dibattiti non ha nemmeno l’onore dei tanti nemici che hanno vomitato calunnie su Lenin e Trotskij.

A volte viene ancora chiamata in causa contro il Lenin dell’autodecisione, inviso ai “campisti” nostalgici del “socialismo reale”, mentre è sempre più raramente ricordata per la sua esemplare intransigenza nei confronti di Kautsky e dei centristi della socialdemocrazia tedesca, e ancor meno per l’ostentato disprezzo nei confronti delle istituzioni. Qualcuno la ricorda per la commozione di carcerata di fronte a un bufalo aggiogato a un pesantissimo carro, o per l’attenzione a una cinciallegra che varcava le mura della prigione; da anni sento raramente ricordare la sua lucida analisi dei prestiti internazionali e del militarismo che rendono sempre attuale il suo libro L’accumulazione del Capitale.

Oggi, col pretesto del centenario, non è esclusa qualche rievocazione fuorviante, formalmente nuova ma alimentata da antiche diffidenze. Non vorrei che Rosa possa essere coinvolta in discutibili confronti con il Gramsci di più largo consumo, basato su un uso forzato di qualche frase criptica dei Quaderni per trasformarlo in anticipatore della via togliattiana al socialismo. La prima recensione sul Manifesto di un’antologia di scritti luxemburghiani pubblicata dagli Editori Riuniti con introduzione di Guido Liguori lo fa temere. [Mi riferisco alla recensione, non al libro, che non ho ancora potuto leggere dato che nel “borgo selvaggio” in cui vivo, e che aveva la pretesa di esser riconosciuta come capitale italiana della cultura, ha chiuso l’unica libreria].

Gramsci tra l’altro conosceva pochissimo della produzione di Rosa, come risulta dal fatto che la cita molte volte, ma quasi sempre come vittima della repressione e non come teorica del marxismo; inoltre fraintende il principale testo che cita, Sciopero di massa, partito e sindacato, definito un “libretto” nel quale “si teorizzano un po’ affrettatamente e anche superficialmente le esperienze storiche del 1905: la Rosa infatti trascurò gli elementi «volontari» e organizzativi che in quegli avvenimenti furono molto più diffusi ed efficienti di quanto la Rosa fosse portata a credere per un certo suo pregiudizio «economistico» e spontaneista”. La stroncatura proseguiva associandolo a una presunta opzione trotskiana per la guerra manovrata (che per giunta attribuiva a Trotskij una posizione diametralmente opposta a quella che aveva difeso nel Comintern).

Mi sembra un pericolo da evitare, non meno di quello di attribuire la sua sconfitta a suoi presunti errori, come aveva fatto lo stesso Guevara senza immaginare che a sua volta la sua morte isolato in una zona semidesertica della Bolivia sarebbe stata attribuita al suo “avventurismo” e a leggerezza nella preparazione dell’impresa, anziché alla scelta sbagliata del luogo e all’abbandono del nucleo guerrigliero senza rifornimenti e contatti in una zona inospitale da parte del partito comunista boliviano.

Rosa non è morta per caso, o per le sue illusioni spontaneiste, è stata assassinata ai margini di una grande mobilitazione di massa innescata da una provocazione del governo socialdemocratico: semplicemente non aveva avuto i mesi che Lenin ebbe per far crescere e indirizzare il dualismo di potere e per conquistare la maggioranza dei soviet. Le squadracce dei Corpi Franchi assoldate dal ministro socialdemocratico Gustav Noske hanno agito a freddo, cercando di decapitare preventivamente il movimento. E ci sono riuscite, creando un precedente che sarà usato moltissime volte in tanti paesi. (a.m.11/1/2019)

Perché ci serve ancora Rosa Luxemburg

Rosa Luxemburg ha avuto un ruolo straordinario nelle battaglie politiche e teoriche della socialdemocrazia negli anni in cui aveva raggiunto i maggiori successi e marciava a passi spediti verso il suo crollo. Aveva soprattutto previsto quella fine assai prima di Lenin, che pure era assai meglio inserito negli organismi dirigenti dell’internazionale socialista, e che per questo fu così sconvolto da quello che gli sembrava un sorprendente tradimento.

La maggior parte del “popolo di sinistra” oggi nomina almeno tre volte al giorno il cosiddetto “crollo del comunismo”, ma nessuno si ricorda della fine ignominiosa della seconda internazionale allo scoppio della Grande Guerra, né le mette in conto i milioni di morti di cui la socialdemocrazia fu corresponsabile con quella vergognosa capitolazione.

Proprio per la sua lungimiranza Rosa fu odiata e presto dimenticata nella socialdemocrazia, a parte qualche tentativo di riappropriazione truffaldina […] quando il bel film Rosa L della von Trotta riaccese l’interesse per la sua figura. Un operazione miserabile, che peraltro fu possibile solo perché non si sapeva praticamente più nulla di lei.

Perché tanta ostilità verso Rosa

Un’altra ragione dell’oblio fu l’ostilità nei suoi confronti manifestata anche da Stalin. Già nel 1925, quando imperversava la cosiddetta “bolscevizzazione” che avrebbe portato in pochissimi anni a imporre il centralismo staliniano a tutti i partiti comunisti e alla loro subordinazione alla burocrazia sovietica, una risoluzione del Comitato esecutivo allargato dell’IC aveva messo in guardia contro i “luxemburghisti”, sostenendo che era “impossibile assimilare il leninismo” (cioè la codificazione dogmatica fattane da Stalin) “senza tener conto degli errori di parecchi eminenti marxisti” tra cui Rosa Luxemburg. “Più questi teorici sono vicini al leninismo, più le loro concezioni sono pericolose nei punti dove ne divergono”.[1]C’era già completa la concezione di una “linea giusta” (una sola, quella decisa dal gruppo dirigente) e della pericolosità di ogni “divergenza” o “deviazione” dalla retta strada. Un ingrediente essenziale dello stalinismo, e il più tenace a morire.

In quel caso almeno la si collocava ancora tra gli “eminenti marxisti” e si rendeva “omaggio alla grandezza dell’opera di Rosa Luxemburg, che fu tra i fondatori dell’Internazionale comunista”. Ma era tra l’altro una doppia bugia: Rosa morì prima del Congresso di fondazione, e aveva comunque espresso il parere che non ci fossero ancora le condizioni per farlo. La stessa tesi fu sostenuta al primo congresso dal delegato tedesco Hugo Eberlein, le cui resistenze furono vinte solo grazie al clima di entusiasmo generale creato da alcune notizie – risultate poi infondate – sul dilagare della rivoluzione in Europa centrale e in particolare a Vienna

Ma nel 1932 Stalin, divenuto ormai “padrone” quasi assoluto del partito e dell’internazionale aveva sferrato un attacco ben più pesante a Rosa, assimilandola tra l’altro all’odiato Trotskij (tanto in URSS nessuno poteva più leggere né l’uno né l’altra). Come era sua abitudine, Stalin accusava i suoi avversari di “errori” diametralmente opposti alle loro reali posizioni. Così nell’articolo A proposito di alcuni problemi della storia del bolscevismo Rosa viene accusata di conciliazionismo con i centristi alla Kautsky. in contrapposizione a un Lenin implacabile loro nemico. In realtà era accaduto esattamente il contrario, come Lenin stesso ha ammesso in diversi suoi scritti.

Le falsificazioni di Stalin

Stalin, per trasformare Lenin in oggetto di culto, da venerare in un mausoleo, e da studiare zelantemente sotto la guida di sommi sacerdoti e di un “pontefice” del “leninismo”, doveva cancellare ogni traccia della sue evoluzione, che ha seguito “una curva ininterrottamente ascendente”, scrive Trotskij, ma è pur sempre un’evoluzione che supera una concezione per assumerne un’altra. Ammettere fasi diverse nel “leninismo” per Stalin ha lo stesso significato sacrilego che ha per un papa un’analisi storica e filologica della Bibbia, che la riconduce ai diversi momenti in cui fu scritta.

Impossibile per Stalin ammettere che “Lenin non è nato come un Lenin bell’e pronto, come viene raffigurato dagli sbavanti imbrattacarte che ne hanno fatto una ‘divinità’, ma si è venuto formando fino a diventare il Lenin che conosciamo. Lenin ha sempre allargato i propri orizzonti, ha imparato da altri e si è elevato quotidianamente a un livello più alto di quello del giorno precedente. Il suo spirito temerario trovò espressione in quella perseveranza, in quella tenace ricerca di una continua crescita spirituale tesa al superamento di se stesso. Se nel 1903 Lenin avesse capito e formulato tutto ciò che era necessario per i tempi a venire, allora non gli sarebbe rimasto che ripetersi per tutto il resto della vita. In realtà non fu affatto così. Stalin non fa che imprimere il proprio marchio su Lenin, adattandolo ai suoi meschini passaggi da una citazione numerata a un’altra.”[2]

Nello stesso articolo su Rosa Stalin aveva formulato un’altra calunnia in quel momento e ai suoi occhi era ancora più grave: diceva infatti che “i sinistri della socialdemocrazia tedesca, Parvus e Rosa Luxemburg […] fabbricarono lo schema utopistico e semimenscevico della rivoluzione permanente. […] Più tardi questo schema semimenscevico della rivoluzione permanente venne ripreso da Trotskij (in parte da Martov) e trasformato in uno strumento di lotta contro il leninismo”.

La calunnia è articolatissima: prima di tutto per l’attribuzione della “rivoluzione permanente”. Lo stesso Stalin nel 1925 aveva scritto col solito stile rigidamente chiesastico, che piace ancora a tanti nostalgici: “Non è vero che la ‘teoria della rivoluzione permanente’ sia stata formulata nel 1905 da Rosa Luxemburg e da Trotsky. In realtà questa teoria è stata formulata da Parvus e da Trotsky”. Sei anni dopo proclama solennemente il contrario, tirando in ballo Martov, che era stato sempre un avversario della rivoluzione permanente (ma ormai “menscevico” era diventato un insulto demonizzante, e quindi l’accostamento serviva per gettare un po’ di fango in più su Trotskij). In ogni caso attribuire a Rosa il ruolo di ispiratrice dell’odiato Trotskij voleva dire che era ormai considerata anch’essa una nemica.

Stalin era abituato a fare queste giravolte, tanto più che quando cambiava idea faceva ritirare i libri in cui aveva sostenuto il contrario di quel che diceva in quel momento (e comunque nessuno si azzardava a ricordarglielo). Così nell’aprile del 1924 nelle Questioni del leninismo pubblicate a puntate sulla Pravda aveva sostenuto l’impossibilità di costruire il socialismo in un paese solo, ma già nella nuova edizione dell’autunno dello stesso anno aveva sostituito quel passo con una frase che proclamava che il proletariato “può e deve” costruire il socialismo in un paese solo.

Questa era il ruolo che Stalin attribuiva alla “teoria”: la giustificazione delle sue scelte contingenti del momento. L’attribuzione della “colpa” della rivoluzione permanente a Rosa corrispondeva alla necessità di lottare più duramente contro ogni traccia di “luxemburghismo” nel partito comunista tedesco e in quello polacco. In particolare nel partito comunista tedesco Stalin aveva scatenato una caccia alle streghe di cui si era fatta interprete la sciagurata Ruth Fischer, che per settarismo coniò il termine di “lue luxemburghiana”, e che poi finirà a sua volta fuori dal partito, e per qualche tempo si avvicinerà anche a Trotskij, che era sempre fiducioso sulla possibile evoluzione di qualsiasi compagno, mentre altri suoi collaboratori, a partire da Alfonso Leonetti, non la sopportavano. Quanto a quello polacco, la “lue luxemburghiana” fu considerata talmente indelebile che anche dopo averne sostituito più volte la direzione, Stalin nel 1938 – alla vigilia della guerra e della spartizione con Hitler – non si accontentò di sterminare i dirigenti sopravvissuti alle prime purghe ma sciolse lo stesso partito, lasciando il proletariato polacco senza uno strumento al momento dell’invasione nazista.

Ma lasciamo da parte Stalin e torniamo al lungo passo di Trotskij che abbiamo citato poco sopra sull’evoluzione di Lenin. Ci sembra che possa essere applicato allo stesso Trotskij, che modificò profondamente le sue concezioni del partito nel corso della guerra mondiale, e a Rosa, i cui ultimi scritti come vedremo rivelano una forte rivalutazione di quel partito bolscevico che aveva tanto criticato, a ogni vero rivoluzionario.

Anche senza arrivare alle coscienti falsificazioni staliniane, continua a essere molto diffusa (essendosi consolidata in decenni di dogmatismo) la pessima abitudine di ricavare citazioni da un testo di un autore senza tenere conto del contesto in cui è stato scritto e del livello di elaborazione che egli aveva raggiunto in quel momento. Lo si fa spesso con Guevara, anche a Cuba, estraendo frasi singole dai suoi scritti, col risultato di impedire di cogliere la sua profonda evoluzione, e magari assolutizzando le banalità sul “marxismo-leninismo” che si trovano in certi suoi articoli e discorsi precedenti al 1962-1965, e che derivano semplicemente dal fatto che non aveva ancora cominciato uno studio sistematico delle fonti, di Marx e soprattutto di Lenin, e si basava ancora sui libricini divulgativi e sui manuali di origine sovietica.

Lo stesso discorso potrebbe essere fatto per lo stesso Marx, il cui pensiero maturo sarebbe stato stimolato nel corso degli anni non solo dallo studio sistematico dell’economia e della storia, ma anche dalle ricche esperienze fatte ad esempio dalla Comune di Parigi.

Tornando a Lenin, molte sciocchezze di suoi ingenui e inesperti ammiratori sono state provocate da una lettura acritica ed assolutizzante del Che fare?, senza tenere conto delle riflessioni e correzioni fatte dallo stesso Lenin dopo l’esperienza della rivoluzione del 1905 nell’introduzione alla raccolta Dodici anni dopo, e soprattutto della loro concretizzazione nella pratica del partito bolscevico (ad esempio nei criteri di reclutamento).

Come recuperare il pensiero di Rosa

Come tutti i grandi, Rosa ha sofferto sia per le falsificazioni e denigrazioni coscientemente calunniose dei suoi nemici, ma anche per le banalizzazioni e stravolgimenti fatti dai suoi sostenitori. Marx e Lenin pagano e continueranno a pagare per colpa dei “marxisti-leninisti” dogmatici, lo stesso Guevara è stato impoverito non solo dalla mitizzazione strumentale alimentata dai mass media borghesi, ma anche dalla riduzione al “guerrigliero eroico”, e peggio ancora al modello da proporre ai bambini cubani nelle scuole elementari (facendo imparare a memoria sue lettere e discorsi a quei poveri bambini). Trotskij ha pagato e paga a caro prezzo che al suo nome facciano – indebitamente – riferimento varie sette dogmatiche, che hanno ben poco a che fare col suo pensiero critico e con le sue reali concezioni organizzative (soprattutto perché hanno tutte una concezione feticistica del partito, che è assai più vicina a quella stalinista). Molte di queste usano la calunnia nei confronti delle altre tendenze rivoluzionarie e in questo quadro fanno un uso assai strumentale della teoria. […]

Già negli anni Venti e Trenta a Rosa si rifacevano varie correnti centriste e spontaneiste, dentro la socialdemocrazia o in piccole organizzazioni autonome, in contrapposizione alle concezioni marxiste rivoluzionarie che facevano riferimento a Trotskij e a Lenin. Di fronte al tentativo di costruire un “luxemburghismo” da contrapporre a chi tentava di costruire la Quarta Internazionale, Trotskij rispondeva seccamente che “noi abbiamo più volte preso le difese di Rosa Luxemburg contro le impudenti e stupide deformazioni che ne hanno fatto Stalin e la sua burocrazia. E continueremo a difenderla. Facendo questo non obbediamo ad alcuna considerazione sentimentale, ma soltanto alle esigenze della critica storico-materialista. La nostra difesa di Rosa Luxemburg non è però incondizionata. I lati deboli del suo insegnamento sono stati messi a nudo sia nella teoria che nella prassi”.

I gruppi che si aggrappavano a un presunto “luxemburghismo” come la SAP tedesca, lo Spartacus francese, l’Action socialiste in Belgio, ecc., osservava Trotskij, “prendono in considerazione soltanto questi lati deboli, le carenze che in Rosa non erano affatto preponderanti, essi generalizzano ed esagerano all’estremo queste debolezze, costruendo su tale base un sistema profondamente assurdo.”[3]

E’ quello che in quegli anni è capitato anche allo stesso Trotskij, di cui alcuni intellettuali hanno ripreso e valorizzato gli scritti giovanili in polemica con Lenin, come il Rapporto della delegazione siberiana, scritto a caldo nel 1903 dopo il Congresso in cui avvenne la prima separazione tra bolscevichi e menscevichi (pare nelle 48 ore successive alla chiusura dei lavori), e che era indubbiamente fazioso e pieno di incomprensioni. Il fatto che Trotskij lo considerasse un errore di gioventù, non ha significato nulla per chi voleva contrapporlo a Lenin nel momento in cui – quasi solo – ne difendeva le idee.

Per Rosa questo atteggiamento continua ancora, anche in Italia. Il suo pensiero – al momento delle polemiche con Lenin – è stato semplificato e ridotto a un’esaltazione assoluta della spontaneità, prescindendo da quello che aveva fatto concretamente nell’organizzazione del piccolo partito polacco (SDKPiL, Socialdemocrazia del regno di Polonia e Lituania) che diresse per anni insieme a Leo Jogiches con polso fermo e una pratica centralizzatrice che non aveva nulla da invidiare al partito bolscevico, ma anche sorvolando sull’ammirazione e rispetto per esso espressi nello scritto su La rivoluzione russa, tanto citato ma evidentemente pochissimo letto.

Trotskij ha ricostruito molto bene questo aspetto: non c’è dubbio, scrive, che “Rosa Luxemburg ha appassionatamente contrapposto la spontaneità delle azioni di massa alla politica conservatrice “coronata dalla vittoria” della socialdemocrazia tedesca, soprattutto dopo la rivoluzione del 1905. Questa opposizione ebbe un carattere profondamente rivoluzionario e progressivo. Rosa capì – e cominciò a combatterlo molto tempo prima di Lenin – il ruolo di freno giocato dall’apparato fossilizzato del partito e dei sindacati. Tenendo conto dell’inevitabile acutizzazione delle contraddizioni di classe, ella ha sempre pronosticato il carattere ineluttabile della venuta alla ribalta indipendente ed elementare delle masse contro la volontà e contro la linea delle istanze ufficiali. In questa prospettiva storica generale, Rosa Luxemburg ha avuto ragione. Infatti la rivoluzione del 1918 è stata proprio ‘spontanea’, vale a dire che è stata realizzata dalle masse nonostante tutte le previsioni e le precauzioni delle istanze del partito. Ma d’altronde tutta la storia ulteriore della Germania ha ampiamente dimostrato che la spontaneità, di per se stessa, non permette di vincere. Il regime di Hitler costituisce un argomento di un certo peso contro la spontaneità concepita come una panacea.”[4]

Trotskij precisava inoltre che in effetti Rosa “non si è mai limitata alla pura teoria della spontaneità. […] Contrariamente a Parvus, Rosa si è sforzata di educare in anticipo l’ala rivoluzionaria del proletariato e di unificarla per quanto possibile sul piano organizzativo. Ella ha costruito in Polonia un’organizzazione indipendente estremamente rigida. Tutt’al più si potrebbe dire che, nella sua valutazione storico-filosofica del movimento operaio, la selezione preliminare dell’avanguardia non rivestiva un’importanza sufficiente a paragone delle azioni di massa che ci si sarebbe dovuti aspettare, mentre invece Lenin, senza consolarsi al pensiero dei miracoli delle azioni a venire, raccoglieva instancabilmente gli operai avanzati in solidi nuclei legali e illegali, in seno alle organizzazioni di massa e clandestinamente, attorno a un programma rigorosamente definito.

La teoria della spontaneità di Rosa costituì un’arma salutare contro l’apparato fossilizzato del riformismo. Il fatto che essa sia stata talvolta diretta contro il lavoro di Lenin nel campo della costruzione di un apparato rivoluzionario, ne ha messo a nudo – soltanto embrionalmente, beninteso – gli aspetti reazionari. Ma in Rosa stessa questo aspetto era soltanto episodico. Ella era fin troppo realista, in senso rivoluzionario, per sviluppare i vari elementi della sua teoria della spontaneità in un sistema metafisico compiuto. Nella pratica, con ognuna delle sue iniziative, lei stessa minava quelle teorie.”[5]

Si noti con quanto rispetto Trotskij, ormai profondamente convinto di aver avuto – insieme a Rosa – torto di fronte a Lenin nel dibattito del 1903 sul partito, esprima la sua critica: “si potrebbe dire che nella sua valutazione storico-filosofica del movimento operaio, la selezione preliminare dell’avanguardia non rivestiva un’importanza sufficiente”. E in altri scritti, sempre a proposito della grande rivoluzionaria, Trotskij riprese una efficace espressione di Lenin nell’elogio funebre: “Sebbene alle aquile possa accadere di scendere fino al livello delle galline, le galline non riusciranno mai ad alzarsi tra le nuvole del cielo, nemmeno dispiegando le proprie ali”.[6] Si noti che ricordando Rosa assassinata anche Lenin non nascose le vecchie polemiche, in base al principio che la verità è rivoluzionaria, e non a quello borghese che rende un omaggio retorico e ipocrita al morto.

Agli adoratori della spontaneità, Trotskij obiettava che avevano “tanto poco il diritto di fare riferimento a Rosa Luxemburg quanto i meschini burocrati del Komintern di richiamarsi a Lenin. Lasciamo da parte ciò che è accessorio e che non ha retto alla prova della storia, e potremo allora porre, con pieno diritto, il nostro lavoro per la Quarta Internazionale sotto il segno delle “tre L”, cioè non soltanto sotto il segno di Lenin, ma anche sotto quello della Luxemburg e di Liebkhnecht.”[7]

Anche in Italia alcuni settori della nuova sinistra hanno fatto oggetto Rosa di un piccolo culto in chiave “antileninista”, basato su una profonda distorsione dei termini reali del dibattito che si sviluppò tra i due grandi rivoluzionari. Ad esempio in Democrazia proletaria era rituale un omaggio a Rosa “che sul partito aveva ragione contro Lenin” […] basato evidentemente su una vaga reminiscenza dello scritto su La rivoluzione russa, che tuttavia contiene critiche interessanti che meritano di essere discusse, ma su altri problemi: l’assegnazione della terra ai contadini, il diritto all’autodeterminazione e soprattutto la mancata rielezione dell’assemblea costituente (non il suo scioglimento in quanto tale, di cui Rosa ammetteva la necessità). La mitizzazione di Rosa Luxemburg contro Lenin è probabilmente una tardiva ricaduta della lettura spontaneista fattane da Lelio Basso (pur all’interno di un lavoro di edizione abbastanza rigoroso), e sorvola sulle molte ammissioni di Rosa, proprio in quel fatale 1918, sui meriti essenziali dei bolscevichi.[8]

Nel 1918 Rosa si batteva con decisione per trasformare l’informe e semianarchico movimento spartachista in un partito centralizzato, e aveva ripreso anche formalmente molti degli argomenti di Lenin. È noto che la Luxemburg, insieme a Liebkhnecht e ai più sperimentati quadri spartachisti, fu messa in minoranza dalle giovani leve estremiste nel I Congresso della KPD, non solo sulla tattica verso i sindacati o sulla partecipazione alle elezioni, ma anche sulla concezione del partito: per reazione alla rigidità burocratica della SPD, contro cui aveva combattuto per anni, la maggioranza dei giovani delegati rifiutò perfino l’elementare principio della subordinazione delle strutture locali a quelle centrali.

Il contributo fondamentale di Rosa alla teoria marxista

La sua opera più impegnativa, L’accumulazione del capitale, criticata aspramente per diverse ragioni, tra cui una presunta revisione di Marx, ha perso ben poco della sua attualità. Se la parte più strettamente teorica è di non facile lettura, quella storica è accessibilissima, e soprattutto attualissima, perché spiega i meccanismi con cui alla fine del secolo XIX i prestiti internazionali hanno creato le premesse per la perdita dell’indipendenza dell’Egitto e dello stesso impero ottomano. Meccanismi che sono gli stessi usati nuovamente dall’imperialismo negli ultimi venticinque anni. L ‘accusa di revisionismo (in se molto discutibile, dato che Marx non si sognava affatto di essere infallibile) era anche infondata. Rosa polemizzava con alcuni capitoli del primo libro del Capitale senza sapere che nel terzo volume e in altri scritti pubblicati solo negli anni Trenta lo stesso Marx aveva affinato le sua analisi arrivando alle stesse conclusioni a cui sarebbe arrivata poi Rosa. Che comunque non temeva, se necessario, di criticare anche Marx. Era il metodo di tutti i veri marxisti rivoluzionari.

Anche sul terreno della dialettica spontaneità-organizzazione, e quella tra coscienza politica e coscienza sindacale, Rosa Luxemburg ha molto da insegnarci. Ad esempio, già nel 1893, quando era ai primi passi in politica, si era indignata che la maggior parte dei socialdemocratici tedeschi, incluso il “padre fondatore” Bebel, approvassero la posizione di alcuni socialdemocratici polacchi che sostenevano che nella Polonia prussiana non era possibile avere sindacati, ma solo un partito politico polacco. Come è possibile, scriveva, che proprio “in un paese in cui le masse sono completamente indifferenti e mute e possono essere smosse soltanto mediante gli interessi più immediati e la lotta per i salari” si pensi di poter saltare la fase della lotta economica? Frölich commenta a questo proposito che Rosa “si rifiutava di prendere per realtà i propri desideri. Era pronta ad utilizzare i più piccoli accenni di vita per un movimento. Ma non voleva lasciare il partito affondare nella lotta quotidiana, voleva anzi che il partito avesse davanti agli occhi l’intero percorso dello sviluppo futuro in conformità alla conoscenza storica e che ogni passo dell’azione pratica venisse dettato dal pensiero dello scopo finale. La rivoluzione borghese non le appariva solamente una tappa oggettivamente inevitabile dello sviluppo della Russia, ma i diritti democratici da conquistare in questa lotta e la lotta stessa per questi diritti erano per lei mezzi mediante i quali la classe operaia sarebbe maturata da un punto di vista intellettuale, morale e organizzativo, e sarebbe diventata capace di lottare per la conquista del potere politico”.[9] E’ praticamente la stessa concezione che sta dietro il programma di transizione.

La dialettica tra lotte parziali e su obiettivi modesti e la strategia rivoluzionaria, viene affrontata con un’ottica pedagogica basata sull’autoeducazione delle masse attraverso l’ esperienza delle lotte. Ma Rosa è stata anche una straordinaria pedagoga in senso proprio. Agli inizi del 1907 venne chiamata a insegnare economia politica alla scuola di partito appena costituita e che rappresentò un’esperienza di grande interesse. Rimangono come traccia di quel lavoro alcune dispense pubblicate anche in Italia col titolo Introduzione all’economia politica, Jaca Book, Milano, 1970. In particolare la prima lezione ( Che cos’è’ l’economia politica) dà il senso del carattere iconoclastico dell’insegnamento della Luxemburg, che comincia facendo a pezzi con una mordente ironia tutta la scienza accademica ufficiale tedesca.

Ma il contributo più prezioso di Rosa Luxemburg, quello che ce la rende una compagna di lotta insostituibile è la sua analisi della burocrazia, giustamente valorizzata da Ernest Mandel nel saggio dallo stesso nome come parte integrante dell’elaborazione della Quarta Internazionale.

Il ruolo della burocrazia

Questo fenomeno è stato colto molto lucidamente da Rosa Luxemburg prima che esso si manifestasse nelle forme peggiori, diventasse tradimento vero e proprio, e arrivasse al crimine per mettere a tacere le voci più scomode: Rosa fu assassinata dai Corpi Franchi assoldati dal ministro socialdemocratico Gustav Noske!

In uno straordinario scritto del 1906, Sciopero generale, partito, sindacati, la Luxemburg aveva osservato che la grande crescita del movimento sindacale e soprattutto di un vasto strato di funzionari sindacali era “un prodotto storico pienamente spiegabile” degli anni di alta congiuntura economica 1895-1900, anni di prosperità economica e di bonaccia politica. Questo apparato, anche se inseparabile da certi inconvenienti, è un “male storicamente necessario. Ma la dialettica storica dello sviluppo comporta che questi mezzi necessari della crescita sindacale, a una certa altezza dello sviluppo organizzativo e a un certo grado di maturità dei rapporti, si convertano nel loro contrario, in ostacoli a una crescita ulteriore.” Erano parole particolarmente profetiche, giacché appena un anno dopo, la socialdemocrazia avrebbe per la prima volta perso voti nelle elezioni politiche, spezzando una curva ascendente che sembrava definitiva, e scendendo in percentuale dal 31,7 al 29 % e in deputati da 81 a 43. All’origine dell’insuccesso relativo c’era stata l’incapacità di fronteggiare un forsennato attacco sciovinista ai socialdemocratici che avevano osato denunciare i crimini compiuti dalle truppe coloniali contro gli ottentotti del territorio che oggi si chiama Namibia; con un conseguente relativo isolamento che impedì apparentamenti e “desistenze”, ma da cui la destra socialdemocratica ricavò la convinzione che bisognava rinunciare ad ogni critica al colonialismo e al militarismo.

La spiegazione del processo involutivo fornita da Rosa è particolarmente interessante e dialettica: ne riportiamo per questo una piccola parte in appendice. La straordinaria ricchezza di questa analisi comunque non fu capita subito dallo stesso Lenin.

Rosa invece metteva a frutto la sua straordinaria esperienza nel più forte e strutturato partito della Seconda Internazionale, e quella che proprio nel 1905 aveva fatto in Polonia e in Russia durante la prima rivoluzione. Analizzando gli scioperi generali “spontanei” in Russia e in altri paesi, sempre prodottisi al di fuori ed anzi in contrapposizione delle organizzazioni sindacali, Rosa aveva ricavato queste conclusioni: “È chiaro dall’esame dettagliato degli scioperi di massa in Russia come dalla situazione stessa della Germania, che una qualunque azione di massa un po’ importante, se essa non deve limitarsi soltanto ad una dimostrazione una volta tanto, ma deve diventare una vera azione di lottanon può essere diretta solo dai sindacati, dato che “ogni azione diretta di massa diretta od ogni periodo di aperte lotte di classe sarebbe nello stesso tempo politico ed economico”.

Anche in Germania, se si aprirà una fase di lotte paragonabili a quelle della Russia, “gli avvenimenti non si preoccuperanno minimamente di domandare se i dirigenti sindacali hanno dato o no la loro approvazione al movimento”. Se tenteranno di opporsi, “i dirigenti sindacali, allo stesso modo che i dirigenti di partito, saranno semplicemente buttati fuori da un lato dall’onda degli avvenimenti, e le lotte tanto economiche quanto politiche saranno combattute senza di loro. Infatti la divisione tra lotta politica e sindacale, e l’indipendenza di entrambe non che un prodotto artificioso, quantunque storicamente condizionato, del periodo parlamentare”. Era un’intuizione giusta, anche se solo nella Russia del 1917 arriverà a una verifica completa, per l’esistenza di una forza rivoluzionaria organizzata e riconosciuta da settori importanti delle masse, che mancherà invece nella rivoluzione del 1918-1919 in Germania.

Appendice

Le ragioni dell’involuzione dell’apparato sindacale

da Sciopero generale, partito e sindacati

[…] La specializzazione della loro attività professionale come dirigenti sindacali insieme con la naturale ristrettezza dell’orizzonte che è connessa con le lotte economiche spezzettate in un periodo tranquillo, portano troppo facilmente presso i funzionari sindacali al burocratismo e ad una certa ristrettezza di vedute. Entrambi questi aspetti si manifestano in una serie di tendenze che potrebbero diventare addirittura fatali per l’avvenire del movimento sindacale. Fra queste c’è la tendenza a sopravvalutare l’organizzazione, che da mezzo in vista di uno scopo viene a poco a poco trasformata in un fine a se stesso, in un bene supremo a cui devono essere subordinati gli interessi della lotta. Così si spiega quel bisogno apertamente confessato di tranquillità che indietreggia spaventato davanti a ogni rischio un po’ grave, davanti a pretesi pericoli per l’esistenza dei sindacati, davanti all’incertezza [dell’esito] delle maggiori azioni di massa, e così si spiega inoltre la sopravvalutazione del metodo di lotta sindacale, delle sue prospettive e dei suoi successi.

Continuamente assorbiti dalla guerriglia sindacale, i dirigenti sindacali, il cui compito consiste nello spiegare alle masse lavoratrici l’alto valore di ogni anche più piccola conquista economica, di ogni aumento di salario o riduzione dell’orario di lavoro, finiscono con il perdere essi stessi a poco a poco il senso delle correlazioni e la capacità di abbracciare con lo sguardo la situazione complessiva. Solo così si può spiegare che parecchi dirigenti sindacali richiamino l’attenzione con tanta soddisfazione sulle conquiste degli ultimi 15 anni anziché viceversa metter l’accento sul rovescio della medaglia: sul contemporaneo enorme abbassamento del livello di vita proletario a cagione del caro-pane, dell’insieme della politica fiscale e doganale, del rincaro dei terreni che ha determinato un così esorbitante aumento dei fitti, in una parola su tutte le tendenze obiettive della politica borghese che hanno in gran parte messo in dubbio le conquiste di 15 anni di lotte sindacali. Di tutta la verità socialdemocratica che, accanto alla accentuazione del lavoro sindacale e della sua assoluta necessità, dà rilievo essenziale anche alla critica e ai limiti di questo lavoro, viene in questo modo sostenuta solo la mezza verità sindacale che mette in evidenza solo il lato positivo della lotta quotidiana. E infine dall’abitudine di passare sotto silenzio i limiti obiettivi che l’ordinamento della società borghese pone alla lotta sindacale deriva una diretta avversione a qualunque critica teorica che richiami l’attenzione su questi limiti in relazione con gli scopi finali del movimento operaio. L’adulazione incondizionata, l’ottimismo senza limiti sono elevati a dovere.”

Rosa Luxemburg osservava che si creava così una stretta alleanza tra chi non accettava la classica posizione socialdemocratica (oggi diremmo “comunista” ma fino al tradimento dell’Internazionale socialista nel 1914 anche i rivoluzionari come Lenin o Rosa Luxemburg si autodefinivano socialdemocratici) contro l’ottimismo acritico sul terreno sindacale, con quelli che rifiutavano lo stesso ottimismo che portava a illusioni sul ruolo dello strumento parlamentare. Ma il peggio era che a queste tendenze si ricollegava strettamente un mutamento nel rapporto tra capi e massa:

“Al posto della direzione collegiale attraverso commissioni locali con le loro indubbie insufficienze, subentra la direzione professionale dei funzionari sindacali. L’iniziativa e la capacità di giudizio divengono in tal modo, per così dire, una specialità professionale, mentre alla massa spetta essenzialmente la virtù meramente passiva della disciplina. Questi lati deboli del funzionarismo nascondono in sé sicuramente dei gravi pericoli anche per il partito, che possono molto facilmente derivare dalla recentissima innovazione, la creazione dei segretari locali di partito, se la massa socialdemocratica non veglierà a che i segretari nominati rimangano dei puri organi di attuazione e non vengano considerati come i titolari professionali dell’iniziativa e della direzione della vita locale di partito.

Ma nella socialdemocrazia, per la natura delle cose, per il carattere stesso della lotta politica, sono posti al burocratismo limiti assai più stretti che nella vita sindacale. Qui proprio la specializzazione tecnica delle lotte salariali, p. es. la conclusione di complicati accordi tariffari e altri simili, ha come risultato che alla massa degli organizzati viene spesso rifiutato “uno sguardo panoramico sull’intera vita professionale” e con ciò si giustifica la sua incapacità di giudizio. Un fiore di questa concezione è segnatamente l’argomentazione con la quale viene proibita ogni critica teorica alle prospettive e alle possibilità della prassi sindacale, perché essa rappresenterebbe un supposto pericolo per la fede della massa nei sindacati. Si parte qui dall’idea che la massa operaia può essere guadagnata e conservata all’organizzazione solo con una fede cieca e infantile nella fortuna della lotta sindacale. All’opposto della socialdemocrazia, che basa la sua influenza sulla comprensione da parte della massa delle contraddizioni dell’ordine esistente e di tutta la complicata natura del suo sviluppo, e sull’atteggiamento critico della massa in tutti i suoi momenti e stadi della sua propria lotta di classe, l’influenza e la forza dei sindacati vengono fondati secondo questa teoria assurda, sulla mancanza di critica e di giudizio della massa. “Al popolo deve essere conservata la fede” – questo è il principio in base al quale parecchi funzionari sindacali bollano ogni critica alle obiettive insufficienze del movimento sindacale come attentato al movimento sindacale stesso”.

Rosa Luxemburg si sbagliava solo su un punto: sarebbe stata rapida la trasposizione di questo atteggiamento dai sindacati alla socialdemocrazia e successivamente agli altri partiti operai. Il metodo di paracadutare dall’alto i dirigenti locali è stato applicato con sistematicità anche in tutti i partiti comunisti, a partire dal periodo staliniano, e continua ancor oggi, e ha contagiato anche molte organizzazioni della “nuova sinistra” nate dopo il 1968. Ma l’analisi complessiva resta attualissima.[i]

[1] Da “La Correspondance Internationale”, V, n. 50, 11 maggio 1925.

[2] Lev Trotsky, Giù le mani da Rosa Luxemburg, in Lev Trotsky, Difesa e critica di una rivoluzionaria, “Quaderni del Centro Studi Pietro Tresso”, n. 19, luglio 1996, p. 34.

[3] Lev Trotsky, Rosa Luxemburg e la Quarta Internazionale, Ivi, p. 47. Lo scritto è del giugno 1935.

[4] Ivi, pp. 47-48.

[5] Ibidem

[6] Ivi, p. 35.

[7] Ivi, p. 49.

[8] È interessante a questo proposito confrontare gli scritti raccolti da Basso nell’antologia di Scritti politicipubblicata dagli Editori Riuniti con quelli scelti da Luciano Amodio nel 1963 per le edizioni Avanti! (poi più volte ristampati da Einaudi), che permettono di valutare meglio la riflessione di Rosa nel corso delle ultime fasi della sua vita, in cui comprese drammaticamente che la classe operaia tedesca aveva tempi strettissimi che non le avrebbero consentito di ricavare tutte le lezioni necessarie per evitare la sconfitta della rivoluzione. Negli ultimi articoli Rosa sembra aver accantonato persino le sue critiche ai bolscevichi sullo scioglimento dell’Assemblea costituente, nel momento in cui anche per la Germania contrappone la generalizzazione dei Consigli (la versione tedesca dei soviet) alla partecipazione alle elezioni.

[9] Paul Frölich Rosa Luxemburg, prefazione di Rossana Rossanda, BUR. Milano, 1987, p. 86

[i] Sciopero generale, partito e sindacati è pubblicato in varie raccolte. La citazione tratta è da Rosa Luxemburg, Scritti politici, a cura di Lelio Basso, Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 363-365

**Pubblicato su Movimento Operaio, al seguente link: http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=3037:rosa-luxemburg-cento-anni-dopo&catid=20:ipocrisie-e-dimenticanze&Itemid=31 con il titolo “Rosa Luxemburg, cento anni dopo”