NO ALLA SCUOLA MILITARE EUROPEA!

Pubblichiamo volentieri il testo del documento politico di sostegno alla campagna “Napoli Città di Pace”, di cui Sinistra Anticapitalista è pienamente partecipe sin dal suo esordio. 

Qui la pagina Facebook della campagna: https://www.facebook.com/napolicittadipace/ 

e qui la petizione con cui è lanciata: https://www.change.org/p/amministrazione-comunale-di-napoli-no-alla-scuola-di-guerra-dell-ue-a-napoli?recruiter=31022423&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink&utm_campaign=share_petition&utm_term=share_petition 

In un momento in cui il militarismo è di nuovo sulla cresta dell’onda, in cui le spese militari aumentano vertiginosamente in tutto il mondo, e in cui lo scontro tra potenze si fa sempre più acuto e pericoloso, occorre avere il coraggio di opporsi, con i fatti, non a parole, a tutte le politiche di guerra. 

Installare una scuola militare a Napoli, per la formazione di ufficiali dell’esercito europeo, è una politica di guerra, favorita anche da chi, come l’attuale amministrazione comunale, ha sempre lanciato proclami di tutt’altro segno. 

Una campagna, dunque, che parte da Napoli, ma che ha già un respiro nazionale ed europeo. Costruiamola e sosteniamola, contro tutte le guerre, contro ogni militarismo.


Il processo di unificazione europeo, iniziato ormai da più di mezzo secolo, ha negli ultimi decenni dimostrato di essere uno strumento per indirizzare in senso liberista l’economia del continente con programmi di austerità che hanno via via sempre più impoverito i lavoratori e le classi intermedie. In questo contesto, le stesse libertà democratiche, che nel progetto iniziale dovevano essere ampliate, sono sacrificate alla logica del profitto, unico riferimento del processo di unificazione. Attualmente, la credibilità degli strumenti operativi dell’UE è seriamente messa in discussione, mentre prendono spazio posizioni sovraniste e nazionaliste, incapaci, però, di dare risposte concrete al crescente disagio sociale.

Nel contempo, si vanno ridisegnando gli equilibri geopolitici planetari: le varie potenze europee sono alla ricerca di protagonismo economico e politico. La produzione di armamenti e tecnologie militari risulta oggi di maggiore rilevanza economica rispetto al passato; le principali potenze economiche europee, Italia compresa, cercano spazi di mercato ai loro prodotti. Le maggiori potenze europee, senza mettere esplicitamente in discussione l’alleanza storica della NATO, progettano un proprio ruolo, anche militare, sia individualmente sia collettivamente. Le pratiche neocoloniali in Africa, Medio Oriente, Asia necessitano di strumenti di intervento militare. Tutto ciò sta portando a politiche di riarmo, da parte di tutti gli stati europei, finalizzate a specifici impegni bellici, che in alcune aree sono già esistenti, come nell’area Sahel-Sahariana, e in altre non più esclusi dalle diplomazie in futuro. Sommando le spese annuali di tutti gli stati risulta che l’UE spende 331 miliardi di dollari, seconda solo agli USA, che ne spendono con 663 miliardi, giacché la Cina (99 miliardi) e la Russia (61 miliardi) spendono di meno.

Un caso particolarmente allarmante è quello del riarmo tedesco: la potenza che assume il ruolo di locomotiva economica ambisce necessariamente anche alla supremazia militare. Nel 2015 la spesa militare tedesca ammontava a 33 miliardi di Euro; nel 2019 salirà a 39 miliardi. C’è da dire inoltre che l’imposizione del pareggio di bilancio ha comportato pesanti tagli alle spese sociali.  Attualmente il numero dei militari tedeschi ammonta a 683.000 unità (ma è previsto un aumento degli effettivi), inferiore a quello della Francia (779.000), ma superiore a quello dell’Italia (322.000) e a quello della Gran Bretagna (592.000). Sotto l’etichetta del Framework Nation Concept, la Germania sta creando una rete di mini-eserciti europei, alla quale partecipano olandesi, rumeni e cechi, guidata dalla Bundeswehr.  C’è negli ambienti militari tedeschi un dibattito per chiedere l’annullamento dei trattati internazionali che vietano alla Germania la dotazione di armamenti nucleari. Infine, sempre più preoccupante è la diffusione di ideologie naziste tra i soldati (è in corso una indagine parlamentare sull’argomento).

Analoga politica di riarmo sta conducendo la Francia, che ha sua area di influenza militare in Africa con una presenza importante in Senegal, Gabon, Costa d’Avorio, Mali, Ciad e Centrafrica. Attualmente, sta riarticolando il suo dispositivo militare nella regione orientale del Continente, fra Gibuti e la Réunion-Mayotte, in pieno Oceano Indiano. Sta infine tentando di intervenire nell’area indo-pacifica partendo da Noumea e Papeete. Nell’agosto del 2018, una missione dell’aeronautica francese (Projection d’un dispositif aérien d’envergure en Asie du Sud-Est) ha toccato Vietnam, Indonesia, Malesia e Singapore e ha sfiorato un grave incidente diplomatico attraversando di proposito lo spazio aereo rivendicato dalla Cina.

Riguardo alla Gran Bretagna, è da sottolineare che è il paese europeo con maggiore indice di spesa militare rispetto al PIL (2,6%) tra i pochi che hanno superato il traguardo del 2% stabilito come prospettiva per il 2024 al vertice NATO riunito a Bruxelles nel luglio 2018. Anche la ministra Trenta nel luglio scorso si era impegnata a raggiungere questo obiettivo, che comporterebbe una spesa annuale di 40 miliardi, pari a più di 100 milioni al giorno.

Mentre un’ampia discussione sui temi economici e sociali percorre la sinistra europea, relativamente poco affrontato è il tema del militarismo in Europa, che non ne è certamente disgiunto. È utile quindi ripercorrere le fasi della politica militare europea negli ultimi anni; non va però sottaciuto che parallelamente ad una politica militare europea, si stanno sviluppando politiche militari nazionali in vari paesi compresa l’Italia dove, con il governo attuale, in perfetta continuità col governo precedente, assistiamo ad una svolta con l’esaltazione delle forze armate, della loro presunta professionalità, della loro capacità bellica e dei loro primati.

Più volte invocato, la reale costituzione di un esercito europeo non ha visto concretizzarsi obiettivi reali. Dopo la seconda guerra mondiale, alcuni tentativi di dar vita ad una difesa militare comune europea sono via via falliti: la Comunità Europea di Difesa (CED), progettata dalla Francia, fallì nel 1954.  L’Unione Europea Occidentale (UEO), organizzazione europea di sicurezza militare succeduta  alla CED, è stata operativa in missioni nella guerra del Golfo, nei conflitti balcanici, in Albania. La clausola di mutua difesa dell’UEO è incorporata nel trattato di Lisbona nel 2011 all’articolo 42.7 che prevede che gli stati membri intervengano qualora uno di loro venisse attaccato militarmente da una potenza extra-UE.

Alcune relative novità sono venute con il progetto PESCO (PErmanent Structurated COoperation), adottato dal Consiglio dell’Unione Europea nel dicembre del 2017, che prevede una cooperazione militare permanente; non hanno accettato di farne parte oltre al Regno Unito, in via di Brexit, Danimarca e Malta. Il PESCO ha già adottato 17 progetti. Quattro progetti sono affidati alla Germania, tre all’Italia e alla Francia, due alla Grecia ed uno ciascuno a Olanda, Belgio, Lituania, Spagna e Slovacchia. I progetti affidati all’italiano Davide Bonvicini riguardano la sorveglianza e protezione dei porti e delle coste, il rilievo dei disastri dove impiegare i militari, e il centro di formazione degli ufficiali. Quest’ultimo ha l’incarico di standardizzare la formazione dei comandi per far in modo che ufficiali di nazionalità diversa possano dirigere unità operative di eserciti nazionali diversi.

Pensiamo che questo progetto, il quindicesimo della lista, sia stato affidato all’Italia in vista della disponibilità di ospitare a Napoli una struttura militare europea.

A prescindere dal PESCO ormai avviato, negli ultimi mesi abbiamo assistito ad un rinnovato entusiasmo per un progetto lanciato da Macron a giugno del 2018 per realizzare entro il 2024 un esercito europeo “sovrano strategico ed autonomo”. Il progetto (denominato: Initiative européenne d’intervention, IEI) è stato firmato da solo 8 dei 28 componenti l’UE: intorno all’asse franco-tedesco si sono schierati i paesi più vicini politicamente alla potenza economica e politica tedesca, quali il Benelux e i paesi scandinavi. Non hanno firmato l’accordo i paesi dell’est, la Grecia e l’Italia, paesi più direttamente influenzati dagli USA che, sebbene la Francia lo neghi, vede questo percorso alternativo alla NATO. Su questo, come su tanti altri problemi, l’UE non ha retto e Federica Mogherini, alto rappresentante per la politica estera dell’Unione non ha voluto essere presente all’atto della firma. L’ IEI rappresenta un salto di qualità dell’interventismo europeo fuori Europa, perché metterebbe insieme convergenti potenze economiche politiche e militari ad impegnarsi in missioni di alta intensità bellica senza dover attendere l’ok di tutti gli stati membri europei e NATO. Sebbene l’ IEI non vuole essere alternativo alla NATO, nell’estate Donald Trump ha twittato definendolo “molto insultante”.

Agli antimilitaristi interessa soprattutto che cresca l’opposizione a queste strategie militari, a tutti gli eserciti, nazionali o sovranazionali, a tutte le spese militari che sottraggono risorse ai servizi sociali, ai diritti, alla conservazione dell’ambiente. Non si schierano con uno stato contro l’altro, con un progetto di egemonia economica contro un altro, ma operano sempre e concretamente per la pace e contro ogni forma di militarismo.

È con questo spirito che gli antimilitaristi si oppongono alle basi militari su tutti i territori, alle fabbriche di morte, alle scuole di guerra. A Napoli, città già militarizzata a causa delle pesanti presenze USA, NATO e italiane, dal comando militare della NATO per l’Europa (Joint Forces Command Naples) di Giugliano-Lago Patria, al Comando Euro-Africano della U.S. Navy di Capodichino, la costituzione di una scuola militare europea sarebbe un ulteriore insopportabile affronto. Questo evento, implicitamente previsto nel quindicesimo progetto PESCO è resa possibile da documenti prodotti dall’amministrazione comunale. Infatti una collocazione di questa costituenda struttura sarebbe la ex Caserma “Nino Bixio”.

Il Comune di Napoli ha permutato lo storico edificio di via Monte di Dio con edificio più degradato e frazionato della zona, rinunciando così a un canone di fitto di quasi mezzo milione di euro. L’operazione si è chiusa nel febbraio del 2017 ma, paradossalmente, un mese dopo il Sindaco ha portato in Consiglio Comunale la proposta di delibera “Napoli città di pace”, affermando principi contraddetti dall’operazione Nino Bixio. Nei prossimi anni la zona di Monte di Dio diventerà un’area ad alta presenza militare, ma non risulta alcuno studio, alcuna valutazione, alcun approfondimento sull’impatto che tali presenze avranno sul territorio. L’operazione è stata deliberata nel corso del primo mandato di de Magistris, ma si è conclusa nel secondo. Salta agli occhi che non v’è traccia della scuola di guerra nei programmi elettorali del sindaco né in quelli dei consiglieri che hanno deliberato la scelta. Ma soprattutto, è mancato un processo di partecipazione democratica che coinvolgesse i cittadini e le cittadine.

È ora che i napoletani e le napoletane sappiano del progetto di stampo militarista sostenuto nei fatti da chi amministra la loro città. Nella speranza che non ci sia un avanzamento del progetto – che, cioè, la cosa si areni nelle controversie diplomatiche e nella sua difficile praticabilità – riteniamo doverosa una presa di posizione politica dell’amministrazione comunale, nella persona del Sindaco Luigi De Magistris, affinché riconosca le responsabilità in merito, e si impegni a trovare soluzioni presso il governo nazionale per annullare l’ospitalità nella nostra ‘Città di Pace’ di uno strumento di organizzazione bellica. Non è pensabile che Napoli sia, ancora una volta, snodo strategico per l’oppressione dei popoli.

NAPOLI CITTÀ DI PACE