Caffè amaro. Le gocce di sudore dei dipendenti JDE di Andezeno si fanno lacrime

di Adriano Alessandria

<<Prima dobbiamo comunicarvi importanti informazioni riguardanti lo stabilimento di Andezeno>>.  Con queste parole è accolta la delegazione sindacale recatasi a Milano il 25 settembre per avviare con la direzione della JDE, la trattativa per il rinnovo del contratto aziendale, principalmente il premio di risultato.

Brutta doccia fredda la comunicazione con cui la direzione della multinazionale JDE annuncia la decisione di chiudere lo stabilimento di produzione di Andezeno (Torino). Decisione inaspettata su uno stabilimento in piena attività. Non manca la domanda di caffè Hag o Splendid. Anzi, recentemente per far fronte alla richiesta, si è ricorso a lavoro straordinario. Ad Andezeno, avviene tutto il ciclo produttivo: si parte dalla materia prima, i grani di caffè ancora verdi che vengono tostati e poi lavorati e confezionati nelle varietà e forme che troviamo nei punti vendita.

All’annuncio dell’azienda, è immediata la reazione delle rappresentanze sindacali che dichiarano lo sciopero. I 57 lavoratori e lavoratrici interessati avviano iniziative di sensibilizzazione della loro vicenda, rivolgendosi alle istituzioni locali e al territorio.

Ma la direzione JDE ha ribadito la ferma decisione di chiudere lo stabilimento e trasferire altrove la produzione, forse nell’est Europa. JDE è nel mondo il secondo produttore nel settore dopo Nestlè. In Europa ci sono alti 14 stabilimenti produttivi.

Dunque, non di fabbrica senza commesse si parla, ma della ricerca che la multinazionale fa per avvalersi di mano d’opera a buon mercato.

Delocalizzazione verso luoghi dove i lavoratori costano di meno, proprio come la Whirpool, che sposta la produzione dall’Embraco di Riva di Chieri, poco distante da qua.

Il rischio forte, forse inevitabile, è che i 57 dipendenti JDE non trovino la forza per evitare la chiusura della produzione. E non basta il pieno impegno della rappresentanza sindacale di stabilimento assieme ai sindacati territoriali, per rovesciare quella che a ora è una decisione inamovibile.

Ci vuole di più. Sarebbe necessario ci fosse stato di più.

Da anni, il territorio è disseminato di aziende che dismettono la produzione per trasferirla. E ogni realtà produttiva è stata da sola ad affrontare decisioni di gruppi multinazionali difficilmente modificabili.

Quella che è mancata è l’iniziativa dei sindacati di porre la questione all’intero corpo dei lavoratori dipendenti. Evidenziare la necessità di opporsi e non accettare che dal territorio una realtà produttiva se ne va per collocarsi dove lo sfruttamento della mano d’opera è maggiore.

Un’iniziativa che avrebbe avuto il compito di mettere assieme i lavoratori e le lavoratrici di fabbriche diverse, di settori produttivi diversi, di categorie di lavoro diverse. Tutti e tutte assieme contro gli imprenditori che prima sfruttano dipendenti e territori, talvolta si avvalgono di finanziamenti pubblici e spesso inquinano l’ambiente per poi dire chiudo e licenzio tutti.

Doveva essere un’iniziativa che metteva al centro della riflessione e della discussione la possibilità che la proprietà di un’azienda può anche andarsene, ma lo stabilimento rimane e i lavoratori si organizzano per continuare la produzione e garantire così il loro reddito.

Impossibile? Certamente difficile. Ma è anche difficile la situazione dei lavoratori di Andezeno che nella situazione data, non resta che sperare che nell’incontro con il Ministero dell’Economia che si svolgerà il 22 ottobre, ottengano ammortizzatori sociali per avere reddito per un po’ di tempo, ma senza posto di lavoro.

Un anno fa, per sostenere la vertenza contro la chiusura dell’Embraco, Fim, Fiom e Uilm hanno avviato la costruzione di uno sciopero provinciale dei metalmeccanici. Sarebbe stata messa in campo la possibilità di far pesare la solidarietà tra lavoratori, di non far sentire nessuno solo di fronte alle pretese del padrone. Ma su tale decisione i sindacati dei metalmeccanici hanno fatto marcia indietro, lo sciopero della categoria non c’è stato.

Quell’idea va ripresa e realizzata. Per non lasciar soli e dare forza a quei lavoratori che si confrontano con gruppi multinazionali senza scrupoli sulle ricadute sociali che le loro scelte hanno.

Torino, Ottobre 2018