Crisi economica e disordini mondiali

Pubblichiamo in traduzione un articolo molto interessante dell’economista marxista francese Michel Husson.

In un momento in cui sembrano riemergere tensioni sulle borse mondiali, riteniamo molto importante approfondire le caratteristiche contemporanee di un modo di produzione che, facendosi compiutamente globale, mostra alcune novità nel suo sviluppo, pur all’interno di un quadro che ne conferma pienamente i tratti fondamentali.

Le performance particolarmente negative degli ultimi due giorni sulle borse dei paesi a capitalismo avanzato, dimostrano che cova del fuoco sotto la cenere. È certamente vero che un paese come gli Stati Uniti è uscito dalla recessione post-crisi 2008, sebbene il prezzo sociale per le classi lavoratrici sia stato tremendamente salato e, e che un colosso come la Cina continua a produrre numeri irraggiungibili per i paesi europei e per gli USA stessi.

Tuttavia, considerando anche le difficoltà economiche in cui si dibattono tutti i paesi dell’Eurozona, questi parziali successi non riescono a celare la persistente instabilità di fondo che è la cifra dominante del capitalismo globale.

La contraddizione tra un’economia “reticolare”, sempre più transnazionale e sempre più interdipendente, guidata dalle grandi multinazionali e dalle loro filiere globali di valore, e un’organizzazione politica e di riproduzione sociale di cui lo Stato capitalista nazionale è il perno, sta all’origine di questa “precarietà esistenziale” del sistema capitalistico.

Husson analizza acutamente gli effetti di questa contraddizione fondamentale, e del caos geopolitico che ne consegue, alla luce dello scontro tra le due maggiori potenze oggi sul globo, gli Stati Uniti e la Cina, e delle loro strategie per la costruzione di una supremazia globale nel XXI secolo.

Pur in un quadro in rapido mutamento, è possibile confermare alcune conclusioni, già peraltro patrimonio delle correnti internazionaliste del movimento operaio di fine Ottocento e del Novecento. La più rilevante è certamente che la “sovranità nazionale”, e uno sviluppo “autarchico” e graduale verso una società socialista, non solo sono impossibili, ma producono esiti reazionari.

È uno dei temi fondamentali del nostro tempo, che agita esplicitamente o sottotraccia il dibattito nella sinistra di classe. Data la sua centralità, occorrerà svilupparlo e approfondirlo.

È questo il nostro auspicio


di Michel Husson (trad. di Annamaria Mouni), 

pubblicato su Alencontre, 20 settembre 2018

Dieci anni dopo il crollo della Lehmann Brothers, si moltiplicano i contributi, attorno a due questioni: come è successo? Può succedere di nuovo? Ma quasi tutti sono centrati sulle derive della finanza, passate o future. Il punto di vista adottato qui è leggermente diverso, poiché cerca di identificare le radici economiche dei disordini mondiali. Il suo principio guida è il seguente: l’esaurimento del dinamismo del capitalismo e la crisi aperta dieci anni fa conducono a una globalizzazione sempre più caotica, portatrice di nuove crisi, economiche e sociali*.

Il capitalismo senza fiato

Il dinamismo del capitalismo poggia in definitiva sulla sua capacità di ottenere incrementi di produttività, in altre parole di far crescere il volume di beni prodotti per ora lavorata. A partire dalle recessioni generalizzate del 1974-75 e del 1980-82, gli incrementi di produttività si sono tendenzialmente rallentati. Siamo passati da ciò che alcuni hanno chiamato «Età dell’oro» (per sottolineare la natura eccezionale del periodo) al capitalismo liberista, oggi minacciato da una «stagnazione secolare». Durante quel periodo, il capitalismo ha ottenuto il risultato spettacolare di ripristinare la redditività, nonostante il rallentamento degli incrementi di produttività illustrato nel grafico 1 [1].

Grafico 1. Crescita della produttività del lavoro

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Ciò è stato possibile solo con una diminuzione pressoché generalizzata dei salari, la cui quota sul reddito decresce tendenzialmente. E questo stesso risultato è stato ottenuto grazie ad un insieme di dispositivi che reagiscono gli uni sugli altri (globalizzazione, finanziarizzazione, innovazioni tecnologiche, indebitamento) e sarebbe inutile cercare di isolarne la relativa incidenza. Le disuguaglianze sono parte integrante di questo modello coerente, sebbene la sua coerenza non avrebbe potuto durare [2]. Sono le contraddizioni di questo modello che hanno portato alla crisi del 2007-2008. La globalizzazione è sicuramente uno degli elementi essenziali di questo modello, ma la crisi ha avuto l’effetto di modificarne le caratteristiche.

Il grande sconvolgimento mondiale

Il decennio precedente la crisi fu segnato dall’ascesa dei cosiddetti paesi emergenti, in particolare la Cina. Questa «emersione» si appoggia su una nuova organizzazione della produzione, i diversi segmenti della quale sono distribuiti in parecchi paesi, dalla progettazione alla produzione e alla consegna al consumatore finale. Queste «catene mondiali di valore» sono costituite sotto l’egida di società multinazionali che tessono una vera e propria rete attorno all’economia mondiale. Oggi uno smartphone è progettato, prodotto e commercializzato dai lavoratori del mondo intero.

Questa nuova forma di globalizzazione è servita come via d’uscita dalla crisi dei primi anni 1980, aprendo un serbatoio di manodopera dai bassi salari, ulteriormente cresciuta dopo il crollo del «socialismo reale». Ma ha portato a un vero sconvolgimento dell’economia mondiale, come testimonia la distribuzione della produzione manifatturiera mondiale (energia esclusa): essa è aumentata del 62% tra il 2000 e il 2018, ma quasi tutta questa crescita è stata realizzata dai cosiddetti paesi emergenti, dove è più che raddoppiata (+ 152%), mentre è aumentata solo leggermente nei paesi avanzati (+ 16%). I paesi emergenti realizzano oggi il 42% della produzione manifatturiera mondiale, rispetto al 27% nel 2000 (grafico 2) [3]. In alcuni paesi, come la Cina e il Sud Corea, questa industrializzazione si limita sempre meno alle industrie di assemblaggio (tessile o elettronico) e segna una «risalita dei settori» verso prodotti high-tech, ed anche beni di produzione.

Grafico 2. Produzione industriale mondiale: volumi in miliardi di dollari del 2010

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L’opposizione tra paesi «avanzati» ed «emergenti», tuttavia, è una griglia di lettura ingannevole. All’inizio del secolo, Rosa Luxemburg poteva definire l’imperialismo come «l’espressione politica del processo di accumulazione capitalistica che si manifesta nella competizione fra capitalismi nazionali» [4]. Nicolaj Bucharin descrisse un «processo di nazionalizzazione del capitale, cioè la creazione di organismi economici omogenei, rinchiusi nei confini nazionali e refrattari tra loro [5]». Ciascun paese imperialista aveva come obiettivo conquistare il mondo, e da qui scaturì la prima guerra mondiale, definita per l’appunto inter-imperialista.

Tuttavia, oggi la mappa degli stati e quella dei capitali non coincidono più. Dobbiamo quindi abbandonare la rappresentazione di un “faccia a faccia” asimmetrico tra paesi imperialisti e paesi dipendenti e sostituirla con un concetto di economia mondiale strutturata secondo una logica di sviluppo disuguale e combinato, sostenuta dalle multinazionali.

Stati e Capitali

Dal momento che la mappa degli Stati e quella del capitale sono sempre più separate, bisogna pensare   diversamente le relazioni che mantengono. Certo, i legami privilegiati tra una tale multinazionale e il «suo Stato» non sono ovviamente scomparsi e lo Stato cercherà di difendere gli interessi delle sue industrie nazionali. Il distanziamento nasce piuttosto dal fatto che le grandi aziende hanno per orizzonte il mercato mondiale e che una delle fonti della loro redditività sta nella possibilità di organizzare la produzione su scala mondiale al fine di minimizzare i costi e localizzare i loro profitti nei paradisi fiscali. Non hanno vincoli che li costringano a ricorrere al salariato in patria, e i loro punti vendita sono in gran parte scollegati dalla situazione interna del loro luogo di origine. Ciò significa che la debole crescita del mercato interno di un paese è sopportabile per le aziende di questo paese, purché dispongano di sbocchi alternativi nel mercato mondiale. Il compito degli Stati, e questo è particolarmente vero in Europa, non è più tanto difendere i loro «campioni nazionali» quanto fare di tutto per attirare investimenti esteri sul loro territorio.

Questa organizzazione della produzione mondiale è stata resa possibile e costruita con decisioni politiche che puntavano a rovesciare qualsiasi ostacolo ad una libera circolazione dei capitali attraverso il mondo. Sono state operate da istituzioni e trattati internazionali e spesso imposte ai paesi dipendenti sotto forma di piani di aggiustamento strutturale.

La globalizzazione conduce quindi ad un intreccio di rapporti di potere organizzati secondo quella che si potrebbe chiamare una doppia regolamentazione contraddittoria. Da un lato, gli Stati cercano di difendere il loro rango nella scala delle potenze nazionali, pur garantendo le condizioni di funzionamento del capitalismo globalizzato. Dall’altro, questi stessi Stati devono conciliare gli interessi divergenti dei capitali rivolti al mercato mondiale con quelli del tessuto d’imprese che producono per il mercato interno e gestire la conflittualità sociale interna.

I rapporti economici di potere sono oggi strutturati lungo due assi: un asse «verticale» classico che oppone gli Stati nazionali e un asse «orizzontale» che corrisponde alla competizione tra capitali. Le istituzioni internazionali funzionano quindi come una sorta di «sindacato degli stati capitalisti», ma oggi non esiste né «ultra-imperialismo» né «governo mondiale». Al contrario, il capitalismo contemporaneo sfugge a qualsiasi vera regolamentazione e funziona in modo caotico, sballottato tra concorrenza esacerbata e necessità di riprodurre un quadro operativo comune. Le prerogative dello Stato-nazione non sono state però abolite, contrariamente ad alcuni tesi unilaterali. Per quanto riguarda l’economia mondiale, ne resta una: il controllo delle materie prime.

Il controllo delle materie prime

Il conflitto permanente per l’accesso alle materie prime non si è mai interrotto e genera squilibri e conflitti. Pensiamo ovviamente all’energia: petrolio, uranio, ecc. A questo bisogna aggiungere terreni espropriati [6] a beneficio dell’agricoltura produttivista, dell’energia idroelettrica e dello sfruttamento minerario. L’accesso all’acqua genera anche parecchi conflitti regionali.

La globalizzazione ha l’effetto di destabilizzare l’agricoltura contadina, sia inondando il paese di importazioni di cibo, sia accaparrandosi le terre. Allo stesso tempo, gli investimenti internazionali hanno spesso come scopo la delocalizzazione dei prodotti più inquinanti in paesi con legislazioni poco esigenti. Tutti questi meccanismi sono ulteriormente aggravati dai cambiamenti climatici, perciò non è affatto peregrina l’idea che i trasferimenti in senso lato (rifiuti, inquinamento, riscaldamento, siccità, piogge torrenziali, prodotti agricoli sovvenzionati, semenze brevettate, fertilizzanti e pesticidi) siano «le cause dell’ esilio forzato [7]».

Tuttavia, questo quadro comporta il rischio di un determinismo un po’ troppo semplicistico, che condurrebbe a dimenticare l’articolazione con altri fattori sociali e politici. Sostenere, ad esempio, che la guerra civile in Siria sia stata alimentata da dietro le quinte per preservare gli interessi dei grandi gruppi petroliferi sarebbe ovviamente molto riduttivo. Ma questa causa –a cui si aggiungono le vendite di armi– è ben reale, come dimostra un’analisi preoccupante di due economisti [8]. Quest’analisi dimostra che i periodi in cui il tasso di profitto delle quattro più grandi compagnie petrolifere (BP, Chevron, ExxonMobil, Shell) scende al di sotto della media delle grandi imprese sono seguiti da un conflitto, dalla guerra dei Sei Giorni, fino alla terza guerra del Golfo nel 2014. Anche se gli autori ammettono che la loro «storia del Medio Oriente è in gran parte una favola» e che «le tragedie della regione (…) hanno una loro logica specifica», il loro articolo ricorda la necessità di combinare correttamente la volontà di appropriazione delle risorse con altre cause.

L’esaurimento della globalizzazione

Il primo decennio di questo secolo è stato dominato da un asse Cina/Stati Uniti (si è parlato di Cinamerica) che funzionava su una logica di complementarietà. Gli Stati Uniti vivevano a credito con un deficit estero finanziato dal riciclo dei surplus, in particolare quello della Cina. Gli investimenti in Cina sotto forma di joint venture contribuivano al dinamismo dell’economia cinese. Altri paesi si integravano in questa divisione internazionale del lavoro: i famosi «paesi emergenti» ossia i PECO [Europa centrale e orientale: 11 paesi, certo molto eterogenei] nei confronti della Germania. E stava crescendo l’asse economico transatlantico tra Europa e Stati Uniti. Questa globalizzazione era efficace dal punto di vista del capitale e tutta l’ideologia dominante si dedicava a vantarne i benefici, a convincere della necessità di adeguarsi alla concorrenza mondiale, o a minacciare delocalizzazioni.

È come se gli avvenimenti odierni dimostrino che l’ultimo decennio, inaugurato dalla crisi del 2008, avesse poco a poco rivelato i limiti di questa organizzazione. Se non si può parlare di fine della globalizzazione, occorre sottolineare i segni evidenti di un esaurimento che sembra persistente. Lo sviluppo delle filiere mondiali di valore era motivato non solo dalla ricerca di un basso costo del lavoro, ma anche dal potenziale dei paesi emergenti, in termini di incrementi della produttività. Il suo rallentamento al centro poteva essere compensato dal dinamismo nei paesi periferici. Uno dei fenomeni più sorprendenti degli ultimi dieci anni è che la crescita della produttività nel Sud ha decisamente rallentato. Nei paesi emergenti, «la crescita media annua della produttività globale dei fattori è diminuita di più di un terzo, dal 3,5% (2000-2007) a poco più dello 1,0% (2011-2016) [9]». Questo è forse il fattore che contribuisce a spiegare il drammatico rallentamento del commercio mondiale. Fino ad allora, quest’ultimo era cresciuto due volte più velocemente della produzione mondiale; oggi esso aumenta allo stesso ritmo.

Uno dei motivi è che la Cina si sottrae alle filiere di valore: «le importazioni di input destinati alla riesportazione rappresentano ormai meno del 20% del totale delle esportazioni di merci, contro il 40% per gli anni 1990. Diversi fattori spiegano questa diminuzione: aumento dei salari, spostamento verso attività dal più alto contenuto tecnologico, volontà di una migliore distribuzione dei frutti della crescita, apprezzamento del tasso di cambio. [10]»

Mettendo da parte la Cina, si potrebbe persino parlare della fine dei paesi emergenti. Gli altri paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Sud Africa) non sono riusciti a superare in modo duraturo, come hanno fatto la Cina e la Corea del Sud, una specializzazione iniziale basata sulla fornitura di materie prime. Peter Salama parla di ritorno all’economia primaria*[11] nel caso del Brasile, ed altri economisti evocano una precoce deindustrializzazione [12]. Inoltre, i mercati emergenti sono soggetti a movimenti di capitali erratici che causano l’instabilità cronica dei loro bilanci esteri e della loro moneta. I casi recenti della Turchia e dell’Argentina sono un esempio lampante, ma potremmo citare anche i paesi dell’Europa meridionale, in cui non affluiscono più capitali.

Frammentazione sociale

La crisi è stata la cartina di tornasole di un altro fenomeno – che le politiche di austerità hanno per altro aggravato–, vale a dire la frammentazione sociale generata dalla globalizzazione. La quale infatti non è né «felice» né «inclusiva». Molti studi, inclusi quelli di organizzazioni internazionali come il FMI e l’OCSE, ne hanno sottolineato gli effetti corrosivi, di cui il più notevole è la polarizzazione del mercato del lavoro.

In tutti i paesi avanzati si osserva lo stesso fenomeno: l’occupazione aumenta alle due “estremità”. I lavori altamente qualificati progrediscono a un lato della scala, i lavori precari dall’altro; nel mezzo della scala, la “classe media” ristagna e le sue prospettive di avanzamento sociale svaniscono. Al tempo stesso, si accentuano le disparità di reddito. La globalizzazione non ne è l’unica responsabile, ed è molto difficile, perfino impossibile, isolarla da un modello mondiale in cui anche la finanziarizzazione e lo sviluppo di nuove tecnologie fanno la loro parte, come pure i rapporti di forza tra capitale e lavoro.

È un’occasione per ricordare che interi paesi non sono né «avanzati» né «emergenti», e che una parte significativa della popolazione mondiale vive in segmenti di paesi tenuti fuori dalla dinamica della globalizzazione capitalista. Le linee di frattura attraversano quindi le formazioni sociali e contribuiscono alla destrutturazione delle società.

Non sorprende quindi che vi sia una proliferazione recente di studi sulle disuguaglianze dei redditi. Branko Milanovic, uno degli specialisti mondiali di questa tema [13], riassume così una constatazione ormai condivisa: «Le disuguaglianze dei redditi stanno aumentando all’interno dei paesi ma stanno diminuendo a livello mondiale con l’ascesa della Cina. [14]» E questo aumento delle disuguaglianze, all’interno dei paesi, «influisce sulla stabilità politica degli Stati nazione».

Di fronte a questa sfida, le istituzioni internazionali stanno facendo il mea culpa: sarebbe stato meglio ridistribuire i benefici della globalizzazione per renderla più «inclusiva». Ma questo pio desiderio è in contraddizione con una delle forze trainanti della globalizzazione, ossia la concorrenza fiscale esacerbata. L’aliquota fiscale media sugli utili nei paesi avanzati è diminuita dal 44% dei primi anni 1990 al 33% nel 2017 e persino al 27%, tenendo conto delle misure adottate da Donald Trump [15]. E il movimento è mondiale: anche il tasso medio è diminuito di un terzo nello stesso periodo [16].

La contraddizione è flagrante: l’  “attrattività” implica una costante diminuzione delle risorse fiscali che non possono quindi essere dedicate a una redistribuzione che corregga gli effetti della globalizzazione per renderla “inclusiva”. Questa defiscalizzazione generalizzata dei profitti è la porta aperta all’evasione fiscale, che riduce ulteriormente le risorse statali: nel 2015 il 40% dei profitti delle multinazionali si trovava nei paradisi fiscali [17]. Lo Stato sociale viene quindi minato dall’interno e non sorprende che l’adattamento all’economia globalizzata vada di pari passo con il suo “snellimento”. Le funzioni dello Stato non sono comunque neutralizzate dalla globalizzazione, ma riorientate: lo Stato sociale diventa uno Stato antisociale la cui priorità è l’attrattività e la competitività della sua economia.

Anche la crescente sfiducia nell’Unione europea può essere interpretata come l’effetto di contraccolpo della crisi della globalizzazione, poiché le istituzioni europee sono sempre più viste come guidate da un progetto di adattamento alla logica dell’economia globalizzata.

L’effetto Trump

La capacità destabilizzante di Donald Trump sembra illimitata, ma le sue misure protezionistiche non tengono conto del modo in cui funziona l’economia statunitense né dell’attuale groviglio dei capitali. Riguardo al primo aspetto, uno degli elementi essenziali del Ciinamerica era di consentire agli Stati Uniti di ridurre il tasso di risparmio delle famiglie (e quindi la crescita dei consumi), con la contropartita di un grande deficit commerciale finanziato da capitali provenienti dal resto del mondo, compresa la Cina. Inoltre, Donald Trump è latore, attraverso tagli alle tasse, di una politica espansionistica che può solo aumentare il deficit. Un editorialista caustico ha potuto commentare: «Se esistesse un piano segreto per far saltare il deficit commerciale, somiglierebbe molto all’attuale politica statunitense [18]».

L’amministrazione statunitense, sotto l’egida di Trump, non comprende neanche che il commercio mondiale poggia principalmente sui beni e servizi intermedi la cui quota è «quasi il doppio di quella di beni e servizi destinati alla domanda finale [19]», come recentemente ricordato dal direttore generale della Banca dei Regolamenti Internazionali. Ovviamente per lui si trattava di difendere il libero commercio, ma la sua constatazione corrisponde alla realtà.

Nel caso degli Stati Uniti, molte delle sue importazioni corrispondono ad investimenti statunitensi in paesi come la Cina o il Messico. Secondo il FMI, nel 2015 gli Stati Uniti possedevano il 44% della stock di investimenti diretti realizzati in Messico e la quota delle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti da imprese con partecipazione straniera era del 60% nel 2014 [20].

Non sorprende quindi che il mondo degli affari USA sia diviso e che molti settori temano il rincaro dei beni intermedi oppure ritorsioni: «la preoccupazione suscitata dall’impatto del protezionismo di Trump continua a crescere in tutta l’economia statunitense, dove numerose aziende usano filiere globali di valore per mantenere bassi i prezzi e alti i profitti, e temono che questo periodo possa finire presto [21]». Ad esempio, un gruppo di società ha presentato un ricorso davanti al Tribunale di Commercio Internazionale di New York per contestare la i dazi del 25% sulle importazioni di acciaio [22]. Le aziende faro nel settore dell’IT hanno anche criticato i limiti all’immigrazione che potrebbero ridurre l’ingresso di cervelli a loro favore.

La politica mercantilista di Donald Trump è quindi incoerente. Il deficit commerciale statunitense, dal punto di vista contabile, corrisponde al fatto che il risparmio nazionale non è sufficiente a finanziare l’investimento domestico, a cui si aggiunge l’impatto del deficit di bilancio, reso più gravoso a causa della riduzione delle entrate. In queste condizioni, il deficit non ha motivo di ridursi nonostante i dazi sulle importazioni, a meno che non si riduca il consumo delle famiglie, e quindi la crescita degli Stati Uniti [23]. In pratica, le entrate di capitali dovranno continuare ad affluire dal resto del mondo per finanziare il deficit commerciale. Ma ciò presuppone che il ruolo del dollaro come valuta di riserva non sia messo in discussione. Ora, questo status quo sarebbe minacciato se i finanziatori degli Stati Uniti fossero dissuasi dal possedere dollari, sia perché il tasso di cambio è in calo, sia a causa delle misure aggressive adottate contro di essi.

Le misure di Trump riguardano anche l’Europa e quindi l’asse transatlantico, ad esempio rinunciando alla bozza di trattato –il TTIP (partenariato transatlantico sul commercio e sugli investimenti)– uno dei cui obiettivi era proprio quello di intensificare i legami tra Stati Uniti ed Europa, marginalizzare la Cina [24].

Riorganizzazione della Cina

Se Donald Trump ha deciso chiaramente di porre fine all’asse USA/Cina, la Cina ha, dal canto suo, avviato un nuovo percorso basato su tre princìpi. Primo: riportare il baricentro della sua economia verso il mercato interno, cosa che sta facendo molto gradualmente. Secondo: il governo cinese dichiara l’obiettivo di migliorare la sua produzione, con l’ambizioso programma Made in China 2025. Infine, la Cina sta sviluppando il progetto “la Cintura e la Via” : si tratta di un gigantesco programma infrastrutturale di quasi mille miliardi di dollari, che coinvolge più di sessanta paesi. La “cintura” collegherà –via terra– la Cina all’Europa occidentale attraverso l’Asia centrale e la Russia; la «Via» è marittima e raggiungerà l’Africa e l’Europa dal Mar di Cina e dall’Oceano Indiano [25].

Branko Milanovic vi riscontra un vero progetto di sviluppo che rompe con il Washington Consensus secondo cui “è sufficiente privatizzare, deregolamentare e liberalizzare i prezzi, il commercio estero, ecc., affinché gli imprenditori privati colgano l’opportunità, e lo sviluppo avverrà automaticamente [26]”. Non possiamo condividere questo giudizio positivo, che sottovaluta l’enorme rischio finanziario inflitto ai paesi interessati, come il Pakistan o lo Sri Lanka, che sono minacciati dal sovraindebitamento. È forse anche un’opportunità per la Cina di far presa sui paesi «partner» in una logica che porta alcuni ad evocare un «nuovo imperialismo cinese [27]».

Ciononostante, questa “Nuova Via della Seta” e il programma Made in China 2025 stanno portando ad una sostanziale riorganizzazione dell’economia cinese e ad una nuova strutturazione dell’economia mondiale. L’OCSE ne è ben consapevole e ne è preoccupato insistendo sui “limiti di ciò che la Cina può fare da sola” e suggerendo che “saranno necessari contributi significativi dai paesi dell’OCSE”, il che presuppone un “ruolo crescente dei mercati” e il rafforzamento dei “diritti di proprietà e della concorrenza [28]”.

“Populismo”: il vero erede della crisi finanziaria

L’ordine mondiale pre-crisi è oggi messo in discussione dall’aumento – e dall’ascesa al potere– di forze di estrema destra critiche nei confronti della globalizzazion, rese più forti dalla crisi. Un editorialista del Financial Times ha potuto scrivere che “il populismo è il vero erede della crisi finanziaria mondiale [29]”.

Certamente, bisogna diffidare da qualsiasi meccanicismo. Ad esempio, i paesi europei più colpiti dall’austerità (Grecia, Spagna, Portogallo) rimangono poco colpiti dall’ascesa dell’estrema destra, mentre la stessa è ora al potere in Italia, Austria, Ungheria o Polonia. L’afflusso di rifugiati negli ultimi anni ha ovviamente avuto la sua parte, ma anche questo fattore ha avuto un impatto diverso nei diversi paesi. La formula algebrica generale combina gli effetti del liberismo e della xenofobia, ma in proporzioni variabili.

Sull’argomento, si può citare un interessante studio sulle cause determinanti il voto a favore della Brexit [30]. L’autore parte dalla diminuzione della spesa sociale tra il 2010 e il 2015. È in media del 23,4%, ma varia molto da un distretto all’altro (dal 46,3% al 6,2%), il che permette di disegnare una mappa dell’austerità che può essere paragonata a quella dei voti UKIP (UK Independence Party), che coincide con i voti per la Brexit del 2016. Il legame tra i due è molto stretto e l’autore non esita ad affermare che, in assenza di misure di austerità, la Brexit sarebbe stata in minoranza. Le cose sono però più complicate poiché le diminuzioni della spesa sociale sono state più pronunciate nei distretti più colpiti dagli effetti del modello liberista: deindustrializzazione, disoccupazione e polarizzazione dei posti di lavoro. Le determinazioni sono quindi complesse e se l’autore non considera alcun ruolo rilevante per l’immigrazione, la xenofobia non era assente dagli argomenti della campagna a favore della Brexit.

Uno studio recente [31] considera dati economici ed elettorali che incrocia con i risultati dell’European Social Survey, un’indagine sulle opinioni dei cittadini. Questo afferma che “le regioni che registrano un maggiore aumento della disoccupazione, hanno maggiori probabilità di respingere i migranti economici”. La crisi “ha cambiato l’opinione degli Europei sull’impatto dei migranti sull’economia, un effetto particolarmente forte per le persone più colpite dalle conseguenze negative della globalizzazione e dei miglioramenti tecnologici”. Gli autori introducono così una differenza tra i “motori economici e culturali del populismo”: i loro risultati mostrano che il rifiuto degli immigrati ha una base economica piuttosto che culturale. Non c’è correlazione tra la disoccupazione e la percezione del ruolo degli immigrati nella vita culturale del paese. Quindi tutto sta accadendo come se i partiti di estrema destra stessero trasformando la “base economica” del rifiuto degli immigrati in un rifiuto “culturale”, in altre parole in aperta xenofobia.

Wolfgang Streeck evoca una nuova opposizione tra le interpretazioni di “sinistra” e di “destra” dell’immigrazione, che sarebbe “ortogonale” al conflitto classico destra-sinistra tra lavoro e capitale  [32]. Infine, Patrick Artus “comprende il malessere sociale” dei salariati dei paesi OCSE, a causa di tre fattori che questi ultimi devono affrontare: “deindustrializzazione e polarizzazione del mercato del lavoro; ridotta capacità degli Stati di finanziare la spesa per il Welfare; calo della quota salario, attraverso la concorrenza salariale e l’elevata esigenza di redditività del capitale [33]».

Mala tempora

Dopo dieci anni di crisi, il quadro dell’economia mondiale è cupo: l’Unione europea è presa tra la Brexit e l’ascesa dell’estrema destra, la zona euro si segmenta, molti paesi cosiddetti emergenti sono soggetti a movimenti erratici di capitale, i debiti, e soprattutto i debiti privati, non hanno cessato di accumularsi, la quota di ricchezza, spettante ai suoi legittimi produttori, diminuisce quasi ovunque e le disuguaglianze aumentano, lo Stato sociale è indebolito dalla concorrenza fiscale, ecc. Invece di migliorare, gli effetti di questa crisi sono peggiorati. La ragione fondamentale è che non esiste un modello alternativo a quello entrato in crisi dieci anni fa, che sia accettabile per l’oligarchia mondiale. Tutti i principi di organizzazione dell’economia mondiale si stanno gradualmente disgregando, specialmente sotto i colpi violenti di Donald Trump. Solo la Cina ha un programma coerente per ristrutturare parte dell’economia mondiale a proprio vantaggio.

In queste condizioni, molti commentatori annunciano oggi una nuova crisi (forse anche per riscattarsi dalla cecità di dieci anni prima) senza che nessuno possa dire quale sarà l’elemento scatenante. Ma la preoccupazione principale sta nel fatto che non ci sono più munizioni disponibili. Gordon Brown, il primo ministro britannico ai tempi della crisi, ha espresso perfettamente questa paura: “Quando si verificherà la prossima crisi, scopriremo di non avere alcun margine di manovra fiscale o monetaria, né la volontà di usarlo”, e indica l’aspetto senza dubbio più inquietante, cioè che “mancherà la necessaria cooperazione internazionale [34]”.

Gli strumenti di coordinamento hanno perso la loro sostanza o sono stati abbandonati dalla potenza ancora dominante. Non c’è più un pilota della globalizzazione. La sfida climatica richiederebbe però, per sua stessa natura, una cooperazione internazionale, per non parlare della direzione alternativa verso un altro modello di sviluppo. Ma oggi i disordini dell’economia mondiale, le politiche ostili agli investimenti pubblici e senza dubbio la logica inerente al capitalismo, rendono questa prospettiva tragicamente fuori portata.

* Tutti i riferimenti consultati sono disponibili su http://hussonet.free.fr/cohenbib.pdf.

Note

[1] Michel Husson, «Le ralentissement de la productivité mondiale», note hussonetn°126, 17 septembre 2018.

[2] Michel Husson, «Dix ans de crise … et puis Macron», A l’encontre, 25 août 2017.

[3] Source: CPB World Trade Monitor. V. Michel Husson, «Les nouvelles coordonnées de la mondialisation», note hussonet n°125, 16 septembre 2018.

[4] Rosa Luxemburg, L’accumulazione du capitale, 1913.

[5] Nicolas Boukharine, L’économie mondiale et l’impérialisme, 1917 (brani); Imperialism and World Economy.

[6] Michel Husson, «L’accaparement des terres, entre Monopoly et colonisation», L’Humanité-Dimanche, 9 août 2018

[7] Nicolas Sersiron, «Les transferts négatifs sont les causes des exils forcés», CADTM, 22 août 2018.

[8] Shimshon Bichler et Jonathan Nitzan, «Energy Conflicts and Differential Profits: An Update», October 2014.

[9] Amandine Aubry et al., «Le ralentissement de la productivité dans les pays émergents est-il un phénomène durable ?», Trésor-Econ° 225, juillet 2018.

[10] Christine Rifflart et Alice Schwenninger, «La Chine se normalise et son commerce devient ordinaire», OFCE, 12 juillet 2018.

[11] Pierre Salama, Les économies émergentes latino-américaines, Armand Colin, 2012.

[12] Fiona Tregenna, « Deindustrialization and premature deindustrialization», in E. Reinert et al. (eds.) Elgar Handbook of Alternative Theories of Economic Development, 2016.

[13] Branko Milanovic, Global Inequality. A New Approach for the Age of Globalization, 2016.

[14] Branko Milanovic, «Changes in the global income distribution and their political consequences», Oslo, August 2018.

[15] Patrick Artus, «Pourquoi la concurrence fiscale se fait-elle par la taxation des profits des entreprises et pas par les autres impôts» 28 août 2018.

[16] «Les taux d’impôt sur les sociétés dans le monde», La Lettre Vernimmen, n° 159 mai 2018.

[17] Thomas Torslov, Ludvig Wier, Gabriel Zucman, «The Missing Profits of Nations», vox.eu, 23 July 2018.

[18] Phil Levy, «President Trump’s ‘Secret Plan’ To Grow The Trade Deficit», Forbes, August 13, 2018.

[19] Agustín Carstens «Global market structures and the high price of protectionism», Bank for International Settlements, 25 August 2018.

[20]] Mary E. Lovely, Yang Liang, «Trump Tariffs Primarily Hit Multinational Supply Chains, Harm US Technology Competitiveness», Peterson Institute for International Economics, May 2018.

[21] James Politi, «US tariffs see small businesses plead for mercy as trade war bites» Financial Times, August 24, 2018.

[22] Elsa Conesa, «Acier : des industriels américains attaquent les surtaxes de Trump», Les Échos, 27 juin 2018.

[23] Michel Husson, «Les limites (comptables) de Donald Trump», note hussonet n°123, 28 août 2018.

[24] Michel Husson, «Pourquoi il faut bloquer le Transatlantic Free Trade Area (TAFTA)», A l’encontre, 26 novembre 2014.

[25] Faseeh Mangi,«China’s Vast Intercontinental Building Plan Is Gaining Momentum», Bloomberg, April 9, 2018.

[26] Branko Milanovic,«The west is mired in ‘soft’ development. China is trying the ‘hard’ stuff»,The Guardian, May 17, 2017. In un tweet, Milanovic ha aggiunto questo commento caustico: «Credo che la Cina offre qualcosa di concreto (strade, ferrovie, ponti), mentre l’Unione europea offre infinite conferenze sul tema alla moda in cui i consulenti UE incassano i soldi dell’UE.»

[27] Alice Jetin-Duceux, «Les stratégies de la Chine à l’étranger», CADTM, Juin 2018. Robin Lee et al.,«China’s Overseas Expansion: An Introduction to its One Belt, One Road and BRICS Strategies»,February 2018.

[28] OCDE, Business and Finance Outlook, 2018.

[29] Philip Stephens, «Populism is the true legacy of the global financial crisis», Financial Times, 30 août 2018; «Le populisme est le véritable héritage de la crise financière mondiale», traduction de Gilles Raveaud, 6 septembre 2018.

[30] Thiemo Fetzer, «Did Austerity Cause Brexit?», University of Warwick, June 2018. Numerosi studi cercano di stabilire un legame tra l’austerità e il progresso dell’estrema destra. Uno di questi è dedicato all’ascesa del nazismo in Germania (Gregori Galofré-Vilà et al., 2017). Altri si concentrano sulla Germania contemporanea (Christian Dippel et al., 2015), gli Stati Uniti (David Autor et al., 2017) e la Svezia (Carl Melin e Ann-Therése Enarsson, 2018).

[31] Yann Algan, Sergei Guriev, Elias Papaioannou, Evgenia Passari, «The European Trust Crisis and the Rise of Populism», BPEA Conference Drafts, September 7–8, 2017.

[32] Wolfgang Streeck, «Between Charity and Justice: Remarks on the Social Construction of Immigration Policy in Rich Democracies», Culture, Practice & Europeanization, 2018, Vol. 3, No. 2.

[33] Patrick Artus, «Les évolutions inexorables des économies créent le malaise social», Flash CDC, 24 août 2018.

[34] Gordon Brown, «We are sleepwalking into another financial crisis», BBC, 13 September 2018.