L’influenza della Rivoluzione d’ottobre e il mito dell’Urss in Italia

 

1920-Guardie-rosseFrancesco Soverina* 

[…] nei momenti di svolta decisivi, quando un vecchio regime diventa intollerabile per le masse, queste ultime spezzano i recinti che le separano dall’arena politica, rovesciano i loro rappresentanti tradizionali e, in tal modo, creano un punto di partenza per un nuovo regime. (Lev Trockij, Storia della rivoluzione russa)

 

È bene chiarire subito che il titolo del mio intervento obbliga alla ricostruzione e all’analisi di due rilevanti questioni, legate da nessi stringenti e perciò non facilmente scorporabili, ma nemmeno meccanicamente sovrapponibili. Si tratta, peraltro, di coprire un ampio periodo storico e di addentrarsi in problematiche quanto mai complesse: dalla scossa tellurica della rivoluzione sovietica nel 1917, che segna uno spartiacque nella storia mondiale, dalla propagazione della sua onda d’urto, al formarsi e consolidarsi del mito dell’Ottobre e poi di quello dell’Urss, con cui il primo finisce per fondersi e al quale occorre guardare con occhi critici, fuori da ogni giustificazionismo storicistico, ma con la consapevolezza che esso rispondeva a bisogni materiali e morali largamente avvertiti, in grado di alimentare intense passioni ideologiche e politiche. Insomma, è necessario tener conto dei fattori strutturali, oggettivi dei processi storici, ma pure delle aspettative, delle speranze, delle illusioni collettive, frutto queste ultime – nel caso del mito dell’Urss – di esigenze spontanee e al contempo di manipolazioni e costruzioni artificiali. Senza prestare attenzione a tutto ciò, diventa difficile scandagliare e cogliere la psicologia di massa che costituisce il lievito di fenomeni complessi e talvolta sfuggenti come i miti politici[1].

È indubbio che un inedito capitolo storico si apra con l’affermazione della rivoluzione bolscevica, la quale rappresenta la più radicale contestazione, la più clamorosa sconfessione della prima grande guerra imperialistica, delle sue logiche e dinamiche. Quella guerra che si risolve in un immenso bagno di sangue, nel quale periscono intere generazioni di proletari e contadini, ma nel corso della quale in tanti familiarizzano con la dimensione collettiva dell’agire, apprendendo il nuovo, per molti sconosciuto, concetto della solidarietà. Gigantesco acceleratore di tutte le tensioni che, tra la fine dell’Ottocento e il 1914, covano nel mondo dominato dal capitalismo e dalla borghesia, il primo conflitto mondiale annovera tra i suoi esiti – oltre al ridisegnarsi della mappa e delle relazioni geopolitiche – lo scardinamento dei vecchi equilibri politico-sociali, la generale delegittimazione delle élite dirigenti, l’evaporarsi della fiducia e dell’adesione popolare alle istituzioni borghesi.

Con l’Ottobre, la pratica dell’insurrezione esce dalla logica della cospirazione per divenire nuovamente un fenomeno di massa: dal 1917 tutta l’Europa si trasforma in una polveriera sul punto di esplodere, pervasa com’è da un mutato clima sociale e politico[2]. Non a caso si assiste alla ripresa e al rilancio delle forze che, nella galassia socialista, avevano avversato, nell’estate del 1914, l’abdicazione della Seconda Internazionale a favore delle union sacrée con i governi borghesi. Pochi partiti, tra cui soprattutto quello bolscevico, si erano sottratti all’implosione e al tracollo del movimento socialista, che al momento della prova decisiva aveva ammainato le bandiere del pacifismo e dell’internazionalismo.

Tra rivoluzione e reazione

Sulla scia dell’Ottobre sovietico – esempio concreto del ribaltamento delle gerarchie sociali vigenti – attecchisce ovunque la parola d’ordine «fare come in Russia». Grazie alle spinte messe in moto dalla rivoluzione, dal più formidabile fattore di radicalizzazione della lotta politica e sociale, il movimento operaio pare proiettato ad occupare il centro della scena politica e ad essere l’elemento risolutivo della crisi europea. La rivoluzione bolscevica si configura immediatamente, da un lato, come un terribile monito per le classi detentrici del potere economico e politico, dall’altro come l’evento-processo suscitatore di enormi speranze e volontà di lotta nelle masse subalterne, protagoniste di movimenti e di fiammate insurrezionali nel cuore dell’Europa[3]. È convinzione allora diffusa che il vecchio mondo stia per lasciare il passo a un nuovo ordine sociale, che una nuova era stia per inaugurarsi. La rivoluzione internazionale sembra, dunque, non solo possibile, ma imminente, pronta a realizzarsi nell’Europa centro-orientale, a schiudere le porte dell’avvenire alle masse proletarie e contadine che avevano fatto il loro tremendo tirocinio di sangue e di morte nelle trincee e sui campi di battaglia. Lenin e Trockij confidano molto nella prospettiva della rivoluzione mondiale per la realizzazione e le sorti del socialismo in Russia.

Saranno, invece, le forze della controrivoluzione e della conservazione a spuntarla quasi dappertutto, tranne che in Russia, dove sotto la guida politica di Lenin e la direzione militare di Trockij l’Armata rossa riesce, dopo fasi drammaticamente alterne, a sbaragliare le truppe dei generali bianchi Judenic, Denikin e Kolciak, appoggiate dalle truppe di ben dieci Stati borghesi. Dal conflitto interno la Russia esce completamente dissanguata (5 milioni le vittime) e una terribile carestia è l’inevitabile conseguenza dei dissesti da essa provocati.

All’origine di una catastrofe sociale ed economica, che sembra mettere a repentaglio l’esistenza stessa del Paese, la guerra civile – come ha sottolineato con forza Moshe Lewin, uno dei maggiori studiosi di storia sovietica – dà luogo a mutazioni decisive. «La classe operaia, devastata, declassata, dispersa nelle campagne alla ricerca di pane – annota con viva preoccupazione Lenin -, è scomparsa!» [4]. Caduta in combattimento, in parte inserita nei quadri del partito e dell’amministrazione, viene inghiottita dalla situazione d’estrema emergenza che caratterizza il biennio 1918-20. Con il proletariato decimato, il partito bolscevico, perno del nuovo assetto statale, rimane come sospeso «nell’aria». Privo della sua base sociale, sottoposto ad un intenso ricambio, in seguito alla costante mobilitazione per fornire all’Armata rossa e allo Stato il personale necessario, esso è costretto ad appoggiarsi all’esercito, alla polizia e ai settori portanti della burocrazia. É dunque la guerra civile, «la fatale guerra civile», come a ragione è stata definita da Lewin, a porre una seria ipoteca sul futuro della società e del regime sovietici.

L’altro, notevole, fattore di condizionamento è l’inatteso isolamento, sul piano internazionale, della rivoluzione russa, frutto del «cordone sanitario» steso attorno all’Urss e soprattutto delle brucianti sconfitte subite, nel primo dopoguerra, dal movimento comunista in Europa. Infatti, mentre la Russia è dilaniata dalla tragica guerra civile tra Bianchi e Rossi, la Germania è sconvolta, tra il 1918 e il 1920, dagli scontri tra i Freikorps – le formazioni paramilitari d’estrema destra messesi al servizio dello scellerato patto tra lo stato maggiore dell’esercito e i vertici della Spd -e i rivoluzionari della Lega di Spartaco, che subiscono una sanguinosa lezione. Il 15 gennaio 1919, i loro leader Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg sono imprigionati e barbaramente assassinati. A sua volta, l’Ungheria assiste, il 21 marzo di quello stesso anno, alla proclamazione della Repubblica dei Soviet, rovesciata soltanto 113 giorni più tardi, il 1° agosto, per poi essere investita dal «terrore bianco», puntellato dalle truppe rumene.

Dopo la «battaglia della Marna della rivoluzione tedesca», repressa congiuntamente dalla casta militare e dalla Spd al governo, tra aprile e maggio vengono brutalmente spenti gli ultimi focolai insurrezionali a Brema, nella Ruhr e in Baviera. Qui, il 6 aprile 1919, per effetto del cataclisma rivoluzionario che scuote la Germania uscita prostrata dalla Grande guerra, viene instaurata una Repubblica dei Soviet, abbattuta all’incirca un mese dopo (il 3 maggio) dai Freikorps e dalle «Guardie Bianche», che uccidono, nel corso di aspri combattimenti, oltre 1.000 volontari comunisti[5].

Il vento della rivoluzione, che soffia con maggiore o minore intensità nei vari angoli del Vecchio continente, finirà per allarmare tutte le borghesie e tutti i governi: il trauma della Comune di Parigi e la paura per l’ascesa del Quarto Stato riaffiorano prepotentemente nei ceti dirigenti. E, come nell’agosto 1914, i gruppi riformisti, in particolare i vertici della Spd, vanno in soccorso del potere borghese, ora più che mai traballante. Tutt’altro scenario si sarebbe delineato, qualora non avessero ingaggiato in Germania una lotta senza quartiere contro gli spartachisti guidati da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht.

Se, nel 1918, – ha sentenziato profeticamente Lev Trockij – la socialdemocrazia tedesca avesse utilizzato il potere che gli operai le imponevano di prendere per compiere la rivoluzione socialista e non per salvare il capitalismo, non è difficile immaginare, sulla base dell’esempio russo, quale invincibile forza economica potrebbe rappresentare oggi un blocco socialista dell’Europa centrale e orientale e di una parte considerevole dell’Asia. I popoli del mondo dovranno pagare con nuove guerre e nuove rivoluzioni i crimini storici del riformismo[6].

L’idea e la prassi della rivoluzione, che alimentano tante speranze nel proletariato urbano e rurale, incutono timore ai ceti borghesi, preoccupati che la vittoria dei bolscevichi possa innescare processi imitativi, possa trasformarsi in un letale virus contagioso. Gli imprenditori, gli agrari, i professionisti, i membri del ceto medio commerciale e burocratico paventano di perdere beni, ricchezze, privilegi o anche solo la loro placida sicurezza. Atterriti dall’inedito protagonismo delle classi popolari, dall’aleggiare del fantasma della sovversione sociale, i ceti dominanti e le caste militari cominciano ben presto a tenere in seria considerazione l’ipotesi di una «controrivoluzione preventiva». Essi temono che possa dilatarsi la «macchia del bolscevismo» (l’espressione è dell’italiano Vittorio Emanuele Orlando), che lo spettro del comunismo si materializzi in tutta Europa. Hanno di fronte masse operaie e contadine che reclamano i loro diritti, che inneggiano alla rivoluzione per mettere fine ai privilegi del padronato industriale e dei grandi proprietari terrieri, che insomma vogliono «fare come in Russia», secondo lo slogan veicolato anche da canzoni proletarie e popolari. La piccola e la media borghesia, spaventate in Italia dall’inconcludente verbalismo insurrezionale dei massimalisti e dal pericolo, rivelatosi poi infondato, del ribaltamento del loro mondo e dei loro valori, prestano più facilmente orecchio alla propaganda ultranazionalista, riconoscendosi nelle parole d’ordine delle forze reazionarie, che invocano la difesa del potere costituito e il ricorso alla mano pesante. Dinanzi all’eventualità che dappertutto trionfi il modello della «Russia dei Soviety», le potenze capitalistiche decidono di passare al contrattacco, stendendo un «cordone sanitario» attorno al neonato Stato proletario e stigmatizzando l’intero movimento socialista come bolscevico. Significativamente annota nel suo Diario, nel maggio 1919, l’intellettuale Zino Zini, collaboratore dell’«Ordine Nuovo» e sostenitore del movimento dei Consigli di fabbrica:

Il bolscevismo è lo spettro della borghesia che si vede turbare il festino della vittoria. Ormai la paura consiglia di invocare la repressione. In puntello dello statu quo è il soldato, l’uomo delle trincee contro quello delle officine, ecco il dada di tutto il giornalismo conservatore. […]

Ordine è l’idea fissa di quelli che hanno le gambe sotto la tavola da pranzo; disordine il pensiero invece di coloro che non hanno trovato il più piccolo posto disponibile al banchetto della vita[7]

Il «biennio rosso» in Italia

In Italia il referente politico della borghesia, il ceto dirigente liberale, versa in una grave crisi, palesata dalla sua incapacità di impedire l’estendersi del movimento contro il caroviveri, che nel 1919 tocca tutti i centri urbani, grandi e piccoli della penisola, spodestando temporaneamente ogni potere ad eccezione delle Camere del Lavoro. Alla galoppante inflazione postbellica (rialzo dei prezzi dei generi di prima necessità e svalutazione della lira), che non dà tregua ai salariati e ai percettori di reddito fisso, i lavoratori rispondono con l’arma degli scioperi, che si intensificano intorno alla metà di quell’anno: 200.000 metallurgici nel Nord, 200.000 operai agricoli nelle province di Novara e di Pavia, i tipografi a Roma e a Parma, i tessili a Como, i marittimi a Trieste. A loro volta, reparti dell’esercito si ammutinano ad Ancona, Trieste e Brindisi, con gli «arditi» che ne costituiscono l’elemento di punta.

Tuttavia, i moti di luglio contro il carovita non si saldano allo sciopero politico promosso dall’Internazionale Comunista per rompere l’isolamento della Russia sovietica e l’accerchiamento del blocco delle forze ostili e rilanciare, così, il programma della rivoluzione mondiale nel nome e nell’esempio dell’esperienza bolscevica. Indetto dalla Terza Internazionale d’intesa con la Sfio e il Labour Party, lo «scioperissimo» (20-21 luglio) intende prendere di mira le iniquità del trattato imperialistico di Versailles e gli interventi dei contingenti stranieri contro le forze rivoluzionarie russe e ungheresi. In Italia si traduce in uno smacco, imputabile al mancato raccordo con le contemporanee agitazioni proletarie e popolari, la cui repressione aveva falciato già decine e decine di vittime. «Nell’Italia del 1919 – osserverà molti anni dopo Angelo Tasca – la classe operaia resta senza programma e senza capi»[8]. Pur non dando luogo ad una rivoluzione, il 1919, che vede l’intreccio di tre questioni fondamentali (pace, pane, terra), è «molto più di una semplice rivolta»[9]. Anzi sembra proprio l’anno della rivoluzione italiana, della rivoluzione democratica. Le masse hanno cominciato la loro lotta per il pane, per la terra, per la libertà. I ponti con il passato sembrano rotti per sempre: da questa rivoluzione, una vera nazione, uno stato popolare stanno finalmente sorgendo. È il presagio certo della Quarta Italia»[10].

E, in un paese che conta 4 milioni di operai nel settore industriale, 4 milioni di braccianti e 4 milioni di contadini, gran parte dei lavoratori guarda alla Russia dove i bolscevichi conducono, da circa due anni, una lotta titanica contro le armate bianche sostenute dai corpi di spedizione inviati dalle potenze dell’Intesa per stroncare sul nascere il minaccioso esperimento politico-sociale. Benché inizialmente smorzata dall’ondata nazionalistica della «linea del Piave», seguita alla «disfatta di Caporetto»[11], l’eco della Rivoluzione d’ottobre giunge sino nell’estremo lembo del Mezzogiorno continentale, a Casignana, un paese in provincia di Reggio Calabria. Qui, come ha narrato lo scrittore Mario La Cava in un denso, ma ignorato libro, fondato su testimonianze e documenti, all’incirca un mese prima della Marcia su Roma i carabinieri, in combutta con i fascisti, si macchiano di un eccidio ai danni dei contadini, rei di aver occupato le terre del maggiorente locale, don Luigi Nicota, esponente della più retriva conservazione sociale. Uno dei protagonisti del romanzo Filippo Zanco – nella realtà storica Francesco Ciaravolo, il medico socialista diventato nel 1922 sindaco del piccolo centro rurale – eloquentemente dice

[…] la rivoluzione russa aveva provato che le sorti potevano invertirsi. Gli schiavi erano diventati padroni. E quelli che erano padroni, che cos’erano diventati? Nulla, erano diventati rottami di un mondo scomparso. Filippo Zanco – aggiunge La Cava – non dubitava che la rivoluzione non avesse imboccato la strada giusta. Era convinto che, distrutto il potere padronale, l’uomo si sarebbe sviluppato secondo l’idea della sua perfezione. Il male non sarebbe stato distrutto, ma non avrebbe assunto proporzioni immani. La guerra sarebbe scomparsa tra le nazioni, le divisioni arbitrarie sarebbero cessate. La terra sarebbe diventata accogliente, gli uomini l’avrebbero resa abitabile con il loro lavoro.

A sua volta Antonio Romeo, falegname socialista, esprime così la sua fiducia riposta nell’Ottobre:

Come è crollato il potere dello zar di tutte le Russie, così cesserà il potere dello zar di Casignana [il latifondista don Luigi Nicota].

L’animo suo – annota La Cava – era combattivo per la speranza che aveva di cambiare le cose del mondo. In guerra aveva acquistato coscienza che niente poteva essere peggiore di quel sistema che aveva dato quei risultati.

E qual era il sistema di vita che bisognava abolire? Quello in cui vi erano da una parte i padroni e dall’altra gli schiavi. Gli schiavi facevano la guerra per conto dei padroni e credevano che la facessero per sé. Sempre era stato così[12].

«I fatti di Casignana» avvengono alla vigilia del colpo di mano fascista, avallato dalla monarchia e dagli industriali, che nell’ottobre 1922 non solo mette fine allo Stato liberale, ma sancisce la sconfitta del movimento operaio. Eppure la crisi sociale nel 1919 sembrava aver imboccato il sentiero della rivoluzione. Dall’inizio di quell’anno gli scioperi, sovente spontanei, si moltiplicano, accompagnati da sommosse, da saccheggi di magazzini ad opera di folle affamate. Gli aderenti alla Cgil passano da 600.000 nel 1918 a più di due milioni nel 1920, gli iscritti al Psi dai 50.000 dell’anteguerra a 300.000, il gruppo parlamentare socialista si espande da 50 a 156 deputati dopo l’appuntamento con il voto del novembre 1919. L’accentuarsi e acutizzarsi degli attriti sociali irrobustisce sì la presenza in parlamento del Psi, ma ne mette a nudo i profondi limiti. Ancorata agli schemi elaborati nella stagione della Seconda Internazionale, incapace di rinnovarsi nei metodi di lotta e negli strumenti d’analisi, la direzione massimalista del Psi dilapida la tensione rivoluzionaria allignante nelle masse, mentre la componente riformista ritiene che le aspirazioni di fondo dei lavoratori siano state soddisfatte con l’aumento dei salari e le conquiste sindacali strappate nel primo semestre del ’19. Pertanto il Partito socialista, per non parlare della Cgil, in mano ai riformisti, non indirizza la possente spinta del proletariato verso il conseguimento di obiettivi politici generali. L’orizzonte ideologico-culturale e l’inadeguata diagnosi del sistema capitalistico dei quadri dirigenti massimalisti e riformisti impediscono l’inserimento dei conflitti nei luoghi di lavoro in un’unica e coerente strategia politica: non viene posta la cruciale questione delle alleanze, non viene posta con chiarezza la decisiva questione del potere.

È significativo che quando quest’ultima viene sollecitata dal movimento operaio torinese con la formazione dei consigli di fabbrica – organismo più avanzato delle commissioni interne, embrione del futuro assetto politico ed economico, punto d’incontro tra operai, intellettuali e tecnici – il Psi si tiri indietro, non intraprendendo un percorso di radicalizzazione dello scontro politico. Privo di una guida nazionale, il processo rivoluzionario non fuoriesce dai capannoni dell’officina per investire le strutture dello Stato: il suo rimanere circoscritto alla fabbrica e alla sola zona del triangolo industriale costituisce l’elemento di maggior debolezza del movimento operaio italiano dei primi anni Venti. Ciò è attestato dal sostanziale insuccesso dello «sciopero delle lancette», che nel marzo 1920 provoca una serrata padronale: al braccio di ferro con gli industriali, incentrato sulla richiesta dei lavoratori di ottenere un maggior controllo nelle fabbriche, mancherà l’apporto delle istanze sindacali nazionali e del Psi. Qualche mese più tardi, in agosto, una trattativa all’Alfa Romeo di Milano è all’origine di un’ondata di scioperi, che coinvolge più di mezzo milione di metallurgici, soprattutto lombardi e piemontesi, e che culmina con l’occupazione delle fabbriche[13]. Gli stabilimenti, su cui sventola la bandiera rossa, sono diretti da consigli operai eletti dai lavoratori e protetti da milizie di «guardie rosse». Tuttavia, l’esperienza di autogestione tentata dagli scioperanti, che rimette in funzione il circuito produttivo, esaurisce rapidamente gli stock di materie prime che non possono essere rinnovate per la mancanza di crediti bancari. Un arbitrato del presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, negoziato con il Psi e la Cgil, riesce a far evacuare le fabbriche in cambio di vaghe promesse sociali; gli stessi massimalisti si rifiutano di mettersi alla testa di un movimento che pure dimostra di avere una spiccata connotazione rivoluzionaria. Si decide così la partita per il potere, la cui soluzione per i lavoratori passa attraverso la costituzione e l’estensione dei consigli di fabbrica, visti e concepiti come cellule di un «ordine nuovo».

Il Consiglio di fabbrica – aveva osservato Antonio Gramsci su «L’Ordine Nuovo» – è il modello dello stato proletario […] Nell’uno e nell’altro il concetto di cittadino decade, e subentra il concetto di compagno: la collaborazione per produrre bene e utilmente sviluppa la solidarietà, moltiplica i legami di affetto e di fratellanza. Ognuno è indispensabile, ognuno è al suo posto e ognuno ha una funzione e un posto. […]

L’esistenza del Consiglio dà agli operai la diretta responsabilità della produzione, li conduce a migliorare il loro lavoro, instaura una disciplina cosciente e volontaria, crea la psicologia del produttore, del creatore di storia[14].

Noi diciamo – ribadisce Gramsci, sempre sulle pagine de «L’Ordine Nuovo» – che il periodo attuale è rivoluzionario appunto perché costatiamo che la classe operaia, in tutte le nazioni, tende a creare, tende con tutte le sue energie – pur tra gli errori, i tentennamenti, gli impacci propri di una classe oppressa, che non ha esperienza storica, che deve tutto fare originalmente – a esprimere dal suo seno istituti a base rappresentativa, costruiti entro uno schema industriale; noi diciamo che il periodo attuale è rivoluzionario perché la classe operaia tende con tutte le sue forze, con tutta la sua volontà a fondare il suo Stato. Ecco perché noi diciamo che la nascita dei consigli di fabbrica rappresenta un grandioso evento storico, rappresenta l’inizio di una nuova era nella storia del genere umano: per essa il processo rivoluzionario è affiorato alla luce, entra nella fase in cui può essere controllato e documentato[15].

Alla base dell’ideale e dell’obiettivo dell’«economia associata» vi è un’incontenibile ansia di giustizia sociale e di più umane condizioni di vita, espressa – sia pure in forme diverse – tanto dal moderno proletariato di fabbrica quanto dalla massa anonima di «umiliati e offesi», che desiderano non essere più le vittime delle iniquità e contraddizioni del sistema capitalistico basato sulla massimizzazione del profitto e sullo sfruttamento della forza-lavoro. In particolare, la classe operaia, cresciuta tumultuosamente e mobilitata a fondo nell’immane sforzo richiesto dalla Grande guerra, è ormai consapevole del proprio ruolo nella produzione e nella società; si sente la principale artefice della ricchezza sociale usurpata dalla borghesia degli affari e rivendica per sé la gestione del potere. A gettare un’ancora di salvataggio al vacillante dominio borghese sono, da un lato, l’incapacità del Psi di valorizzare e incanalare le energie rivoluzionarie presenti nella situazione italiana e, dall’altro, la crisi economica postbellica che infierisce, tra la fine del 1920 e i primi mesi del 1921, decretando «la fine dell’offensiva operaia» (Ch. Maier).

Ad uno sguardo retrospettivo, il «biennio rosso» risulta, dunque, come il momento di più elevata tensione rivoluzionaria del proletariato italiano, tra la fine dell’Ottocento e la seconda metà del Novecento. L’estensione geografica, l’alto numero dei partecipanti – dagli operai ai contadini, sino a strati di ceto medio e nuclei di soldati – hanno fatto sì che il movimento del ’19-’20 abbia toccato vette mai più eguagliate, neppure da quello sviluppatosi tra la fine del secondo conflitto mondiale e l’immediato dopoguerra. Ad onta degli studiosi e di esponenti politici di primo piano della sinistra, come Giorgio Amendola[16], che hanno misconosciuto le effettive potenzialità rivoluzionarie presenti in quel tornante storico, Paolo Spriano – autore di un’organica e documentata storia del Pci dalla fondazione al 1945 – ha notato come la situazione in quegli anni fosse obiettivamente esplosiva, benché non sia avvenuta la rivoluzione[17].

A dire il vero, il ’19-’20 rappresenta il momento in cui più determinata appare la coscienza di rottura delle masse, in cui settori ampi della classe operaia avanzano – magari in maniera inadeguata, ma con forza – la loro candidatura alla conquista e alla gestione del potere. Considerato nel suo insieme, il «biennio rosso» si configura come una sequenza di moti sovente spontanei, e soprattutto slegati tra loro, privi di un coordinamento politico efficace, di una forte soggettività politica rivoluzionaria, ma al contempo vasti e radicali, attraverso cui la maggioranza dei lavoratori delle officine e dei campi, pezzi non trascurabili di ceto medio si sono mostrati disposti a sovvertire – a costo della vita stessa – l’ordine costituito, ad abbattere lo Stato tutore degli interessi e del dominio delle classi possidenti. Il movimento operaio e quello contadino lottano in quello snodo cruciale senza riuscire a stabilire rapporti e legami; il proletariato rosso si dividerà e spesso sarà in competizione con quello bianco. Migliaia di militanti e simpatizzanti socialisti, comunisti e delle leghe bianche cadono in quel frangente storico affrontando, il più delle volte, disarmati polizia, esercito, carabinieri, guardie regie e, dalla fine del 1920, lo squadrismo fascista: migliaia i morti, decine di migliaia i feriti e i bastonati[18]. Poi, durante il «ventennio nero», a decine di migliaia saranno costretti a prendere la via dell’esilio o languiranno al confino e nelle carceri; taluni moriranno in prigione come il comunista Gastone Sozzi o, come Antonio Gramsci, saranno irrimediabilmente logorati dal lungo periodo di detenzione nelle galere fasciste. Non pochi si ritroveranno insieme ad appuntamenti importanti come la guerra civile in Spagna e la Resistenza nel corso del secondo conflitto mondiale.

È il fascismo, quindi, a risolvere la crisi organica del capitalismo, con il ricorso alla violenza e al terrorismo, con la distruzione del tessuto organizzativo del movimento operaio, forte e radicato specialmente nella Val padana. Altrove si affermeranno modalità e stili autoritari di governo, imperniati sulla prevalenza del potere esecutivo e delle funzioni tecniche sul potere legislativo. Nell’Europa borghese, uscita squassata dalla Grande guerra, si diffonderà infatti la tendenza a governare mediante decreti-legge, frutto della concertazione tra i grandi attori sociali: esecutivi, padronato e burocrazie sindacali[19].

La cocente sconfitta inflitta al movimento operaio dall’inedita forma di reazione borghese costituita dal fascismo indurrà Antonio Gramsci, nel chiuso delle prigioni mussoliniane, a ripensare il marxismo, a meditare sul «mondo grande e terribile» degli anni Venti e Trenta, formulando un’elaborazione politica che vuole essere una risposta sia al naufragio del riformismo socialista sia al fallimento dei tentativi rivoluzionari nell’Occidente capitalistico[20].

L’Urss: la «patria del socialismo» e il paradiso in Terra

Negli anni della persecuzione fascista, dell’emigrazione e della clandestinità la speranza legata all’Ottobre – è opportuno rimarcarlo – si fonde e si sovrappone con l’autorappresentazione staliniana dell’Urss, che esalta i risultati dei piani quinquennali, dell’economia di piano rispetto a quella capitalistica alle prese per un decennio con le conseguenze di una gravissima crisi. In linea con la teoria, divenuta vero e proprio catechismo, del «socialismo in un solo paese» si descrive l’Urss come una sorta di paradiso in terra per i lavoratori e gli oppressi, un immenso spazio in cui si sta realizzando una società tendente alla perfezione e alla felicità. Il tema dell’internazionalismo proletario sfocia nella glorificazione della Russia sovietica, la «patria del socialismo». Quest’ultima viene additata ai nuovi adepti, alle nuove reclute come la stella polare nel cammino della redenzione sociale e del superamento delle disuguaglianze generate dal capitalismo, come la terra promessa dell’«uomo nuovo» forgiato, temprato dai prosecutori e dagli eredi dell’Ottobre sovietico. Si mantiene, invece, un assoluto silenzio su quanto in realtà accade, cercando di tenere all’oscuro militanti e simpatizzanti o fornendo versioni mistificatrici delle difficoltà, dei contrasti e delle contraddizioni che segnano l’edificazione del socialismo nello sconfinato paese eurasiatico.

Al VI Congresso del Comintern (luglio-settembre 1928) si stabilisce che compito prioritario del movimento comunista è di far quadrato intorno al primo «Stato socialista», accettando le decisioni del partito sovietico in politica interna ed internazionale. Stalin dalla tribuna del Congresso perentoriamente dichiara: «É autenticamente rivoluzionario colui che è pronto a difendere l’Urss senza riserve, apertamente, incondizionatamente». Tale linea, che vincola i partiti comunisti ad un’esplicita obbedienza alle direttive di Mosca, si connette all’abbandono della strategia del «fronte unico» e all’inasprimento dei rapporti con la socialdemocrazia, indicata come «il nemico principale» della classe operaia. Alla «svolta» nell’orientamento del Comintern corrisponde una forzatura volontaristica nella politica interna dell’Urss. Accantonata la Nep, la leadership staliniana promuove la collettivizzazione dell’agricoltura attraverso l’eliminazione dei «kulaki» in quanto classe e opta, con il varo del primo piano quinquennale, per un’industrializzazione a tappe forzate, che imprime un notevole slancio alla produzione e ai processi d’urbanizzazione, ma al prezzo di elevati costi umani e sociali specialmente nelle campagne[21]. Fenomeno «autonomo e parallelo» al bolscevismo, di cui è «al tempo stesso l’affossatore»[22], lo stalinismo finisce per essere una permanente combinazione di «purghe» e mobilità sociale. La deportazione di milioni di «nemici del popolo», veri o presunti, nei campi dell’«arcipelago Gulag», l’eliminazione della vecchia guardia bolscevica con i processi di Mosca, l’epurazione di intere generazioni di quadri e militanti comunisti, accompagnano la costruzione di una società che esce dalle spire dell’arretratezza, che si va celermente industrializzando e alfabetizzando: il Paese dei «mužik» cede il passo a un popolo di tecnici, ingegneri, operai specializzati e contadini colcosiani.

Ad ogni modo, nei decenni di «ferro» e di «fuoco» tra le due guerre mondiali, il mito della Rivoluzione d’ottobre eserciterà un richiamo irresistibile su coloro che ancora guardano o che si avvicinano per la prima volta al movimento comunista: attraverso di esso si esprime un irrefrenabile bisogno di giustizia e di riscatto. Quel mito, che si identifica ormai – a torto o a ragione – con quello della Russia sovietica, serve a mantenere in piedi, a rendere credibile la prospettiva di un radicale cambiamento. Come acutamente ha osservato Simone Weil, esso è sovversivo perché può dare all’operaio comunista licenziato dal caposquadra la convinzione di avere dalla sua parte l’Armata rossa e il Magnitogorsk, permettendogli così di mantenere la propria fierezza. Il mito della rivoluzione storicamente ineluttabile gioca lo stesso ruolo, su un piano più astratto; quando si è soli e miserabili, è consolante avere dalla propria parte la storia[23].

Nella Russia «patria del socialismo» gli «anonimi compagni», che subiscono l’oppressione politica del fascismo e il ricatto materiale del padronato, intravedono la garanzia della possibilità concreta di trasformare il mondo e di instaurare la dittatura del proletariato. Dalle bocche dei contadini toscani ed emiliani, nelle ore di lavoro trascorse sui campi e nelle stalle, escono le parole di una strofa già divenuta famosa:

E noi faremo come in Russia / Chi non lavora non mangerà / E quei vigliacchi di quei signori / Dovranno loro lavorar[24].

Il mito di una società senza classi, in cui le distanze e le sperequazioni sociali sono azzerate, seduce non pochi giovani proletari entrati nel mondo della fabbrica sottoposto al duro sfruttamento padronale e alla vigilanza occhiuta dei capetti fascisti. È il caso di Salvatore Cacciapuoti assunto come apprendista aggiustatore al Silurificio italiano di Napoli, che nel secondo dopoguerra indosserà i panni dell’arcigno segretario della Federazione napoletana del Pci. Incisivamente scriverà nella sua autobiografia:

I discorsi che placavano in parte la mia rabbia erano quelli fatti sull’Unione Sovietica: «Là non ci sono più padroni, non ci sono più sfruttatori. Sono tutti uguali, comandano gli operai, là in Russia chi non lavora non mangia». Questi discorsi mi calmavano perché mi portavano a pensare, ma allo stesso tempo mi eccitavano e mi rendevano triste. Mi rendevano triste perché non sapevo come lottare attivamente. […] La mia testa era in ebollizione, ero stordito, mi sentivo come se qualcuno battesse con un martelletto all’interno della mia testa[25].

Il mito dell’Urss troverà una sua nuova, possente incarnazione nella schiacciante vittoria dell’Armata rossa a Stalingrado contro la poderosa macchina bellica della Wehrmacht. Con la capitolazione del generale tedesco Von Paulus, il 2 febbraio 1943, come sottolinea Pietro Ingrao nel ricostruire la sua vicenda personale e politica,

Hitler, per la prima volta dal 1936, è costretto a battere in ritirata.

In quella Stalingrado, ridotta ormai ad un mucchio di rovine roventi, – aggiunge il dirigente del Pci – era iniziata la svolta che mutò il corso della guerra ed il volto del globo. […] L’immagine di Von Paulus che si arrendeva al vincitore sovietico girò il mondo. E divenne simbolo[26].

L’epopea di Stalingrado, l’altissimo tributo di sangue versato dai popoli sovietici nella lotta contro il nazifascismo (20-23 milioni di morti) rilanciano e rafforzano il mito sovietico. Tra i partigiani si radica la convinzione secondo cui «la Russia ha ragione perché vince; la Russia vince perché ha ragione»[27]. «Capivo e sentivo – asserisce un militante veneto, rievocando il suo ingresso, nel 1943, nel Partito comunista – che la libertà e l’emancipazione venivano da quella parte»[28]. Questa semplice frase ribadisce la forza di un mito in larga misura spontaneo, alimentato dall’attesa, dalla speranza nel cambiamento, dal desiderio di liberazione. È questo il clima che pervade la generazione approdata al Pci durante i venti mesi della battaglia resistenziale.

Saranno «gli organizzatori della speranza» – militanti, quadri, dirigenti del Pci – nella fase più aspra e drammatica della guerra fredda a riproporre e divulgare il mito dell’Unione Sovietica all’interno e all’esterno del Partito, contrapponendolo al mito dell’America, raffigurata come paradigma della voracità dell’imperialismo capitalistico. Fideistica e acritica è allora l’identificazione con il modello sovietico, come dimostra in tanti interventi Emilio Sereni, intellettuale dal sapere enciclopedico e al contempo zelante interprete dello zdanovismo e della più intransigente ortodossia[29]. Anche nel 1956 conferma il suo granitico attaccamento all’Urss, difendendo a spada tratta la spietata repressione della rivolta ungherese, che causerà profonde lacerazioni nel Pci e nell’universo comunista. Emblematico è un suo articolo del dicembre 1949, Stalin e il marxismo creatore, apparso sul rotocalco «Vie nuove», che insieme con «Il calendario del popolo» è uno dei principali canali di diffusione del mito sovietico e di Stalin. Quello di Stalin finisce per essere un vero e proprio culto della personalità, che si colora di tinte messianiche: «adda venì’ Baffone». Nel racconto La morte di Stalin Leonardo Sciascia fa esplicito riferimento al mito del dittatore georgiano, che nell’immaginazione del suo personaggio Calogero Schirò è, eloquentemente, «lu zi’ Peppi, lo zio di tutti, il protettore dei poveri e dei deboli, l’uomo che aveva nel cuore la giustizia»[30]. Il mito dell’Urss, dunque, viene a coincidere nel secondo dopoguerra con quello di Stalin, padre dei popoli, guardiano inflessibile delle realizzazioni della «patria del socialismo». Un mito che conosce una ripresa e una parziale fioritura, dopo la cauta e contraddittoria destalinizzazione avviata da Nikita Krusciov, quando l’Unione Sovietica tra il 1957, con il lancio del primo satellite artificiale in orbita, e il 1961, con l’invio del primo astronauta nello spazio, Jurij Gagarin, dà inizio alla corsa verso la Luna.

Visto complessivamente, il mito sovietico in Italia tra il 1945 e la prima metà degli anni Sessanta risulta essere il collante tra i vari filoni della cultura di massa comunista. Se l’onomastica ad esso ascrivibile (Ivan, Juri, Vladimiro, Uliano) contraddistingue le zone a sub-cultura rossa del Centro, la rappresentazione dell’Urss propalata dalle organizzazioni del Partito – «paese egualitario e tecnologico, frugale e avveniristico, solidale e efficiente» – intercetta e recepisce le componenti principali e più robuste della storia del socialismo italiano: dall’egualitarismo e solidarismo dei braccianti padani alla fierezza produttivistica degli operai torinesi[31].

L’antimito: la demonizzazione anticomunista dell’Urss

Proprio nel periodo più rovente della guerra fredda si rinfocola l’anticomunismo, sovrapponendosi all’antisovietismo. La saldatura fra l’uno e l’altro, in realtà, era già avvenuta negli anni Trenta, quando le potenze fasciste avevano indetto la crociata antibolscevica, che culminerà nel 1941 con l’invasione dell’Urss. Nel secondo dopoguerra saranno gli Usa e i loro alleati occidentali e asiatici a scatenare la caccia globale al comunista[32]. In Italia una dura e selettiva repressione poliziesca e giudiziaria colpirà i lavoratori: oltre 92.000, di cui 73.000 comunisti, vengono incarcerati e rinviati a giudizio, 19.000 condannati a varie pene[33]. Peggior sorte tocca ai 2 braccianti uccisi dalla polizia il 30 ottobre a Melissa, in Calabria, o ai 6 operai ammazzati dalla celere di Mario Scelba, a Modena il 9 gennaio 1950. Sono queste alcune delle vittime dello scontro politico che riflette, all’interno della penisola, la contrapposizione fra Unione Sovietica e Stati Uniti[34]. Contrapposizione che registra l’unica forma di diretta ed aspra belligeranza sul terreno, essenzialmente simbolico, delle campagne politico-culturali. Ne vien fuori la storia di uno sguardo incrociato reciprocamente deformante, di un’alterata percezione che esaspera le divisioni sino all’inconciliabilità. È una battaglia, quella propagandistica, condotta senza esclusione di colpi dall’uno come dall’altro lato.

In un clima di rissa ideologica e di scontro di civiltà, in cui la Chiesa di Pio XII mobilita tutte le sue forze per sbarrare la strada al comunismo, il fronte clerico-conservatore evoca scenari apocalittici come quello dei cosacchi che abbeverano i propri cavalli in San Pietro. Questa paura, riconducibile alle profezie di San Giovanni Bosco, trasfigura indomiti oppositori del regime sovietico, schieratisi con i nazisti nella seconda guerra mondiale, nelle avanguardie sanguinarie delle «orde asiatiche» di Stalin. Né si rinuncia ad utilizzare fatti miracolistici come le «processioni delle Madonne pellegrine», che sono l’espressione della commistione fra religiosità popolare e politica.

Ogni risorsa, ogni strumento viene impiegato per plasmare l’immaginario collettivo: favole illustrate per adulti e bambini, fumetti, manifesti, romanzi. La macchina della propaganda, collaudata durante il primo conflitto mondiale, funziona a tutto spiano. Uno dei suoi principali ingranaggi simbolici è il meccanismo del ribaltamento. Da qui il ricorso alla metafora di origine evangelica del lupo travestito da agnello, del falso profeta, del subdolo predicatore. Si propina così l’idea dei comunisti «mangiapreti», nemici spietati della religione, quinta colonna di uno Stato che governa dispoticamente una terra abitata da «selvaggi» pronti a commettere qualsiasi sorta di nefandezza. Si vuole demolire con ogni mezzo l’idealizzazione dell’Urss, ribaltarne la favola del sogno realizzato.

Uno dei temi su cui maggiormente insiste la propaganda della Dc, il partito che per quasi cinquant’anni tiene le redini del Paese, è il ripudio dei genitori da parte di una prole plagiata dalle parole d’ordine dell’ideologia sovietica e comunista. Ciò rimanda alla battaglia per il controllo dei canali formativi dell’infanzia, fra Chiesa e Stato liberale prima, fra organizzazioni cattoliche e comuniste poi. Per queste ultime il fanciullo «nuovo» deve essere educato secondo una morale solidaristica, alternativa all’individualismo borghese; per le prime equivale ad un delitto affidare l’educazione esclusivamente allo Stato, sottraendo i bambini alle cure di coloro che li hanno generati. Se la vulgata comunista presenta Stalin come il «grande maestro educatore», l’artefice delle conquiste e attuazioni del sistema sovietico, quella anticomunista lo dipinge come il terribile «Baffone». Si tratta della rappresentazione specularmente opposta del suo personaggio e, per estensione, dell’Urss: da un lato il demone dell’inferno socialista, dall’altro il custode amorevole del paradiso in terra. Del suo mito, diffuso sin dagli anni Trenta, fa parte integrante la raffigurazione del dittatore georgiano quale «Piccolo padre» circondato dall’affetto dei bambini e del popolo che si riconosce ciecamente in lui.

A modellare un senso comune largamente permeato dall’anticomunismo contribuiscono anche libri di fantapolitica come Non votò la famiglia De Paolis, (1948) scritto da due anonimi impiegati del ministero degli Interni sotto la supervisione di Leo Longanesi, e Storia di domani (1949) di Curzio Malaparte, prima pubblicato a puntate su «Il Tempo» di Roma. È in genere la narrazione di una storia con i se, controfattuale, che si nutre, facendosene interprete, degli umori più retrivi, delle fobie e angosce di una parte degli italiani, spaventati dal possibile avvento di un regime comunista e dalla radicale mutazione antropologica che esso produrrebbe con la creazione di un arido «uomo nuovo», incapace di coltivare sentimenti.

All’interno delle varianti e declinazioni dell’anticomunismo va distinta quella di matrice liberale, preoccupata innanzitutto delle minacce gravanti sulla proprietà privata e sulle libertà individuali, da quella di matrice cattolica, impegnata a combattere l’ateismo e a scongiurare il disfacimento della famiglia e della religione. Pur nella diversità di accenti, entrambe agitano lo spauracchio della fame, il tema della penuria alimentare, che in un Paese come l’Italia, uscito a pezzi dalla guerra, diverrebbe insostenibile con la cessazione degli aiuti statunitensi; un tema ripreso anche dal fronte avverso a quello moderato e conservatore, ma ovviamente con toni e segno rovesciati. Non a caso un manifesto del Pci, della fortunata campagna elettorale del 1953, stigmatizza la Dc come «il partito dei forchettoni», dei rapaci accaparratori di risorse alle spalle del popolo.

È tutta la temperie politico-culturale della guerra fredda ad essere segnata da contrapposizioni manichee: americani/sovietici, «mondo libero»/galassia comunista, Truman/Stalin, De Gasperi/Togliatti, Peppone/Don Camillo. In un contesto contraddistinto da esasperati antagonismi, da dualismi che si caricano di una valenza fortemente simbolica, persino nello sport si parteggia per l’uno o l’altro campione, dividendosi secondo linee d’appartenenza politico-ideologica: le folle cattoliche si inebriano per i successi di Gino Bartali, quelle comuniste per le affermazioni di Fausto Coppi. In particolare, Bartali assurge ad emblema dell’Italia che si identifica con la Dc: è l’eroe salvifico nella fiaba per ragazzi, l’esempio da additare per le sue virtù – come eccezionalmente fa Pio XII – ai membri dell’Azione cattolica. Per la sua strabiliante impresa al Tour de France del 1948 il «magnifico atleta cristiano» è salutato come il «salvatore della Patria», come colui che è riuscito con le sue prodezze sportive a far decantare la tensione preinsurrezionale montata dopo l’attentato a Togliatti, che lascia sul terreno 16 persone uccise negli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine.

Nel clima di accesi contrasti della guerra fredda sarà l’immaginario infantile, già sconvolto dalle atrocità del secondo conflitto mondiale, ad essere ulteriormente turbato dalla rimessa in circolazione di una delle favole più popolari dell’orrore, dall’«invenzione in assoluto più fortunata della propaganda anticomunista»: i comunisti inumani divoratori di bambini[35]. In risposta alla grande operazione umanitaria attivata dalle associazioni vicine al Partito, che dal 1946 consente a 70.000 fanciulli poveri del Sud di essere ospitati temporaneamente al Nord, soprattutto in Emilia-Romagna[36], lo schieramento clerico-conservatore cerca di convincere i genitori a non far partire i propri figli, atterrendoli con la rivelazione, priva di qualsiasi fondamento, del tragico destino al quale andrebbero incontro i bambini.

Nel caleidoscopio del terrore in chiave anticomunista si intrecciano e sovrappongono invenzioni e mistificazioni con il richiamo a fatti realmente accaduti. Distorcendo notizie e voci su episodi di cannibalismo registrati in Unione Sovietica durante le micidiali carestie del 1921-22 e del 1932-33, viene messa in piedi la leggenda della propensione dei comunisti all’antropofagia. Su questa agghiacciante attitudine, che sarebbe ascrivibile ad un’ideologia radicalmente ostile all’infanzia, si fa leva per demonizzare l’avversario, per istigare all’odio e alla ripulsa. La macabra vulgata di ripugnanti e bestiali pratiche, tesa ad ammonire adulti e fanciulli, si inscrive in una pedagogia dell’orrore che attinge a piene mani dalle fiabe, utilizzandone le figure più terrificanti e crudeli come il Mangiafuoco di Pinocchio, il lupo di Cappuccetto rosso, l’orco di Pollicino. Attraverso queste ultime si svelerebbero i camuffamenti e la ‘reale’ natura dell’«uomo nuovo» comunista, mangiatore di bambini, distruttore della famiglia e dei valori di cui essa è depositaria[37].

Orfani di modelli e miti … ma non dell’idea di rivoluzione

Le falsificazioni e la denuncia di un mondo che, nella propaganda antisovietica, assume contorni irreali non riescono a scalfire, tuttavia, le solide certezze della base comunista sull’Urss; né risultato migliore ottengono i reportage negativi della stampa «borghese», come le corrispondenze da Mosca di Vittorio Rossi e poi di Alberto Ronchey. Anzi quanto più è a tinte fosche la descrizione delle condizioni di vita sovietiche, tanto più si rafforza l’attaccamento dei militanti comunisti alla «patria del socialismo». Peserà – e non poco – il «silenzio dei comunisti» sulle degenerazioni e sulle storture del «socialismo reale», su un mito, quello dell’Urss, destinato a logorarsi con le secche repliche della storia: si pensi ai fatti di Ungheria del 1956 e all’invasione della Cecoslovacchia per ordine di Mosca nel 1968. Tra l’ottobre e il novembre del 1956 l’insurrezione promossa in Ungheria da forze composite tra cui comunisti antistalinisti viene brutalmente stroncata dalle truppe sovietiche a prezzo di violenti combattimenti di strada e di migliaia di caduti. Il 21 agosto di dodici anni dopo reparti del Patto di Varsavia entrano in Cecoslovacchia e mettono fine al «socialismo dal volto umano» di Dubcek, riaprendo gravemente la crisi sociale e politica nei paesi del «socialismo reale».

Eppure sino agli anni Settanta il mito dell’Urss continua a circolare tra gli iscritti del Pci, anche se in maniera attenuata e circoscritta rispetto a un tempo, e comunque non più nella forma di una sorta di paradiso in Terra. Nell’Emilia rossa, come in Calabria, sono non pochi, però, quelli che vedono nell’Unione Sovietica una realtà basata sulla razionalità della programmazione e dell’economia di piano, un mondo non più fondato sull’«anarchia» degli automatismi del mercato capitalistico e sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Per loro l’Urss rappresenta ancora «un punto di riferimento per un mondo diverso, una sponda per la liberazione dei popoli dal giogo dell’imperialismo e di un certo capitalismo»[38]. Aggiungendovi un ulteriore carico di aspettative, chiarisce bene questo stato d’animo la testimonianza che mi ha rilasciato, il 3 novembre 2017, Lina Leuci, iscritta al Partito della Rifondazione comunista e a lungo militante del Pci calabrese.

Mi piaceva quella società, perché ritenevo che fosse l’incarnazione delle idee di eguaglianza e di emancipazione delle classi popolari; ero convinta che l’Urss, lo Stato proletario, soddisfacesse l’aspirazione ad una società giusta, alla pace e all’internazionalismo.

Pensavo all’Urss come ad una società giusta dove non c’erano sfruttati e sfruttatori, dove il denaro non era l’unità di misura delle cose, di uomini e donne, dove tutti avevano un lavoro, dove tutti – in seguito alla scolarizzazione di massa – potevano raggiungere traguardi prima non consentiti, dove tutti potevano fruire gratuitamente della cultura, degli spettacoli al Bolscioi. Insomma individuavo nell’Urss la possibilità che un altro mondo fosse realizzabile, che il lavoro e la cultura fossero gli assi portanti del riscatto e del progresso sociale; vedevo nell’Urss un Paese capace di mandare nello spazio il primo uomo e poi la prima donna, dopo essere uscito dall’arretratezza grazie all’industrializzazione a tappe forzate e all’istruzione di massa[39].

Tuttavia, ad appannare ancor più il declinante mito dell’Urss è il colpo di mano perpetrato dal generale Jaruselski in Polonia, nel dicembre 1981, a difesa della burocrazia di partito, che è alla testa di un regime insidiato, a partire dall’agosto 1980, dalla protesta di Solidarnosc, il sindacato sostenuto dal Vaticano e foraggiato lautamente dall’amministrazione statunitense del repubblicano Ronald Reagan. In una famosa conferenza stampa del 15 dicembre 1981, che suscita un ampio dibattito nell’opinione pubblica e tra i comunisti, il segretario del Pci, Enrico Berlinguer afferma senza termini:

ciò che è avvenuto in Polonia ci induce a considerare che effettivamente la capacità propulsiva di rinnovamento delle società, o almeno di alcune società, che si sono create nell’Est europeo, è venuta esaurendosi. Parlo di una spinta propulsiva che si è manifestata per lunghi periodi, che ha la sua data d’inizio nella rivoluzione socialista d’ottobre, il più grande evento rivoluzionario della nostra epoca, e che ha dato luogo poi a una serie di eventi e di lotte per l’emancipazione nonché a una serie di conquiste. Oggi siamo giunti a un punto in cui quella fase si chiude […].

Con l’implosione del «socialismo reale», avvenuta senza spargimento di sangue, e con l’estensione del sistema capitalistico su scala planetaria, giunto a penetrare persino negli immensi spazi della Cina retta dal Pcc, il fatidico biennio 1989-91 chiude una fase della storia, ma non ne decreta la fine, né sradica l’aspirazione all’uguaglianza da cui aveva tratto origine la rivoluzione del ’17, la quale aveva sancito che tutti, uomini e donne, fossero eguali, che non si doveva vivere per il lavoro, ma grazie al lavoro. Le domande di giustizia sociale continuano a riproporsi in un mondo interconnesso e al contempo segnato da abissali sperequazioni, anche nelle aree economicamente più sviluppate.

Certo, si sono via via offuscati, sino a dileguarsi, i vari modelli e miti, a cui in un recente passato si era guardato come fonti d’ispirazione e che avevano rimpiazzato l’Urss nell’immaginario dei militanti della sinistra occidentale: dalla «rivoluzione culturale» cinese al castrismo, al bolivarismo; da Mao a Ho Chi Minh, da Castro a Chavez[40]. Resiste contro l’usura del tempo e il tentativo di fagocitazione dei mass-media il mito del Che, della figura di un irriducibile rivoluzionario al servizio dei «dannati della Terra». Come resiste, e anzi va riscoperta nel suo originario significato politico e sociale, la lezione dell’Ottobre sovietico, non frutto velenoso di un’aberrante utopia o di una nefasta «infezione dell’anima», capace di seminare lutti e sofferenze, ma espressione di un progetto universale di emancipazione.

Nonostante le incessanti rivisitazioni in chiave denigratoria[41], resta il fatto che la Rivoluzione d’ottobre, seguita da una proliferazione di “comunismi” nelle diverse realtà nazionali e continentali, ha generato una esperienza in grado di imprimere una poderosa spinta alla decolonizzazione; un’esperienza da valutare in tutta la sua portata e complessità, tenendo conto anche delle gravi involuzioni e degenerazioni che hanno contrassegnato il periodo staliniano. Il suo maggiore lascito, il suo messaggio più profondo risiede nell’aver dato le gambe all’ipotesi di un mondo diverso rispetto al capitalismo e all’imperialismo.

Un mondo invece, quello d’oggi, contraddistinto da una gravissima emergenza ecologica, dall’incedere turbinoso dell’innovazione tecnologica, dalle gigantesche ristrutturazioni degli ultimi decenni, dall’avanzata dei populismi di destra negli Usa (Donald Trump) e in gran parte d’Europa, abili nel fomentare l’odio contro gli immigrati, nel far leva sulle richieste securitarie di vasti strati di lavoratori costretti, in nome della competizione globale, ad essere in concorrenza tra loro. Paradossalmente, proprio nel momento in cui l’internazionalizzazione della produzione e della forza-lavoro sta toccando il suo punto più alto, si stenta ad intravedere forti soggettività politiche in grado di accogliere le domande di giustizia sociale inevase dalle declinanti socialdemocrazie, appiattite nella gestione dell’esistente e, perciò, succubi delle logiche del capitalismo neoliberista e della finanziarizzazione dell’economia.

Miti e modelli – è vero – non esistono più, ma non è morta l’idea della rivoluzione, se per rivoluzione si intende la speranza in un cambiamento radicale, nella possibilità di un altro mondo rispetto al «migliore dei mondi possibile» della globalizzazione neocapitalistica e del «pensiero unico».

 

* Il testo che qui si propone è la rielaborazione della relazione svolta al Convegno nazionale Riscoprire la Rivoluzione, organizzato da Sinistra anticapitalistica, in occasione del centenario dell’Ottobre, a Roma il 4 novembre 2017.

[1] Su questo tema cfr. di T. Bonazzi la voce Mito politico in N. Bobbio, N. Matteucci, G.Pasquino, Dizionario di politica, Utet, Torino 1983. Relativamente alle problematiche affrontate in questo in questo percorso analitico sono da tener presenti il libro di M. Flore, La forza del mito. La rivoluzione russa e il miraggio del socialismo, Feltrinelli, Milano 2017; nonché i contributi raccolti L’Urss il Mito le Masse, «Socialismo storia. Annali della fondazione Giacomo Brodolini e della Fondazione di Studi Storici Filippo Turati», FrancoAngeli, Milano 1991; e la rassegna storiografica di R. Vigilante, Miti e immagini dell’Unione Sovietica in «Italia contemporanea», giugno 1992, n. 187.

[2] Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve, trad. di Brunello Lotti, Rizzoli, Milano 1995, pp. 71-77.

[3] Su questo nodo tematico si vedano F. L Carsten, La rivoluzione nell’Europa centrale, Feltrinelli, Milano 1978; Rivoluzione e reazione in Europa 1917-24. Convegno storico internazionale – Perugia 1978, Roma, Mondo operaio-Edizioni Avanti!, 1978, 2 volumi; la rassegna storiografica di T. Detti, Il primo dopoguerra in Europa: tra rivoluzione e reazione in «Italia contemporanea», gennaio – marzo 1979, n. 134; E. Bouchard, R. Gagliardi, G. Polo (a cura di), Le rivoluzioni sconfitte 1919-20, il manifesto, Roma 1993; L. Cortesi, Il comunismo europeo, in Idem, Storia del Comunismo. Da Utopia al Termidoro sovietico, manifestolibri, Roma 2010, pp. 329-394.

[4] Citato da M. Lewin, Storia sociale dello stalinismo, Einaudi, Torino 1988, p. 207.

[5] P. Broué, Rivoluzione in Germania 1917-1923, Einaudi, Torino 1977 [edizione originale 1971].

[6] L. Trockij, La rivoluzione tradita (1936), a cura di Livio Maitan, Mondadori, Milano 1990, p. 10.

[7] Z. Zini, La tragedia del proletariato in Italia. Diario 1914-1926. Prefazione di Giancarlo Bergami, Feltrinelli, Milano 1973. A lui e a Piero Sraffa si rivolgerà Gramsci all’inizio del 1924, quando medita di promuovere la politica culturale del PCd’I.

[8] A. Tasca, Nascita e avvento del fascismo, Laterza, Bari 1976, p. 25.

[9] R. Bianchi, Pace, pane, terra. Il 1919 in Italia, Odradek, Roma 2006, pp. 12-13.

[10] A. Tasca, Nascita e avvento del fascismo, cit., p. 29.

[11] Su quanto si addensa nel 1917, anche in Italia, cfr. A. D’Orsi, 1917. L’anno della rivoluzione, Laterza, Bari-Roma 2016.

[12] M. La Cava, I fatti di Casignana, Einaudi, Torino 1974, pp. 43-44. Sul narratore calabrese e il suo romanzo cfr. A. Bardascino, «Il ricordo pietoso dei vinti»: impegno e realismo in I fatti di Casignana. Un’approssimazione a Mario La Cava, Nerosubianco, Cuneo 2016.

[13] P. Spriano, L’occupazione delle fabbriche. Settembre 1920, Einaudi, Torino 1964.

[14] A. Gramsci, Sindacati e Consigli. Editoriale non firmato in «L’Ordine Nuovo», 11 ottobre 1919. Per ricostruire la posizione gramsciana sulla tematica consiliare si leggano gli articoli raccolti da R. Mazzacurati in Gramsci e il «Biennio rosso». I consigli di fabbrica a Torino, Massari editore, Bolsena (VT) 2017. Si rinvia anche all’ormai classico «L’Ordine Nuovo» e i consigli di fabbrica, Einaudi, Torino 1971.

[15] A. Gramsci, «L’Ordine Nuovo», 5 giugno 1920. Su Gramsci, leader comunista e pensatore marxista, si legga – oltre la bella biografia di G. Fiori, Vita di Antonio Gramsci, l’Unità/Laterza, Roma 1991- il recente, corposo profilo tracciato da A. D’Orsi, Antonio Gramsci, Feltrinelli, Milano 2017.

[16] Cfr. G. Amendola, Intervista sull’antifascismo, a cura di Piero Melograni, Laterza, Roma-Bari, 1976, pp. 34-38; nonché dello stesso Amendola, Storia del Partito comunista italiano 1921-1943, Editori Riuniti, Roma 1978, pp. 37-41.

[17] Cfr. P. Spriano, Sulla rivoluzione italiana. Socialisti e comunisti nella storia d’Italia, Einaudi, Torino 1978, pp. VII-XXXII.

[18] Sulla controffensiva antiproletaria e sul dilagare della violenza politica si veda F. Fabbri, Le origini della guerra civile. L’Italia dalla Grande Guerra al Fascismo 1918-1921, Utet Libreria, Torino 2009.

[19] Cfr. Ch. Maier, La rifondazione dell’Europa borghese. Francia Germania Italia nel decennio successivo alla prima guerra mondiale. Introduzione di Gian Enrico Rusconi, De Donato, Bari 1979.

[20] Di questo ripensamento, di questa riflessione saranno intessuti i suoi Quaderni dal carcere.

[21] Cfr. F. Soverina, Il socialismo nel Novecento. Cronistoria del secolo. Con un percorso di letture di A. Panaccione. Prefazione di L. Cortesi , Punto Rosso, Milano 2003, pp. 72-73.

[22] Così sostiene lo storico lituano-polacco di origine ebraica, Moshe Lewin, nel suo fondamentale libro Storia sociale dello stalinismo, cit., p. 11.

[23] S. Weil, Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale in Oppressione e libertà, Edizioni di Comunità, Milano 1956.

[24] Citata in A. Nesti, Anonimi compagni. Le classi subalterne sotto il fascismo, Coines Edizioni, Roma 1976, p. 61.

[25] S. Cacciapuoti, Storia di un operaio napoletano, Editori Riuniti, Roma 1972, pp. 28-29.

[26] P. Ingrao, Volevo la luna, Einaudi, Torino 2006, pp. 89-90.

[27] C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991, pp. 408-9.

[28] S. Galante, I comunisti italiani e il Mito sovietico nel secondo dopoguerra. Tra «emotional russophilia» e organizzazione in L’Urss il Mito le Masse, cit., p. 410.

[29] F. Soverina, Emilio Sereni: il profilo di un rivoluzionario scienziato in A. Alinovi, F. Soverina et alii, Emilio Sereni. Ritrovare la memoria, Doppiavoce, Napoli 2010, pp. 105-126.

[30] L. Sciascia, Gli zii di Sicilia, Einaudi, Torino 1975 [1ª ediz. 1958], p. 79.

[31] Vedi G. Gozzini, Le storie del Pci in Comunismi, numero monografico di «Storia e problemi contemporanei», n. 25, a. XIII, 2000, p. 24.

[32] Si legga su questi aspetti F. Giovannini, Breve storia dell’anticomunismo, Datanwes, Roma 2004. Sulla battaglia simbolico-propagandistica, che ha per oggetto l’Urss tra guerra e dopoguerra, si tenga presente G. Petracchi, Russofilia e russofobia: mito e antimito dell’URSS in Italia, 1943-1948, in «Storia contemporanea», a. XIX, n. 2, aprile 1988.

[33] Cfr. P. Spriano, Una «contrapposizione totale» in Idem, Le passioni di un decennio (1946-1956), «l’Unità», supplemento al n. 76 del 31 marzo 1992, p. 99.

[34] Sul Partito Comunista italiano nel periodo che va dal secondo conflitto mondiale al braccio di ferro della guerra fredda, ma anche per i decenni successivi sino al suo scioglimento, è da prendere in considerazione l’acuta lettura di L. Magri, Il sarto di Ulm.Una possibile storia del Pci, il Saggiatore, Milano 2009; molto interessante e lucida è anche la testimonianza, sotto forma di autobiografia politica, di R. Rossanda, La ragazza del secolo scorso, Einaudi, Torino 2005.

[35] S. Pivato, I comunisti mangiano i bambini. Storia di una leggenda, il Mulino, Bologna 2013.

[36] G. Rinaldi, I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie, prefazione di M. Mafai, Ediesse, Roma 2009.

[37] Su questa problematica si rimanda a S. Pivato, Favole e politica. Pinocchio, Cappuccetto rosso e la Guerra fredda, il Mulino, Bologna 2015. Dentro il labirinto delle favole politiche, delle invenzioni e mistificazioni della guerra fredda ci conduce con mano sapiente Stefano Pivato, ammonendoci implicitamente di stare in guardia dagli inganni e semplificazioni del «parlare figurato, per metafore e apologhi, […] strumento principe della propaganda».

[38] M. Mesoraca, Riprendiamoci il futuro, Rubbettino, Soveria Mannelli 2017.

[39] Componente del Comitato federale di Catanzaro e del Comitato regionale del Pci calabrese tra il 1985 e il 1990, nonché prima donna ad essere assessore nella giunta del Comune di Cortale (amministrazione Siclari), Lina Leuci è stata l’ultima segretaria della sezione del Pci (“Giuditta Levato”) nel piccolo centro in provincia di Catanzaro.

[40] Nonostante abbia diffidato della personalizzazione della politica e abbia preferito parlare di entità collettive come classe e sindacato, la sinistra comunista e rivoluzionaria spesso si è identificata con figure mitiche o eroiche come i leader citati nel testo.

[41] Un’efficace e rigorosa risposta ai tentativi di stravolgere il significato della principale frattura rivoluzionaria del Ventesimo secolo si trova in E. Mandel, Ottobre ’17. Colpo di Stato o rivoluzione sociale? La legittimità della rivoluzione russa. A cura di Antonio Moscato e con prefazione di Franco Turigliatto, Edizioni Lacori/ Centro Studi Livio Maitan, Torino 2017.