Mélenchon e il gallo francese

Pubblichiamo un breve articolo dello storico francese Jean-Jacque Marie, apparso originariamente sulla rivista svizzera A l’Encontre (http://alencontre.org/europe/france/france-debat-melenchon-et-le-coq-gaulois.html) su un aspetto che informa in modo determinante le concezioni ideologiche di Jean-Luc Mélenchon. Lo sciovinismo grande-francese che caratterizza, anche in modo simbolicamente visibile, le iniziative dell’ex-socialista francese, è, infatti, un aspetto delle sue posizioni che a sinistra, soprattutto all’estero, è troppo sottovalutato, ma centrale nella costruzione dell’orientamento politico complessivo di cui è espressione.

L’exploit elettorale che la France Insoumis, organizzazione politica di cui è leader indiscusso, ha ottenuto alle ultime elezioni presidenziali francesi, ha offuscato questo aspetto decisivo e ha contribuito alla popolarità di Mélenchon nella sinistra di diversi paesi; una popolarità che si è spesso nutrita di elementi carismatici, alimentati da una retorica spumeggiante e pomposa, costruita attorno a una critica nazionalista all’Unione Europea e a un anacronistico ritorno allo Stato sociale dei “Trenta Gloriosi”, nel quadro di un “capitalismo sociale”, di cui evidentemente la Repubblica francese sarebbe la più autentica interprete.

La riflessione, tagliente e senza sconti, di Jean-Jacques Marie, contribuisce all’opera di smitizzazione di una figura piuttosto controversa, e aiuta a diradare le nubi cariche di leaderismo che lo circondano e che offuscano i termini di un dibattito strategico sempre più necessario nella sinistra di classe.


di Jean-Jacques Marie*

Il 18 luglio 2018, Jean-Luc Mélenchon ha solennemente scritto sul suo blog: “No all’Europa tedesca” rinviando al suo libro L’Aringa di Bismarck, che ha per sottotitolo Il veleno tedesco. Pubblicato nel 2015, in questo libro si può leggere che “Rompere con il veleno tedesco è un’esigenza nazionale, popolare, sociale e filosofica per il campo del progresso umano”. (pag. 192)

Perché questa rottura è così importante ai suoi occhi? Perché, ci dice, “Oggi l’Europa è ‘cosa’ della Germania, che la usa come meglio le aggrada”. (Pag. 112)

Qualche esempio? “Nel 2014 è la Germania ad aver imposto la candidatura del lussemburghese Jean-Claude Juncker alla presidenza della Commissione Europea per la destra europea contro il francese Michel Barnier dell’UMP. Che entrambi siano a destra nulla toglie alla differenza fondamentale che li separa” (pag. 114, il grassetto è dell’autore). In che consiste questa “differenza fondamentale” tra un reazionario francese e uno lussemburghese sostenuto dalla borghesia tedesca? Mélenchon risponde che: “Il primo è stato Primo ministro del Lussemburgo e ha giocato a fondo la carta della frode fiscale per vivere a spese dell’Europa […] il secondo è francese, il che è spesso un programma in sé. Un gollista, in quanto tale mal visto fuori dalle commemorazioni (ibid.)”. Un gollista. Di conseguenza un acceso sostenitore della V° Repubblica e delle sue istituzioni profondamente antidemocratiche, incaricato dall’Unione Europea di far naufragare la Brexit, ma che suscita la simpatia di Melénchon… perché è francese e gollista! Ne L’aringa di Bismarck le classi sociali spariscono. Non esistono più padroni e operai e impiegati dagli interessi antagonisti. Restano i cattivi tedeschi contro i gentili francesi. Gentili, ma grandiosi, ci dice Mélenchon: “I francesi hanno una visione intensa della politica, in cui potenza e gloria camminano insieme” […] Non c’è alcuna delle nostre azioni che non sia un affresco”(pag. 135). Anche il colonialismo? Si ricorderà che, nel 2005, Sarkozy e Hollande fecero un appello congiunto per votare SI al progetto di costituzione europea (al punto di farsi fotografare, tutti sorridenti, fianco a fianco su una panchina). Nonostante una campagna mediatica scatenata, di un’ampiezza quasi mai raggiunta, la maggioranza del popolo francese (soprattutto la sua popolazione lavoratrice) respinse in massa il progetto con 55% di NO contro il 45% di SI. Si ricorderà, infine, che, nel 2008, Sarkozy e Hollande si intesero con la complicità di due ladri per far adottare dal parlamento il testo respinto.

Per Mélenchon, la colpevole di questa violazione del voto sovrano non era altro che la Merkel. Egli scrive: “Nel 2008 fu lei a ottenere (il grassetto è dell’autore), senza difficoltà, che Nicolas Sarkozy ignorasse il voto dei francesi per imporre loro, con il nome di Trattato di Lisbona, il trattato costituzionale europeo respinto dal referendum nel 2005”(pag. 113). Merkel lo “ha ottenuto”? Così, senza la pressione di quest’ultima, Sarkozy non avrebbe ceduto e Hollande (dimenticato da Mélenchon) non avrebbe avuto bisogno di aiutarlo a far votare il trattato di Lisbona?

La cantilena ripetuta da Mélenchon lo porta lontano, sulle sponde dello sciovinismo, e lo conduce a pretendere che i misfatti dell’Unione Europea non sarebbero altro che il prodotto della longa manus tedesca e la negazione di un modello francese eterno.

Poi prosegue: “La dottrina politica che la Germania vuole imporre ovunque […] è la negazione dell’identità repubblicana della Francia, che presuppone il potere del cittadino su ogni cosa”(pag. 17-18). Ah bene. Dunque nella V° Repubblica, in cui viviamo da sessant’anni, i cittadini avrebbero il potere su ogni cosa a differenza di quanto accade nella vicina, inquietante, Germania… che godrebbe di tutti i benefici, o quasi, della liquidazione dell’URSS e delle “democrazie popolari”.

Poi continua precisando che “la Germania ha annesso economicamente i vecchi paesi sovietici per farne fornitori di produzione di cui aveva bisogno per produrre a prezzi meno cari. Il resto dell’Europa non ha raccolto che le briciole(il grassetto è dell’autore) (p. 112). Mélenchon lamenta il fatto che gli altri paesi europei abbiano, a suo avviso, beneficiato meno di Berlino della liquidazione della proprietà dello Stato e della messa a disposizione sul mercato di una forza lavoro qualificata ridotta alla disoccupazione di massa. Un internazionalismo ben strano, questa denuncia di una cattiva ripartizione del saccheggio…

Allo stesso modo, anche riguardo alla guerra condotta dalla NATO per smembrare la Jugoslavia e fabbricare lo stato mafioso del Kosovo… è ancora e sempre la Germania che, ci dice l’ insoumis in capo, “ha affrettato l’esplosione sanguinante della Jugoslavia […] e a partire dal 1998 ha sostenuto pienamente la costituzione delle milizie armate dell’UCK (Armata di Liberazione del Kosovo, n.d.a.). […] Poi ha sostenuto attivamente l’indipendenza del Kosovo, in violazione delle risoluzioni dell’ONU”(pag. 127), organizzazione di brigantaggio internazionale di cui Mélenchon rivendica la legittimità delle risoluzioni e dei mandati.

Sfogliando le pagine de L’aringa di Bismarck è difficile venire a conoscenza del fatto che il generale a capo delle forze della NATO è sempre uno statunitense (oggi il generale Curtis Scaparotti), che il segretario della NATO è il norvegese Jens Stoltenberg, che il proconsole messo a capo del Kosovo dall’ONU era un buon francese di sinistra, Bernard Kouchner, membro del primo governo Jospin (1997-1999), mentre Mélenchon fu membro del secondo (2000-2002)! Un governo, quello di Jospin, che in cinque anni privatizzò imprese pubbliche per 30 miliardi di euro, e di certo non si può attribuire alla Merkel una simile docilità alle esigenze dell’Unione Europea. Riguardo all’UE, Mélenchon spinge il lettore a interrogarsi se essa non sia poi così male, a patto che si sbarazzi della tutela tedesca.

Mélenchon però va oltre pretendendo che: “La NATO e la Germania sono la stessa cosa, in stivali o in pantofole”(pag. 130). Per attribuire alla Merkel il controllo della NATO e dell’intera Europa, come fa Mélenchon, il lettore de L’aringa di Bismarckè costretto a ignorare la presenza di basi militari statunitensi in Germania (ma basi tedesche da nessuna parte), in Belgio, in Bulgaria, in Estonia, in Grecia, in Olanda, in Italia, in Lettonia, in Polonia e in Romania. La Germania minaccia anche, a credergli, la dominazione statunitense. In effetti, secondo Mélenchon: “D’ora in avanti, la primazia degli Stati Uniti è minacciata in tutti i campi”(pag. 116). Ma se non arriva al punto di affermare che la Merkel imponga la propria volonta allo stato maggiore degli Stati Uniti in Europa, ne fa l’erede di Hitler. Dopo aver affermato – lo abbiamo visto – che “la Germania ha affrettato l’esplosione della Jugoslavia”, aggiunge che: “In questo caso, la Germania riunita si è rallegrata dello smembramento della Jugoslavia, già da essa tentato nel 1941”(pag. 126-128).  Il suo delirio sciovinista lo porta a identificare la Germania nazista con la Germania borghese di oggi. D’altro canto, per evidenziare la loro stretta continuità, egli denuncia “il progetto espansionista della Germania”(pag. 142) dei nostri giorni.

Mélenchon non evoca mai il ruolo cruciale del FMI, istituzione che applica al resto del mondo le ricette distruttrici che l’Unione Europea applica in Europa. Ora, il FMI, con il consenso, se non agli ordini, delle autorità e delle grandi banche statunitensi, è stato diretto per molti anni da buoni francesi (il socialista affarista Strauss-Kahn, e, successivamente, la vecchia ministra di Sarkozy e soprattutto vecchia appartenente a un ricco consesso di avvocati d’affari statunitensi, Christine Lagarde). L’accusa permanente della Germania, denunciata come dominatrice insolente dell’Europa,  finisce per proteggere tutte le istituzioni al servizio degli interessi del capitale finanziario. Non c’è alcun dubbio che la schiacciante maggioranza degli insoumis non possa riconoscersi in questo camuffamento politico. (articolo inoltrato dall’autore, che verrà pubblicato sulle colonne della Tribune des Travailleurs il 29 agosto 2018)

Trad. di Antonello Zecca

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*Jean-Jacques Marie è autore, tra le altre cose, di Storia della Guerra Civile : 1917-1922(ed. Tallandier 2015), Le donne nella Rivoluzione Russa(Le Seuil, 2017), La guerra dei bianchi in Russia. Il fallimento di una restaurazione non confessata 1917-1920(Ed. Tallandier, 2017), Kruschev o l’impossibile riforma(Payot 2010) e numerose biografie. (nota della redazione di A l’Encontre)