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Risoluzione del coordinamento nazionale di Sinistra Anticapitalista

Le elezioni del 4 marzo hanno segnato un cambio di fase nello scenario politico italiano, certificando un profondo spostamento a destra del paese. L’esito della tornata elettorale difficilmente può sorprendere: decenni di politiche neoliberiste targate centrodestra e centrosinistra, hanno via via distrutto le garanzie e le tutele sociali, eredità delle lotte del movimento operaio nel secondo dopoguerra, aggravando le condizioni di vita delle masse popolari e favorendo la frantumazione e la destrutturazione del precedente assetto del mondo del lavoro. Qui sta la radice del progressivo consolidamento di un senso comune reazionario presso settori ampli della popolazione.

In particolare, i governi a guida PD hanno messo particolare zelo nella promozione di controriforme in grado di rispondere alle esigenze della grande borghesia italiana, desiderosa di abbattere le “rigidità” che impedivano il pieno comando e gestione della forza-lavoro e un indirizzo più incisivo sui suoi processi di formazione, tali da favorirne un maggior controllo ideologico e un funzionamento più efficace dell’esercito industriale di riserva. Il Job’s Act, con l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, e la Buona Scuola costituiscono due delle misure più importanti in tal senso. Questi successi ottenuti dalla borghesia non sarebbero stati possibili, o sarebbero stati certamente più difficili, senza la vergognosa passività e complicità delle burocrazie sindacali della CGIL con i governi del PD, contro i quali si è scelto di non mobilitarsi, pur in presenza di una chiara disponibilità alla lotta da parte dei lavoratori e delle lavoratrici.

L’atomizzazione, la perdita di riferimenti ed esperienze collettive, la permeabilità alle ideologie dominanti, l’estrema difficoltà di intravedere un miglioramento concreto delle proprie condizioni di vita, una disoccupazione e una sottoccupazione dilaganti, hanno spinto sempre più lavoratori e lavoratrici alla passività e all’apatia sociale, alimentando sentimenti di rancore verso obiettivi e nemici fittizi (il migrante, il povero, il “diverso”, l’emarginato) e spingendo alla competizione interna alla classe e a forti tendenze corporative. Non può essere taciuto il fallimento del progetto politico della vecchia sinistra radicale, in particolare di Rifondazione Comunista, sacrificato a metà del primo decennio del secolo e in un momento cruciale dello scontro politico sociale, nelle dinamiche del secondo governo Prodi sull’altare della collaborazione di classe e del governismo, che ha frustrato e deluso speranze e aspettative, aprendo lo spazio all’affermazione di una formazione politica come il Movimento 5 Stelle, che ha riempito anche questo vuoto proponendosi come forza “antisistema” e catturando anche parte di un elettorato in precedenza orbitante attorno alla sinistra radicale. A sua volta, la Lega ha saputo approfittare della débacle dei tradizionali partiti della borghesia nella Seconda Repubblica, il PD e Forza Italia, mantenendo il rapporto con la parte più fedele del suo elettorato e della sua base sociale, attraverso la gestione amministrativa di territori importanti dal punto di vista del tessuto economico e produttivo e la capacità di alimentare e di sintonizzarsi sugli umori più reazionari del paese facendone una bandiera ideologica in grado di esercitare egemonia su settori sociali trasversali. La mutazione da partito regionalista a partito nazionalista, pur naturalmente con un forte ancoraggio nelle regioni del Nord, ha completato il quadro.

Date queste premesse, il governo emerso dalle elezioni politiche non avrebbe potuto che avere un segno reazionario. Eppure la formazione del governo è stata travagliata e relativamente lunga. Al di là della spettacolarizzazione e della personalizzazione delle cronache giornalistiche, i nodi da sciogliere erano numerosi e di non semplice risoluzione. Nato sotto il segno di una triplice contraddizione, il governo “populista” è infatti espressione politica della piccola/media borghesia, controllato a vista dalla grande borghesia, e con settori non irrilevanti di lavoratori sia al Nord sia a Sud del paese che ripongono ancora una fallace speranza di cambiamento della loro condizione materiale. La combinazione concreta che lo ha prodotto, offre dubbi rispetto alla sua stabilità sul medio periodo e alla capacità di costruire un’egemonia stabile e duratura: sarà infatti attraversato da molteplici tensioni causate dal fatto che, politicamente, dovrà provare a rispondere ad aspettative dal segno sociale molto diverso, in un quadro in cui le istituzioni internazionali del capitalismo esprimono preoccupazione riguardo alla crescita economica dell’Unione Europea nei prossimi anni, con un’attenzione particolare all’Italia, e il programma di quantitative easing della BCE sarà sensibilmente ridotto. Le pressioni per la riduzione del debito e per le conseguenti richieste restrizioni di bilancio, potrebbero essere un fardello pesante per il reperimento delle risorse necessarie per tenere insieme capra e cavoli. Non a caso, il Presidente della Repubblica Mattarella, con un intervento inaccettabile sul piano democratico e autolesionista su quello politico, è stato letteralmente costretto a intervenire a gamba tesa nel processo di formazione dell’esecutivo, non certo per il timore di provvedimenti che andassero a beneficio delle classi popolari, ma perché per la borghesia italiana, alle prese con una profonda crisi della sua rappresentanza politica, la combinazione Lega e M5S rappresenta una soluzione non ancora sperimentata né conosciuta sul piano del governo, e quindi soggetta a incognite potenzialmente poco rassicuranti. L’esito di questo intervento è stato Giovanni Tria al Ministero dell’Economia. Tria è una vecchia conoscenza degli ambienti confindustriali e del centrodestra italiano, sensibile ai vincoli di bilancio e al controllo del debito pubblico, ma al tempo stesso non un ortodosso di Bruxelles. Queste caratteristiche costituiscono un equilibrio accettabile per la borghesia, che ha assoluta necessità di mantenere il quadro del mercato comune rappresentato dallo spazio dell’Unione Europea, pur in un contesto in cui una maggior capacità negoziale sui tavoli della Commissione e del Consiglio Europeo non sono certo malvisti. In effetti, Tria ha già reso noto quali sono i limiti entro i quali dovrà essere contenuta la politica generale del governo, e sono limiti che non derogano alla necessità di rispettare i vincoli dell’Unione Europea. Tria si troverà anche a dover gestire dossier politicamente scottanti, dovendo in un certo senso stare attento a non smentire del tutto il programma del “contratto di governo”. Ad esempio, la borghesia ha già reso noto che non apprezza misure quali la flat tax, non certo perché fortemente regressiva, ma perché non affronta i nodi di fondo di una riorganizzazione complessiva del sistema di imposizione fiscale che parta da un’ulteriore riduzione del cuneo fiscale, ritenuto da essa ben più importante. Per non parlare delle riforme considerate urgenti, quali quella della pubblica amministrazione, della giustizia civile e del codice degli appalti, oltre a sostanziosi investimenti in infrastrutture, oltre ao sostegno alle ristrutturazioni produttive.

Su queste premesse, che peraltro né la Lega né il M5S hanno mai messo in discussione, produrre risultati in grado di soddisfare le aspettative della loro base sociale originaria, sarà estremamente difficile. La piccola borghesia, infatti, è schiacciata da una aggressiva competizione internazionale e da una scarsità di risorse finanziarie che non mancano di certo alle multinazionali. L’approccio neo-sovranista dei due partiti trova le sue radici materiali nella posizione di questi settori, che in Italia hanno un peso non trascurabile. In tal senso, l’esigenza di misure a sostegno delle piccole e medie imprese, è un’esigenza politicamente irrinunciabile da parte di entrambi i partiti: la promessa di una Banca di Investimento a sostegno delle PMI, la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia per evitare gli aumenti dell’IVA, la fine degli studi di settore e dell’ “accanimento” fiscale invertendo l’onere della prova riguardo la fedeltà fiscale, la promessa di “lasciare in pace le aziende” e di non colpevolizzarle per gli incidenti sui luoghi di lavoro (Di Maio), rappresentano una necessità per non alienarsi un sostegno fondamentale. Al tempo stesso, premono anche le aspettative di settori di classe lavoratrice, in particolare giovanile e meridionale, che hanno visto nella proposta del reddito di cittadinanza una speranza di miglioramento della propria condizione, e le attese di massa per l’abolizione della legge Fornero, dispositivo considerato, a giusta ragione, odioso. Nessuna delle due misure sarà realizzata, come è già stato reso noto dal ministro Tria e segnalato dallo slittamento del discorso pubblico di entrambi i partiti, se non in forma di blanda modifica, assolutamente incapace di rispondere ad esigenze così pressanti.

Per quanto già detto, la questione migrante assume un’indubbia centralità, e le drammatiche vicende della nave Aquarius, sballottata in mezzo al Mediterraneo con centinaia di uomini, donne e bambini, ne è la dimostrazione. Il timone del governo è stato preso saldamente nelle mani della Lega e del suo segretario, nonché Ministro degli Interni, Matteo Salvini, cioè da quella parte la cui esperienza politica, di fronte all’insipienza delle figure pentastellate, è nettamente superiore. Tralasciando il Primo Ministro Conte, al momento poco più che un figurante, il governo gialloverde si presenta sempre più come un governo a trazione leghista, di cui Salvini è il vero primo ministro-ombra. Il discorso al Senato di qualche giorno fa è un manifesto politico e programmatico, inquietante e pericoloso, un vero e proprio inno alla ricerca del caprio espiatorio, che promuove e si nutre di un immaginario razzista e xenofobo. La gestione della vicenda Aquarius, per quanto disumana, si è risolta in una vittoria per Salvini, con la complicità determinante del M5S con il Ministro per le Infrastrutture Danilo Toninelli, e soltanto questo dà la misura della profondità del deterioramento dei rapporti di forza sociali, politici e ideologici a sfavore delle classi lavoratrici. Di fronte alle tangibili e prevedibili difficoltà oggettive di realizzare le promesse elettorali, il governo sarà ripetutamente tentato di giocare questa carta, alimentando l’aria mefitica dell’ostilità nei confronti dei migranti. L’accanimento contro di essi riveste una duplice funzione: da un lato compattare ideologicamente un blocco sociale eterogeneo e attraversato da incompatibilità di interessi e tensioni, dall’altro provare a rendere ancor più difficile l’organizzazione di questo settore della classe, combattivo e determinato, e ad impedirne la saldatura con i settori di classe autoctoni. La sparata propagandistica del rimpatrio di 500.000 migranti, e dell’ “è finita la pacchia”, è servita solo ad alimentare un clima terroristico utile a bloccare ogni discussione sui diritti minimi di cittadinanza, a cominciare dal permesso di soggiorno e alle enormi difficoltà burocratiche frapposte ai migranti, e funzionale all’ipersfruttamento che, da Nord a Sud, avviene nelle fabbriche e nelle campagne. In particolare nel settore agricolo, parte decisiva della base sociale leghista, ogni misura atta a limitare le capacità di organizzazione dei braccianti immigrati è estremamente ben accolta. Le recenti esternazioni di Salvini sulla necessità di cambiare la pur insufficiente legge sul caporalato va esattamente in questa direzione.

In questo contesto segnato da profonde sconfitte, e dove risulta drammaticamente assente un ruolo sociale indipendente della classe lavoratrice ed ancor più quello politico, emerge più che mai la necessità di costruire un ampio fronte unico di resistenza sociale, che metta insieme collettivi, associazioni, organizzazioni e movimenti politici, sindacalismo conflittuale, e che alluda alla ricostruzione di un blocco storico delle classi lavoratrici, di un nuovo movimento operaio, che parta dalla rivendicazione concreta dei bisogni negati (salario, reddito, lavoro, casa, sanità e servizi pubblici, permesso di soggiorno e diritti di cittadinanza per tutte e tutti) in grado di articolare l’antirazzismo, e la lotta contro tutte le oppressioni in una comune visione solidale e anticapitalista. Va da se che di fronte a un governo razzista e xenofobo e alla penetrazione di queste ideologie reazionarie e divisive tra i lavoratori, va condotta una forte battaglia antirazzista e antifascista, politica, sociale e ideale, una azione minuziosa per far comprendere la posta in gioco strategica dell’unità della classe lavoratrice in tutte le sue componenti.
Il primo passo sarà la necessaria ripresa di una forte capacità di essere presente nei luoghi di lavoro, di capire i problemi delle lavoratrici e dei lavoratori, di discutere pazientemente con loro su cosa fare, ad essa intrecciata, la vitale convergenza tra i quadri sindacali classisti, ovunque collocati, senza settarismi, autocentrature e autoproclamazioni. Queste due condizioni saranno entrambe necessarie alla ricostruzione di una capacità di intervento politico dentro e fuori i luoghi di lavoro, del protagonismo di lavoratori e lavoratrici, autoctoni e immigrati, e della loro autorganizzazione.

Decisiva è la questione sindacale, ovverosia la ricostruzione della organizzazione elementare della classe nei luoghi di lavoro per contrastare l’offensiva padronale e governativa e per contrattare collettivamente orari, salari, organizzazione del lavoro, cioè per costruire l’unità delle lavoratrici e dei lavoratori, tra azienda ed azienda, tra settore e settore, ed ogni sempre più tra lavoratori italiani e quelli migranti. La costruzione di un sindacalismo di classe, la ricerca dell’unità d’azione e di proposte tra tutti quelli che vogliono agire in questa direzione deVono essere al centro delle preoccupazioni di tutti quelli che vogliono costruire le resistenze sociali, comprese le organizzazioni politiche della sinistra vera. Per questo il congresso della CGIL, cioè della più grande confederazione sindacale del paese, assumerà oggettivamente una grande importanza. Non si tratterà solo di lavorare affinché l’opposizione interna del Sindacato è un’altra cosa, in cui tante compagne e tanti compagni di Sinistra Anticapitalista sono impegnate e impegnati, abbia il miglior risultato possibile, ma sarà un’occasione altrettanto rilevante di poter raggiungere migliaia di lavoratori e lavoratrici e impostare una discussione ampia sulla necessità della ricostruzione di un sindacalismo di classe in questo paese, cioè, nel concreto, di un sindacato che fa conflitto, che organizza, che difende e promuove l’allargamento dei diritti di lavoratrici e lavoratori, favorendo l’unità e la presa di coscienza dei propri interessi comuni. In buona sostanza, si tratterà di decidere se il sindacato dev’essere uno strumento di lotta oppure no, e quindi la valenza di questo appuntamento assume un carattere più generale. L’impegno di gestione del congresso non dovrà pertanto essere lasciato ai soli compagni e alle sole compagne attivi e attive in CGIL, ma dovrà essere preoccupazione comune di tutta l’organizzazione, che dovrà sostenere e supportare la battaglia, provando al tempo stesso a costruirsi e rafforzarsi. Alle avanguardie sindacali di lotta che incontreremo in questo percorso, andrà proposto un quadro di discussione comune sulla necessità di un progetto politico generale e di adesione alla nostra organizzazione, che nell’attività sociale nei luoghi di lavoro ha il suo core business.

Come più volte indicato dalle nostre risoluzioni e prese di posizione, poniamo grande attenzione anche allo sviluppo del sindacalismo di base che, in particolare in alcuni settori, ha dato prova di saper costruire lotte e vertenze in grado di ottenere vittorie parziali ma significative. In particolare, salutiamo positivamente che, in un quadro di grande difficoltà sociale e politica, un sindacato come l’USB sia stato in grado di indire una manifestazione nazionale il 16 giugno a Roma, di fatto il primo appuntamento di opposizione al nuovo governo, nonché di organizzare con successo un corteo partecipato e determinato di braccianti immigrati a San Ferdinando in Calabria, dopo il tragico omicidio del suo attivista sindacale, Soumalia Sacko. Al tempo stesso non possiamo non riscontrare dei limiti che pesano su esperienze pur positive e rischiano di circoscriverne le potenzialità. Al posto della ricerca dell’unità d’azione, della costruzione di momenti unitari di sciopero e di manifestazioni nazionali, della collaborazione sui singoli luoghi di lavoro, troviamo spesso una forte conflittualità e rivalità, espressioni di settarismo e autoproclamazione. Questo potenziale deve invece essere messo al servizio della ricostruzione dell’unità sociale di classe, insieme al sindacalismo di classe presente in CGIL. A tale scopo, insistiamo sulla necessità che, a fronte di una situazione fortemente deteriorata, si trovino forme di convergenza e unità d’azione di tutto il sindacalismo di classe, a prescindere dalla collocazione. Questa convergenza sarebbe altamente positiva e favorirebbe anche processi di autorganizzazione e protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici, senza il quale non è neanche pensabile sostenere con successo ipotesi di alternativa politica radicale.

Dopo oltre sei mesi dalla nascita di Pap consideriamo positiva questa esperienza che ha permesso di contrastare la dispersione delle forze di sinistra e di riunire plurimi soggetti politici e sociali e numerosi singoli attivisti e militanti in una prospettiva antiliberista e anticapitalista e nelle forme indicate nel manifesto costitutivo.

La discussione che si è sviluppata al suo interno negli ultimi mesi ha visto confrontarsi due propensioni politiche che si sono espresse in forme articolate tra coloro che ritengono prioritario la costruzione di una forma partito ( per altro con una forte spinta verso modalità molto centralizzate e verticali) e chi, come noi, ritengono che la sfida più immediata sia quella di costruire più vasto movimento politico e sociale, ampio, plurale, capace di coinvolgere molte soggetti politici sindacali e sociali tale da permettere una reale azione di massa. L’obbiettivo è di riuscire a resistere con un minimo di efficacia alle politiche aggressive e xenofobe del governo della destra di Salvini e Di Maio, ma anche di contrastare da sinistra il progetto di rilanciare un “centro sinistra” di opposizione collegato alle scelte delle borghesie europee e delle loro istituzioni.

Qualsiasi forzatura per condensare a breve un nuovo partito di cui non ci sono ancora le convergenze politiche e strategiche e che richiede invece tempi più lunghi di discussione ed esperienze concrete di pratiche e mobilitazioni, rischia infatti di dividere e di disperdere forze che si sono raccolte, oltre che rendere più difficile l’avvicinamento di altre.

Sinistra Anticapitalista sostiene quindi e partecipa alla attività di Pap e alle sue discussioni mettendo avanti queste modalità di azione e privilegiando l’iniziativa sociale, riaffermando il carattere unitario e plurale dell’aggregazione e quindi il legittimo ruolo delle organizzazioni che lo animano nonché la centralità organizzativa politica e democratica delle assemblee di base territoriali. È con questo spirito che partecipiamo alla nuova fase del percorso di Potere al Popolo.

Riaffermiamo quindi appieno l’impegno unitario in Pap e nello stesso tempo la nostra autonomia politica e strategica nel quadro del nostro programma anticapitalista e dei nostri rapporti internazionali che ci legano ad organizzazioni a noi vicine e al movimento della Quarta Internazionale.

La Direzione Nazionale proporrà e discuterà coi circoli le migliori modalità di partecipazione alla discussione e al percorso politico e sociale che si sta delineando di qui al prossimo autunno per Potere al Popolo.

Il primo congresso di Sinistra Anticapitalista si è svolto nel gennaio del 2016. È tempo di fare un bilancio del lavoro svolto e di ridefinire i nostri compiti con un nuovo congresso che possiamo prevedere orientativamente per il prossimo gennaio.

Per quanto riguarda il nostro seminario annuale la Direzione è incaricata di individuarne la possibilità e le modalità più utili, tenendo conto della assemblea nazionale di Pap ed infine i temi da approfondire.

Infine, ma non da ultimo, ribadiamo la necessità di privilegiare , in termini quantitativi e qualitativi, beninteso nel quadro della nostra attività politica articolata e complessiva indicata nei punti precedenti, la costruzione e il rafforzamento di Sinistra Anticapitalista, tanto più importanti quanto più difficili e complesse saranno le sfide che dovremo affrontare nel prossimo futuro.