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Antipopolare ma populista: ecco il governo di Salvini e Di Maio

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di Antonello Zecca

Dopo ottantasei giorni, diverse contorsioni e svariati colpi di scena, il primo giugno è nato il governo Lega/M5S. O, per meglio dire, un governo Lega/M5S/Mattarella, per il ruolo decisivo che il Presidente della Repubblica ha giocato nella sua gestazione, e, in parte, nella sua composizione.

Il segno di destra

Il segno di destra, antioperaio e antimigranti del governo è inequivocabile; come sempre coloro che, come i grillini si dichiarano “nè di destra nè di sinistra” alla prova dei fatti si dimostrano di destra; non hanno infatti avuto alcun problema ad allearsi con una forza reazionaria e xenofoba come la Lega che, non a caso al di là dei voti elettorali, risulta essere la struttura portante dell’esecutivo e il suo segretario Salvini il vero uomo forte della compagine tanto più nella sua posizione di viceprimoministro e ministro dell’interno.

I ministri pentastellati, formalmente in maggioranza, risultano pallidi e inesperti di fronte agli uomini della Lega, scaltri e navigati nella gestione del potere locale, molti dei quali hanno già esercitato importanti ruoli sociali economici ed istituzionali. Le ripetute dichiarazioni di Salvini contro i migranti è la carta d’identità del governo presieduto da Conte, personaggio incolore che sarà chiamato quanto prima a svelare quale sia il suo ruolo per ora del tutto marginale.

Il governo nasce dunque con una fiducia condizionata da parte della grande borghesia italiana che, proprio grazie all’opera di Mattarella, ha posto il suo sigillo di tutela e supervisione sul segno delle politiche economiche generali e sull’internità dell’Italia alle politiche dell’Unione Europea.

Una tutela per essa tanto più necessaria, quanto è forte la diffidenza per una soluzione non conosciuta né sperimentata alla prova del governo e soggetta, pertanto, a incognite politiche potenzialmente poco rassicuranti. In uno scenario in cui, al moderato ottimismo per una ripresa tanto complessivamente modesta quanto fragile, fanno da contraltare la difficoltà del quadro macroeconomico nazionale e internazionale, e le difficoltà di alleviare una situazione sociale che non accenna a dare segni di consistente miglioramento, non solo il grande padronato, ma anche lo Stato capitalista e le sue istituzioni mantengono alta l’attenzione, restando pronti a intervenire ancora se mutamenti del quadro lo richiedessero. Tuttavia le preoccupazioni di Stato e padroni non attengono certo al fatto che questo governo potrebbe rischiare di avere una pur moderata ambizione di riforma a beneficio delle classi popolari, ma dalla potenziale incontrollabilità che potrebbe sorgere dalla triplice contraddizione interente alla sua formazione. La configurazione del governo emerso dalla finora inedita alleanza “populista” è infatti espressione politica della piccola/media borghesia, controllato a vista dalla grande borghesia, e su cui settori non irrilevanti di lavoratori sia al Nord che a Sud del paese ripongono ancora una fallace speranza di cambiamento della loro condizione materiale. La combinazione concreta che lo ha prodotto, offre dubbi rispetto alla sua stabilità sul medio periodo e alla capacità di costruire un’egemonia stabile e duratura: sarà infatti attraversato da molteplici tensioni causate dal fatto che, politicamente, dovrà provare a rispondere ad aspettative dal segno sociale molto diverso, in un quadro in cui le istituzioni internazionali del capitalismo esprimono preoccupazioni riguardo la crescita economica dell’Unione Europea nel prossimo anni, con un’attenzione particolare all’Italia, e il programma di quantitative easing della BCE potrebbe essere sensibilmente ridotto. Le pressioni per la riduzione del debito e per le conseguenti richieste restrizioni di bilancio, potrebbero essere un fardello pesante per il reperimento delle risorse necessarie per tenere insieme capra e cavoli.

Anche perché la Lega di Salvini non avrebbe disdegnato di andare subito alle elezioni per capitalizzare rapidamente la sua forte crescita di attrazione di fronte allo smarrimento di tutte le altre forze politiche e dell’impasse politico del M5S di Di Maio. Non è detto che questa scelta non possa essere fatta in tempi non lontani qualora fosse giudicata nuovamente vincente.

Alcune difficoltà del nuovo governo

Il compito di Giovanni Tria, nuovo ministro dell’economia, sarà dunque dei più difficili: da un lato trovare i margini per un aumento del deficit e la sterilizzazione degli aumenti dell’IVA (sebbene il ministro non ne escluda addirittura un aumento, per finanziare la regressiva flat tax, uno dei provvedimenti-simbolo della Lega, ma che metterebbe quest’ultima in contraddizione con un settore non trascurabile della sua base sociale), dall’altro utilizzare i possibili benefici per le “riforme” che stanno veramente a cuore al padronato italiano: potenziamento delle infrastrutture, riforma del codice civile e dei tempi dei processi amministrativi, e riforma della pubblica amministrazione, oltre, naturalmente, all’approfondimento delle riforme contro il mondo del lavoro e sostegno alle ristrutturazioni industriali e produttive. Sia detto di sfuggita, proprio la scelta di Tria, non propriamente un ortodosso di Bruxelles o di Berlino, dimostra che si è trattato non solo e non tanto di diktat della Commissione Europea o della Germania, quanto di quelli della borghesia nazionale, che deve coniugare le esigenze di mantenere il mercato comune e il quadro dell’UE, ma al tempo stesso riaffermare la tutela dei propri interessi nello scontro con le altre borghesie continentali, in particolare quelle tedesca e francese.

D’altra parte, Salvini e Di Maio hanno immediatamente annunciato i provvedimenti-bandiera, quelli con cui hanno vinto le elezioni: stretta sull’immigrazione il primo, modifica parziale della Fornero, istituzione del reddito di cittadinanza e revisione (non cancellazione, si badi bene) del Job’s Act il secondo. Una mossa scontata, ma, il passaggio dalla propaganda alla realtà, non è meno problematica per loro: non sarà facile, soprattutto per il M5S, riuscire portare a casa risultati concreti in tempi relativamente rapidi anche se è una esigenza essenziale nei confronti della loro base.

Tuttavia, prima della necessaria e comunque difficile verifica di massa, riguardo all’aspettativa, (che sarà delusa), di un miglioramento delle condizioni di vita di ampie fasce popolari, questo governo potrà fare molto male sul piano sociale, della divisione degli sfruttati e delle ideologie reazionarie che cresceranno ancora.

Ministri e programma

Dentro la contraddizione fondamentale di dover rispondere a esigenze inconciliabili, in un quadro programmatico che ovviamente non prevede in alcun modo di uscire dal sistema dominante, i due partiti, con la Lega in pole position, saranno spinti a una forte offensiva ideologica, la cui retorica si concentrerà sulla lotta agli immigrati, sull’islamofobia, sul tradizionalismo e sul patriarcato. D’altronde, basta osservare la nomina dei ministri per rendersene conto: Salvini agli Interni e il non meno presentabile Fontana, cattolico omofobo e antiabortista, a Famiglia e Disabilità sono solo due esempi di ciò che ci attende. Piuttosto sottovalutata è la nomina di Elisabetta Trenta, in quota M5S, al ministero della Difesa: Capitano della riserva selezionata del corpo di amministrazione e commissariato dell’Esercito, con esperienze sul campo in Iraq, Libano e Libia che, per sua stessa ammissione, punta a sostenere “i valori della competenza, il senso del dovere, l’attenzione ai temi della sicurezza e del territorio, e della valorizzazione del ruolo internazionale dell’Italia”. Insomma, un esponente di primo piano degli apparati militari dello Stato, che ha ben in mente la difesa degli interessi imperialistici della borghesia italiana. Se si pensa che, nel cosiddetto contratto di governo, è prevista la piena tutela dell’industria nazionale della difesa con la progettazione di navi, aeromobili e sistemi hi-tech e il rafforzamento della presenza azionaria pubblica nelle multinazionali italiane dell’energia, delle telecomunicazioni e dei servizi, ce n’è abbastanza da gettare luce sinistra su questa nomina. Alla faccia del “governo del cambiamento”… (per le linee di fondo del programma di governo, rimandiamo a questo articolo).

Per non parlare poi del nuovo ministro della scuola che di certo continuerà le politiche di aziendalizzazione e privatizzazione dell’istruzione pubblica e della transfuga (sempre tra i vari partiti di destra) di un personaggio come Giulia Bongiorno, ministro della Pubblica amministrazione. Le lavoratrici e i lavoratori pubblici possono solo aspettarsi nuove aggressioni ai loro diritti e al posto di lavoro. Per quanto riguarda i cosiddetti indipendenti essi appaiono tutti uomini dell’establishment conservatore, assai ben rodati nella gestione del sistema economico e sociale esistente.

Se dunque nella retorica e nella propaganda questo governo strombazzerà la difesa degli “interessi del popolo italiano” in Europa, nella sostanza sarà un governo ancor più regressivo dei precedenti sul piano sociale e ancor più pesantemente autoritario sul piano dei diritti democratici, nonché imperialistico sul piano della proiezione internazionale. La sua azione promuoverà l’ulteriore divisione della classe lavoratrice con il rafforzamento di concezioni e tendenze corporative e comunitariste, allo scopo di offuscare ulteriormente le linee di faglia di classe.

Costruire l’opposizione al governo delle destre

Far riemergere precisamente queste linee di demarcazione e la capacità di identificazione di interessi comuni sulla base della propria posizione sociale e di un confronto verticale con il padronato e il suo Stato, è un obiettivo fondamentale. Attraverso l’organizzazione, il conflitto su contenuti rivendicativi concreti e una forte battaglia delle idee, nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle scuole e nelle università, bisognerà costruire un ampio fronte unico di resistenza sociale, che metta insieme collettivi, associazioni, organizzazioni e movimenti politici, sindacalismo conflittuale, e che alluda alla ricostruzione di un blocco storico delle classi lavoratrici, di un nuovo movimento operaio, che parta dalla rivendicazione dei bisogni negati (salario, reddito, lavoro, casa, sanità e servizi pubblici, permesso di soggiorno e diritti di cittadinanza per tutte e tutti) in grado di articolare l’antirazzismo, e la lotta contro tutte le oppressioni in una comune visione solidale e anticapitalista.
Il primo passo sarà la necessaria ripresa di una forte capacità di essere presente nei luoghi di lavoro, di capire i problemi delle lavoratrici e dei lavoratori, di discutere pazientemente con loro su cosa fare, ad essa intrecciata, la vitale convergenza tra i quadri sindacali classisti, ovunque collocati, senza settarismi, autocentrature e autoproclamazioni. Queste due condizioni saranno entrambe necessarie alla ricostruzione di una capacità di intervento politico dentro e fuori i luoghi di lavoro, del protagonismo di lavoratori e lavoratrici, autoctoni e immigrati, e della loro autorganizzazione.

Una prima importante occasione sarà data dalla manifestazione del 16 giugno a Roma, alla quale invitiamo a partecipare, in cui cominciare a concretizzare non solo l’opposizione a questo governo senza se e senza ma, ma anche la costruzione di quel fronte di resistenza sociale, che dovrà articolare il proprio lavoro anche sul piano territoriale, avendo la capacità concreta di stare costantemente affianco ai settori più sfruttati e oppressi della società.

Ci vorrà molto tempo e tanta pazienza, ma il peggio che potremmo fare è lasciare l’opposizione a questo governo a PD e burocrazia della CGIL che, insieme a CISL e UIL, sono stati i maggiori responsabili della frammentazione della classe e delle sue sconfitte, che hanno prodotto la crescita di idee razziste, xenofobe, securitarie, e legalitarie, su cui le destre populiste hanno costruito le loro fortune.

Più che mai sarà necessario battersi contro le forze del grande capitale finanziario ed industriale e le politiche dell’Unione europea e nello stesso tempo contro le forze reazionarie e xenofobe della piccola e media borghesia e le sue propensioni sovraniste e nazionaliste, entrambe espressione della classe padronale.

Per farlo, tutte le forze di classe sono chiamate a non seguire le facili, ma ingannevoli, illusioni politiciste o pensare che la soluzione sia data da scorciatoie elettoraliste, ma impegnarsi a fondo nel conflitto sociale e di classe, la cui priorità assoluta non è una scelta “ideologica”, ma nasce dalla considerazione che è solo se i rapporti di forza tra gli sfruttati e gli sfruttatori cominciano a invertirsi, che scenari politici più avanzati si fanno possibili.