Il contratto tra Lega e M5S per un governo reazionario e di destra

di Antonello Zecca

Settantaquattro giorni dopo le elezioni del 4 marzo, sembra che la telenovela della formazione del nuovo governo abbia subìto una svolta decisiva. Dopo avanzamenti, arretramenti, proclami, annunciazioni e dichiarazioni più o meno in libertà, sembra che il famoso, o meglio, famigerato “contratto di governo” sia definito.

Una prima bozza era filtrata all’Huffington Post, che ne aveva diffuso i contenuti. Adesso il documento è ufficiale. Il quadro che ne emerge, è inquietante. Non abbiamo qui lo spazio per analizzare nel dettaglio il programma espresso da Lega e M5S. Tuttavia, sarà sufficiente indicare i punti principali dell’accordo, quelli che ne riassumono la logica costitutiva e ne esprimono la natura fondamentalmente reazionaria e di destra, tenendo conto che le singole misure non possono essere considerate separatamente, ma nella loro ispirazione complessiva, in cui sono connesse in modo organico:

Giustizia – non è a caso che cominciamo da questo punto. È forse l’autentico marchio di fabbrica di questo governo nascente. È qui che la natura poliziesca a fortemente autoritario-repressiva di questa compagine emerge in tutta la sua nettezza. Colpisce l’eliminazione del c.d. trattamento minorile, che equipara di fatto il trattamento delle fattispecie penali tra giovani (giovanissimi?) e adulti. Collegata alla perenne giaculatoria della “certezza della pena”, emerge la volontà di cancellare l’abrogazione e la depenalizzazione dei reati (alcuni dei quali sono oggi semplici illeciti amministrativi e civili), cancellare la non-punibilità per i reati lievi secondo l’attuale giurisprudenza e l’estinzione del reato per condotte riparatorie. Da ciò discende la necessità di costruire nuove strutture carcerarie, la cui previsione è contenuta nell’accordo, il cui regime sarebbe peraltro fortemente irrigidito, configurandosi come vero e proprio carcere duro, a cui si aggiungerebbe un inasprimento del 41 bis. Ciliegina sulla torta è la c.d. legittima difesa, che verrebbe sostanzialmente liberalizzata. È inoltre prevista una stretta sulle “occupazioni abusive”. Ciliegina sulla torta: è prevista la “riduzione dell’impunità” per “crimini particolarmente odiosi”, come il furto, la rapina e la truffa. Non è difficile immaginare in cosa ciò si traduca praticamente: l’ulteriore persecuzione delle figure sociali più fragili e deboli, in un contesto di aggravamento della condizione sociale.

Immigrazione – insieme al primo punto, è un altro marchio di infamia. L’immigrazione è considerato un fenomeno “insostenibile” per l’Italia. Si prevede il superamento in senso peggiorativo degli accordi di Dublino, al fine di riallocare gli immigrati quanto più è possibile in altri paesi europei. Si prevede altresì di rivedere le missioni comunitarie nel Mediterraneo allo scopo di ridurre “l’approdo delle navi utilizzate per l’operazione nei nostri porti nazionali” e, quindi, la “pressione dei flussi”. Si confermano gli accordi con i paesi terzi, come la Libia, nei quali dovrebbe avvenire l’ammissibilità delle domande di asilo e protezione internazionale, con l’immancabile foglia di fico della “piena tutela dei diritti umani”. È prevista l’accelerazione della procedura sui rimpatri, che è evidentemente considerata prioritaria, con l’istituzione di nuovi CIE, gestiti dalle Regioni, in cui mantenere una vera e propria detenzione fino a un massimo di diciotto mesi. Di fatto una carcerazione (malamente) mascherata. Succulenta anche la disposizione secondo cui le prediche religiose (con un riferimento prevalente al culto islamico…) dovranno essere svolte in lingua italiana… Il soggetto immigrato viene quindi considerato e trattato come un pericolo, alla meglio come un ospite indesiderato di cui disfarsi il prima possibile. Ben si comprende che queste misure farebbero aumentare ancor di più il numero di vittime nel Mediterraneo e peggiorerebbe ulteriormente le condizioni di vita delle immigrate e degli immigrati nel paese.

Difesa – è prevista una ridefinizione ridefinizione delle missioni all’estero. Questo NON ha nulla che vedere con la pace, ma è semplicemente una misura di razionalizzazione nella dislocazione dei contingenti italiani all’estero per meglio difendere gli “interessi nazionali”, cioè, in particolare gli interessi delle grandi multinazionali dell’energia, delle telecomunicazioni e dei servizi per le quali, non a caso, si prevede anche un rafforzamento della presenza pubblica nelle azioni tramite CdP. A sua volta, ciò NON ha nulla a che fare con le nazionalizzazioni, ma è un modo di difendere gli interessi strategici dello Stato italiano nella competizione internazionale. Altro punto decisivo, collegato strettamente alla difesa degli interessi strategici dello Stato italiano, è la piena tutela dell’industria nazionale della difesa con la progettazione di navi, aeromobili e sistemi hi-tech.

Fisco/Lavoro/Pensioni – la flat tax con aliquota unica per le persone fisiche non è, in buona sostanza, confermata, ma lo è una forte riduzione della (già magra) progressività fiscale. Due aliquote IRPEF, al 15% e al 20%, comprese le partite IVA e una sola aliquota, del 15%, per le società. È prevista anche una “no-tax area” per i redditi bassi (non si capisce però quanto bassi…). È evidente che i redditi medio-alti, soprattutto quelli verso la parte più alta dello spettro, saranno fortemente avvantaggiati, per non parlare delle imprese, mentre i lavoratori e le lavoratrici saranno proporzionalmente ulteriormente penalizzati. Per quanto riguarda il mitico reddito di cittadinanza, è fissato in una cifra di 780 euro mensili, ma la condizionalità è molto forte: la misura è orientata al reinserimento lavorativo, con l’obbligo di accettare oltre la quarta proposta lavorativa purchessia, pena il decadimento del beneficio, ed è subordinata alla riforma dei Centri per l’Impiego. Ciò vuol dire che la misura è analoga a quella di altri sistemi in vigore in alcuni paesi dell’UE, in cui le (magre) misure di sostegno al reddito, sono esclusivamente finalizzate al disciplinamento della forza-lavoro e dell’esercito industriale di riserva. Il Job’s Act è semplicemente riconfermato e, anzi, è prevista la reintroduzione dei voucher. Sul piano delle pensioni, non c’è alcuna abrogazione della Fornero, ma un semplice “stop”, con la regola dei 100, cioè la somma aritmetica dell’età anagrafica e l’età dei contributi (in un contesto in cui sarà sempre più difficile maturare i contributi necessari, data la sottoccupazione strutturale di massa, o disoccupazione mascherata). Particolarmente interessante è menzionare la prevista istituzione di una Banca degli investimenti, intesa essere uno strumento di sostegno alle PMI (che sono l’hard-core della base sociale della Lega e del M5S), per l’internazionalizzazione, a beneficio della competitività azienda nell’ambito di filiere transazionali di valore, fortemente integrate e soggette a un enorme pressione competitiva. È prevista inoltre la costituzione di un fondo di garanzia per le PMI atto a favorire il risparmio patrimoniale adeguato a sostenere i sempre più stringenti requisiti per il credito. (Regole di Basilea, I,II,III e IV).

Non entriamo nel dettaglio delle proposte su Unione Europea e debito, anche perché sono molto vaghe e prevedono un generico impegno alla creazione di strumenti per la riduzione dello stock del debito pubblico, un ricorso “appropriato” al deficit e una riforma della governance europea. È evidente, però, che si tratti di un ammorbidimento delle proposte effettuate in campagna elettorale, per l’esigenza di contemperare la difesa degli interessi della base sociale di riferimento con quelli della media e grande borghesia nazionale (con proiezione internazionale), che non vede di buon occhio deviazioni eccessive da regole contabili e di bilancio adatte a difendere il quadro complessivo dei suoi interessi (e non come semplice diktat dell’UE). D’altro canto, la cifra di fondo del programma giallo-verde è una continuazione delle politiche di austerità (sociale) con altri mezzi che non con il neoliberismo classico. In effetti, le stesse radici sociali piccolo-borghesi spingono a una configurazione neo-protezionista e neo-nazionalista, entro i limiti in cui politiche sovraniste sono oggettivamente possibili, nel quadro del capitalismo a dominanza finanziaria. Lega e M5S si trovano quindi in una posizione decisamente scomoda, date le loro caratteristiche, ed è quindi prevedibile che questo nuovo governo, se nascerà effettivamente, sarà sottoposto a tensioni anche rilevanti nel medio periodo.
Da punto di vista sociale e politico assisteremo a una nuova riduzione dei diritti democratici, un’ulteriore stretta autoritaria e patriarcale, una spinta ulteriore all’individualizzazione e alla rottura dei cosiddetti “corpi intermedi” in direzione dell’approfondimento della corporativizzazione, un ulteriore peggioramento delle condizioni salariali e di lavoro di settori importanti del proletariato, con una particolare recrudescenza sul mondo del lavoro immigrato (in particolare nelle fabbriche del Centronord e nelle campagne meridionali). Il giudizio su questi due partiti e su ciò che rappresentano non può che essere dunque una stroncatura senza appello. Così come il giudizio è altrettanto duro sulle capacità del loro personale politico, la cui mediocrità è pareggiata soltanto dalla ferocia antioperaia e contro i più deboli, i subalterni, gli inermi.

Si apre una fase inedita, in cui si approfondirà la necessità dell’opposizione politica e sociale, e di un’adeguata preparazione e capacità di dibattito strategico. Un’opposizione che non potrà richiamare il M5S a una “maggiore coerenza” rispetto ai suoi “impegni originari”, che non potrà essere più realista del re, sposandone, in via radicalizzata, gli assi di fondo.

Di fronte a un’opposizione politica dell’austerità neoliberale e dei vincoli finanziari rappresentata da PD e da FI, un’opposizione di sinistra al sovranismo neonazionalista di Lega e M5S dovrebbe costruirsi sulla base di alcune priorità sociali chiare: sostegno al conflitto nei luoghi di lavoro e all’unificazione di queste lotte sulla base di alcune parole d’ordine coerenti con i bisogni da esse espressi: riduzione dell’orario di lavoro senza riduzione di salario, istituzione di un salario sociale per i disoccupati e i sottoccupati, intervento pubblico in economia con una politica per la piena occupazione; lavorare affinché si creino le condizioni soggettive per un vero sciopero generale nel paese; collegare le lotte su scala europea, ad esempio con la costruzione di scioperi europei di categoria lungo filiere omogenee di valore, fino a uno sciopero generale europeo.

Se si vuole realmente costruire una convergenza delle lotte in tal senso, occorre riprendere il filo dell’unità del sindacalismo di classe, ovunque collocato. Per questo, la priorità di questa nuova fase politica non potrà essere che quella di ricostruire le condizioni per un rinnovato protagonismo di lavoratrici e lavoratori (compresi precari/e e disoccupati/e), per l’unità sociale di classe e l’autorganizzazione così necessaria alla ripresa del conflitto di classe dal basso. In questo, il congresso della CGIL sarà un momento centrale dello scontro di classe nel paese, in cui ci verificherà la possibilità di rilanciare la lotta di centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici contro padroni e burocrazie sindacali complici. Esperienze di vittorie parziali, ma significative, ottenute in diversi stabilimenti grazie al lavoro di delegate e delegati dell’area di opposizione in CGIL, dimostrano che ciò è possibile e necessario. L’unità del sindacalismo di base, insieme alla convergenza con i quadri sindacali classisti in CGIL, è una delle conditio sine qua non affinché tutto ciò sia possibile. È questo il lavoro politico in cui continueremo a impegnarci.