Bolzaneto: 28 condannati a risarcire lo Stato. Tra loro anche Sabella

 

alfonso-sabella-655411di Checchino Antonini

Le torture a Bolzaneto durante il G8: sei milioni di euro per i danni causati allo Stato in seguito ai risarcimenti pagati a chi subì gli abusi nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova nel 2001. Lo hanno stabilito i giudici della Corte dei conti di Genova che hanno condannato 28 persone, tra personale medico-sanitario, appartenenti della polizia, carabinieri e polizia penitenziaria. Tra questi anche Alfonso Sabella, all’epoca dei fatti capo dell’Ispettorato del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) e il generale Oronzo Doria, ex capo area della Liguria degli agenti di polizia penitenziaria. La procura, a vario titolo, aveva chiesto un risarcimento di 7 milioni di euro per i ristori pagati alle parti offese in sede penale e le spese legali e altri 5 milioni per il danno di immagine.

Per la procura contabile, nonostante la posizione di Alfonso Sabella fosse stata archiviata, vista la sua elevata posizione ricoperta nell’amministrazione penitenziaria, avrebbe dovuto controllare e vigilare affinché non avvenissero violenze e comportamenti scorretti. Stesse argomentazioni anche per il generale Oronzo Doria, assolto dalle accuse. Per il pm, oltre al danno patrimoniale, si doveva aggiungere anche il danno all’immagine dello Stato e delle varie amministrazioni, quantificato in 5 milioni di euro: gli episodi di violenza avvenuti a Bolzaneto «hanno determinato un danno d’immagine che forse non ha pari nella storia della Repubblica».

La caserma di polizia di Bolzaneto fu scelta come carcere provvisorio per le retate previste nelle manifestazioni no global del luglio 2001: lontano dal centro storico, dalle zone rossa e gialla, vicino allo svincolo autostradale. Si tramutò in un luogo di tortura fisica e psicologica per decine e decine di persone, desaparecidos per tre giorni, dopo essere stati arrestati a casaccio nelle strade di Genova oppure pescati nella mattanza della scuola Diaz.

Così settori della magistratura contabile, dopo quella ordinaria, scrivono sul luglio del 2001 una storia diversa dalla versione ufficiale sostenuta dai vari governi che si sono succeduti e dai vari inquilini del Viminale. A Genova fu davvero la più immane sospensione dei diritti umani in Occidente come sintetizzò Amnesty e come sostennero i protagonisti del “movimento dei movimenti”, la più importante sollevazione collettiva internazionale dopo gli anni ’70, in Italia e nel mondo. Proprio per questo la macchina del fango e della guerra si è dispiegata con una ferocia davvero inusuale a certe latitudini riuscendo non solo a disperdere quel movimento ma anche a impedire che fosse fatta luce sull’episodio più grave e irrimediabile: l’omicidio di Carlo Giuliani che raccolse un estintore solo dopo aver visto una pistola puntata su di lui da un carabiniere. Tutto ciò al termine di due ore di cariche illegittime da parte di un plotone dell’Arma su cui nessuna inchiesta della magistratura sarebbe stata fatta. Per anni i movimenti e settori dell’estrema sinistra hanno chiesto una vera inchiesta parlamentare ma l’ostinazione di destre, ds e poi Pd è sempre riuscita a respingere la richiesta sempre più debole nel corso degli anni. Finché la crisi e i processi di frammentazione non hanno deteriorato tanto i rapporti di forza quanto la memoria collettiva.

Sulla tortura il governo Renzi ha varato, nel luglio 2017 (con il placet di Amnesty), una norma scandalosa che non risponde affatto alla Convenzione internazionale firmata dall’Italia 30 anni prima. Che la nuova norma sia “inadeguata” e “reticente” lo sostengono anche i settori avanzati della magistratura e dell’associazionismo mentre i protagonisti di Bolzaneto, come i loro colleghi della Diaz, hanno proseguito quasi senza intralci fulgide carriere dentro e fuori le polizie. Così è stato per De Gennaro, potentissimo capo della polizia al tempo del G8, passato al vertice di Finmeccanica dopo aver ristrutturato i servizi segreti italici. Così per Alfonso Sabella, poi scelto da Marino a Roma per la delicatissima transizione dopo Mafia Capitale e celebrato proprio in queste settimane da una fiction in onda sulla tv di stato.

Solo Potere al Popolo (coalizione di cui Sinistra Anticapitalista è tra i propulsori), durante l’ultima campagna elettorale, e un’europarlamentare del Gue, Eleonora Forenza, hanno mostrato segni di interesse per le questioni della repressione, della libertà di movimento e dell’agibilità del conflitto sociale. Per dilatare i profitti di pochi, infatti, il liberismo ha bisogno di dividere e reprimere i molti. Giovani contro vecchi, nativi contro migranti. E, appunto, buoni contro cattivi, com’è stato messo in scena a Genova.

La borghesia ha bisogno di una giustizia che stemperi il conflitto sociale, lo renda simbolico se non superfluo. Ed è per questo che i partiti di gpverno, ma anche i cinque stelle, si rifiutano di scrivere una riforma complessiva della giustizia e del carcere a partire dall’abolizione del Codice Rocco, ereditato dal fascismo. Quindicimila persone sono alle prese con la galera o con provvedimenti amministrativi per reati legati alle lotte per la casa, per il diritto allo studio, contro il fascismo, la guerra, o per difendere l’ambiente o il posto di lavoro.

L’arma più importante a disposizione dei movimenti è la solidarietà: ecco perché sono fortissime le pressioni per limitare il diritto di sciopero. Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa, non ha mai smesso di chiedere l’introduzione di un codice alfanumerico sulle divise degli agenti che operano travisati in ordine pubblico. La parola legalità, in un contesto del genere, non è che la sentinella dei rapporti di forza esistenti. Fogli di via, avvisi orali, sorveglianze speciali servono a inibire i soggetti sociali, a dividerli in buoni che rispettano le leggi e cattivi che vanno isolati.