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Cronache di viaggio 2. Gli invisibili delle stazioni al tempo delle privatizzazioni

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Chiara Carratù*, tra Torino, Fano e viceversa

Sono arrivata a Pesaro nel pomeriggio, un po’ prima delle 17:00 … con un ritardo di 50 minuti!

A Milano centrale c’era il caos e tutti i treni alta velocità in ritardo minimo di 20 minuti. Ricordo che uno dei leitmotiv principali quando fu inaugurato il sistema alta velocità era appunto zero ritardi … sempre puntuali …parti presto e arrivi presto. Col tempo ho capito che la velocità ha un prezzo. E ieri, nella stazione di Milano l’ho visto ancora più chiaramente che altre volte.

Le stazioni ferroviarie, infatti, sono un luogo interessante per osservare le conseguenze e il portato delle grandi privatizzazioni volute fortemente da tutti i governi degli anni scorsi. Il campione però è stato un certo Pierluigi Bersani che oggi con Liberi e Uguali si erge a paladino della sinistra e costruisce una fake-opposizione tutta fumo e niente arrosto. Proprio ieri il leader di Liberi e Uguali, Pietro Grasso, ha dichiarato la propria disponibilità a sostenere un eventuale governo del centro sinistra, nel caso fosse necessario e sempre per un grande senso di responsabilità verso il nostro paese.

Quanti provvedimenti in questi anni di crisi economica e di rigidità sono stati votati per senso di responsabilità! Tanti … troppi, e basta trovarsi in una stazione in un lasso di tempo dato dal ritardo di un treno per averne un assaggio… proprio come è capitato a me ieri.

Le grandi stazioni post privatizzazione sono tutte uguali, tutte made Grandi Stazioni S.p.A., un’azienda creata ad hoc nel 2016 con lo scopo di riqualificare e gestire anche commercialmente, le 14 maggiori stazioni italiane. In pratica un altro di quei conigli tirati fuori dal cappello del capitale per trasferire soldi pubblici ai privati. Così ci ritroviamo stazioni fotocopia, tutte con gli stessi negozi … tutte con gli stessi distributori automatici sui binari. A Milano come a Bologna, a Napoli come a Roma o a Torino attraversiamo spazi con le stesse catene commerciali, gli stessi bar con croissant prodotti in serie, tutti dallo stesso gusto insapore, addirittura le stesse edicole.

L’accesso ai binari nelle Grandi Stazioni è diventato off limits per amici, familiari e accompagnatori di chi viaggia. Con la scusa della sicurezza l’accesso ai treni è possibile solo mostrando il biglietto e enormi varchi, totalmente insicuri nel caso in cui dovesse realmente succedere qualcosa, separano i tanti viaggiatori provvisti di biglietto dal resto del mondo. Subdolamente i varchi entrano anche nelle nostre teste quando accettiamo che anche in luoghi pubblici in realtà ci siano delle aree private per accedere alle quali bisogna avere i titoli. E’ un altro modo per riaffermare che esistono le classi sociali e che in fondo non siamo tutti uguali e nemmeno tanto liberi.

Alle toilettes si può accedere solo pagando e le sale di aspetto non esistono quasi più eccetto quelle esclusive riservate ai viaggiatori di lusso, a chi possiede le giuste carte di accesso.

Così le privatizzazioni sono entrate anche nei nostri bisogni più intimi e necessari mentre le multinazionali del cibo non solo decidono come dobbiamo nutrirci ma ci standardizzano perfino le tazzine di caffè!

Tra la folla di viaggiatori in preda a guardare i tabelloni orari si aggira un esercito di invisibili: tutti quei lavoratori e quelle lavoratrici che nessuno riconosce più ma che realizzano materialmente le condizioni che ci permettono di viaggiare. Li vedi lì che trasportano piccoli container che devono rifornire di cibo chimico e preconfezionato i vagoni bar e ristorante dei treni, che puliscono, che cambiano sacchetti della spazzatura di colore diverso di cestini che dovrebbero essere per la differenziata ma dove nessuno alla fine nessuno cestina i rifiuti secondo le indicazioni. Li vedi nei gazebo dei customer service (si chiamano così quelli che devono dedicare tutte le loro attenzioni alle richieste dei clienti) o ai varchi a controllare codici di accesso. Li vedi mimetizzarsi tra i tavolini di bar e ristoranti impegnati a servire distratti viaggiatori il cui unico orizzonte è il tabellone che segna il ritardo del treno.

Gli invisibili delle stazioni li riconosci perché spesso sono curvi, con addosso il peso della fatica e l’odore dell’indifferenza che li travolge. Indossano tutti casacche di colori diversi con nomi di aziende differenti. Il loro abbigliamento è la visione plastica dello spezzatino di appalti e subappalti che le privatizzazioni hanno reso possibile in questi anni. Tutti uguali nello sfruttamento, nella fatica e nella mancanza di diritti ma divisi in nome del contratto e della famiglia appaltatrice per la quale lavorano. Tra le varie casacche riconosco quelle delle lavoratrici e dei lavoratori della Dussman, assunti dalla multinazionale tedesca per far brillare di pulizia i treni sui quali viaggiamo. Io li ricordo però perché le lavoratrici della Dussman delle Molinette di Torino sono state protagoniste di una lotta: si opponevano alla richiesta del padrone di tagliare le loro poche ore di lavoro e di conseguenza i loro già magri salari. Troppo sole e invisibili perché potessero vincere.

Nel lasso ti tempo che mi separa dal prendere il mio treno veloce ma in ritardo osservo questo brulichio di casacche e penso che a Pesaro e Fano si va non solo per sfidare Minniti ma anche per portare la storia di questi lavoratori e di queste lavoratrici che poi sono una parte di quel popolo a cui Potere al Popolo! vuole dare voce. Io per una sera, avrò il privilegio di essere il loro megafono.

Questo lungo viaggio verso le Marche ha rafforzato ancora di più la mia scelta politica: io sto dalla parte degli invisibili contro le privatizzazioni e contro la precarietà.

*Chiara Carratù, insegnante precaria, dirigente nazionale di Sinistra Anticapitalista è candidata a Torino per Potere al Popolo