In evidenza

Gerusalemme non è capitale d’Israele Basta repressione in Palestina

2017_1-19-palestinians-protest-against-proposed-plans-by-trump-to-remove-the-embassy190117_NE_00-3di Gippò Mukendi Ngandu

Fermiamo la repressione

Gerusalemme non è la capitale dello Stato d’Israele.

Mercoledì 6 dicembre Donald Trump ha riconosciuto ufficialmente Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele. In una trasmissione televisiva ha dato ordini al segretario di Stato di preparare il trasferimento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme dando seguito ad una delle sue promesse elettorali.

Così facendo, nonostante la condanna della maggior parte degli Stati europei e di quelli del mondo arabo, il presidente degli Stati Uniti ha innanzitutto accontentato una parte importante dei suoi sostenitori, in particolare le lobby delle Chiese evangeliche che all’interno del partito repubblicano sono tra le più ferventi sostenitrici dello Stato di Israele e della politica di Netanyahu.

Vi è però forse una ragione più importante all’origine di questa mossa apparentemente azzardata, ossia dimostrare fermamente il proprio sostegno alla politica bellicista e colonialista di uno Stato che è il principale e fedele alleato degli Stati Uniti in un Medio Oriente in cui le tensioni si stanno via via sempre più accentuando. Al tragico conflitto siriano e alla situazione irachena per nulla pacificata nonostante la vittoria militare sull’Isis, occorre aggiungere la crescente tensione tra l’Arabia Saudita e il Qatar; la ripresa del conflitto nello Yemen tra Huti e i seguaci del vecchio presidente Saleh ucciso pochi giorni fa; la crisi politica in Libano a seguito delle dimissioni, poi ritirate, del suo primo ministro Hariri; gli scontri armati tra l’esercito siriano e l’esercito israeliano sull’altopiano del Golan. Infine, ma non per ultimo, crea qualche timore il riavvicinamento in Palestina tra Hamas e l’Olp.

La spregiudicata mossa di Trump non è l’avvio di una svolta diplomatica nei rapporti tra Usa e Israele. Le amministrazioni Usa precedenti, compresa quella Obama, riconoscevano formalmente Gerusalemme come capitale d’Israele, anche se per prudenza avevano sempre deciso di rinviare la decisione di spostare l’ambasciata, pur escludendo ogni futura divisione di sovranità sulla città. Alla fine del suo mandato, l’ex Presidente Usa decise di procedere comunque allo stanziamento in favore di Israele di 38 miliardi di dollari in aiuti militari da spalmare nel prossimo decennio.

Trump, tuttavia, ha voluto imprimere un’accelerazione alla sua linea unilateralista incurante delle considerazioni dei suoi principali alleati che, pur non avendo digerito questa sua decisione, hanno sempre nei fatti considerato Gerusalemme come capitale.

L’Italia, ad esempio, ufficializzando la partenza del Giro d’Italia, una delle corse più popolari nel mondo ciclistico, da Israele e da Gerusalemme, ha accolto la protesta di Israele di rimuovere la dicitura corretta di “Gerusalemme Ovest” dalle sue pubblicazioni.

Su Gerusalemme, infatti, sono state approvate diverse risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (quindi senza il veto da parte degli Stati Uniti). Nel 1968, un anno dopo la conquista della parte orientale della città, dal 1948 al 1967 sotto controllo giordano, la risoluzione 252 esigeva da Israele di “astenersi immediatamente da nuove azioni tese a modificare lo statuto di Gerusalemme”. I dirigenti israeliani, al contrario, la proclamarono subito “capitale sacra e inviolabile” e attribuirono allo Stato ebraico un diritto esclusivo su di essa in ragione dei legami religiosi e storici del popolo ebraico con la città. Nel 1980 una legge approvata dalla Knesset ufficializzò l’annessione di Gerusalemme est a Israele e lo “status” di capitale dell’intera città.

A questo punto fu approvata una nuova risoluzione, la 476, che riteneva questa decisione “una violazione del diritto internazionale” e “chiedeva agli Stati che avevano stabilito missioni diplomatiche a Gerusalemme di ritirarle”.

Negli anni successivi tutti i governi israeliani hanno ribadito che ogni accordo con i palestinesi e i paesi arabi avrebbe in ogni caso previsto Gerusalemme unita sotto il controllo dello Stato d’Israele.

Nel frattempo, nel corso degli anni, il volto della città delle pietre bianche è stato trasformato violentemente dallo Stato israeliano attraverso l’insediamento di nuove colonie che hanno spezzato il territorio sul quale si estendeva la zona araba.

Le politiche urbanistiche israeliane puntano a rendere la città sempre più ebraica. Israele ha proceduto così all’annessione di 70 km² di territorio in Cisgiordania, compreso quello di Gerusalemme est; ha ridefinito lo status dei palestinesi come “residenti permanenti” e la possibilità di revocarne i documenti di residenza; ha concesso ai palestinesi di costruire solo su una porzione di territorio di Gerusalemme est pari al 13%, mentre il 35% è stato confiscato per gli insediamenti coloniali israeliani; con la demolizione delle abitazioni palestinesi; con l’espansione degli insediamenti israeliani (cfr. Chiara Cruciani – Michele Giorgio, Cinquant’anni dopo, 1967 -2017. I territori palestinesi occuparti e il fallimento della soluzione dei due Stati, ed. Alegre).

Oggi ci sono più di 200 mila coloni, mentre 80 mila palestinesi su 300 mila vivono in appartamenti che Israele considera “illegali” e da demolire.

Tutto ciò è stato fatto in violazione delle risoluzioni dell’Onu a cui però non è mai seguita nessuna forma di sanzione, neanche da quelle potenze europee che per il momento si dimostrano ostili verso la provocatoria decisione di Trump.

La giusta indignazione del popolo palestinese non si è fatta mancare. Hamas ha chiamato la popolazione ad una nuova Intifada. In Palestina si sono svolte diverse manifestazioni e giovedì 8 è stato lanciato in Cisgiordania e a Gerusalemme est uno sciopero generale.

La brutale repressione israeliana, volta ad impedire ai palestinesi di manifestare la propria indignazione contro questa nuova spoliazione, non si è fatta attendere. Ad oggi sono 4 le vittime tra i palestinesi nel corso delle manifestazioni che si sono svolte in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Secondo la Croce Rossa palestinese i feriti sarebbero più di 200.

Il popolo palestinese nel frattempo è sempre più solo e debole. Il rifiuto di Abu Mazen di incontrare il vicepresidente Mike Pence va incontro alla mobilitazione popolare, ma difficilmente cancellerà le critiche crescenti nei confronti della direzione dell’Autorità palestinese che negli ultimi anni ha sacrificato la battaglia per i diritti del suo popolo in nome della sua sopravvivenza come apparato di Stato. Nonostante il processo di riconciliazione con Hamas, sono in molti a temere un nuovo voltafaccia di Mazen.

In queste ore, però, occorre la massima solidarietà. La repressione deve cessare. Gerusalemme non è la capitale dello Stato d’Israele!