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Per un programma di emergenza sociale per le elezioni politiche, per una lista antiliberista e anticapitalista

di Francesco Locantore e Antonello Zecca

L’assemblea del 18 novembre scorso al Teatro Italia ha lanciato una sfida per la costruzione di una partecipazione alle prossime elezioni politiche italiane autenticamente di sinistra e radicalmente antiliberista, incompatibile con le politiche perseguite per decenni dai diversi governi che si sono alternati alla guida del Paese sotto l’egida dell’Unione Europea e dei suoi trattati antisociali.

Si è aperto dunque uno spazio politico largo, che ha la possibilità di essere praticato anche sul piano elettorale da una lista espressione degli interessi e dei bisogni della maggioranza sociale, martoriata dagli incessanti attacchi di una classe capitalista mai sazia e mai soddisfatta dei danni inflitti alle classi lavoratrici e alla loro capacità di organizzazione per la difesa dei loro interessi elementari.

È una sfida che Sinistra Anticapitalista, pure da tempo convinta della necessità che, anche nel passaggio elettorale, fosse presente una voce non omologabile alla politica “ufficiale” in grado di fungere da megafono a istanze sociali non rappresentate da alcuna delle formazioni politiche parlamentari, ha deciso di raccogliere e rilanciare. Pur essendo consapevoli che una campagna elettorale non è un fine in sé, né l’attività principale per la sinistra di classe, riteniamo tuttavia che sia uno strumento utile alla diffusione di idee alternative all’ordine esistente, alla costruzione di relazioni, al rapporto con le classi sfruttate e oppresse e con i loro bisogni e le loro necessità, soprattutto se si è in grado di mettere in campo una massa critica sufficiente affinché la possibilità di far emergere contenuti realmente alternativi e in sintonia con le aspirazioni di ampi strati della popolazione sia effettiva.

Per questo pensiamo sia assolutamente importante riuscire a mettere in campo una lista alternativa che abbia non solo una composizione politica coerente senza partiti o soggetti che hanno gestito l’austerità (e qui l’assemblea del Teatro Italia ha dato ampie rassicurazioni), ma anche un programma antiliberista e anticapitalista corrispondente alla gravità della situazione esistente.

Da questo punto di vista siamo consapevoli che i contenuti emersi nell’assemblea vanno in quella direzione, ma anche che ci sia bisogno di ulteriori passaggi e di ulteriore lavoro affinché si affermi una lista con un programma di semplice e immediata comprensione ma chiaramente definito nella sua logica, nell’individuazione del nemico e nelle proposte per un’inversione di rotta a 360 gradi.

Questo contributo vuole esprimere il quadro generale delle concezioni in base alle quali fare le nostre proposte per la costruzione del programma di questa tornata elettorale.

I nostri nemici: il capitalismo, la burocrazia, il patriarcato e il fascismo

La crisi capitalistica cominciata in Europa nel 2008 ha prodotto conseguenze sociali drammatiche per milioni di persone, in termini di disoccupazione e povertà di massa. Se oggi si vedono deboli segnali di ripresa della produzione, questi sono stati raggiunti con lo smantellamento ulteriore dei diritti sociali, con la compressione dei salari e l’aumento dello sfruttamento, con il rinnovamento del meccanismo perverso del debito a tutto vantaggio dei creditori, mettendo sotto scacco la possibilità di attuare politiche di redistribuzione dei redditi e di intervento pubblico nell’economia. L’esperienza della Grecia ci deve essere di insegnamento: un governo eletto su un programma di sinistra radicale, con un forte consenso popolare fino al referendum del luglio 2015 contro l’applicazione di un terzo memorandum, si è trovato di fronte al bivio se rompere con le compatibilità finanziarie o accettare un programma di misure antipopolari ancora più radicali di quelle dei governi socialdemocratici e della destra. Tsipras e la sua leadership hanno scelto questa seconda strada, pur di mantenere la solvibilità dello Stato greco. Noi dobbiamo dire da subito che non ci piegheremo al ricatto del debito e degli accordi capestro dell’Unione Europea. Siamo per la rottura e il non pagamento del debito, in quanto è necessaria per mettere in atto un programma di misure di emergenza sociale. Siamo per la nazionalizzazione degli istituti bancari sotto il controllo democratico e per il credito pubblico a vantaggio dell’intervento dello Stato nell’economia, per far riprendere l’occupazione e per un piano di investimenti nei servizi sociali e per il risanamento dell’ambiente e del territorio.

Le politiche di austerità in Europa sono attuate grazie ad una burocrazia capitalista che ha sempre meno legittimazione democratica ad operare. Istituzioni non elettive come la Bce e la Commissione europea hanno il potere di decidere delle condizioni di vita di milioni di cittadini. Anche a livello nazionale il Parlamento ha un ruolo subalterno rispetto al governo, che impone la fiducia ogni qualvolta il dibattito potrebbe mettere a rischio i provvedimenti centrali per gli interessi delle classi dominanti. Noi non voteremo la fiducia a governi che si propongono di fare gli interessi di pochi borghesi, siano essi di centrodestra o di centrosinistra. La sinistra storica in Italia, gli eredi del Pci oggi nel Partito Democratico e nelle forze ad esso alleate, hanno avuto un ruolo di primaria importanza nel far digerire le politiche di austerità alle classi popolari, alle lavoratrici ed ai lavoratori, potendo contare anche su una burocrazia sindacale, che tutt’ora domina le grandi confederazioni: Cgil, Cisl e Uil, che si sono ben guardate dal fare ostruzionismo rispetto ai principali provvedimenti messi in atto da governi sostenuti dal PD: il Jobs Act, la riforma Fornero delle pensioni, la Buona scuola, i decreti Minniti-Orlando – di cui chiediamo l’immediata abrogazione – non sarebbero passati senza mobilitazioni significativi (con la parziale eccezione della scuola, su cui la mobilitazione è stata promossa dai soli sindacati di categoria senza un significativo sostegno delle confederazioni) se a proporli fosse stato un governo di centrodestra. Noi non deleghiamo la mobilitazione alle burocrazie sindacali, siamo per l’autorganizzazione delle lotte e per una vera democrazia sindacale sui luoghi di lavoro. Un programma di governo antiliberista e anticapitalista può essere attuato solo con la ripresa del protagonismo diretto delle lavoratrici e dei lavoratori, con una organizzazione di tipo consiliare delle lotte ed una loro gestione democratica e partecipata.

Il disastro sociale delle politiche neoliberiste si legge anche nella ripresa di vecchie ideologie e pratiche identitarie, fondamentaliste e fasciste. Le sorelle e i fratelli migranti vengono additati come nemici dei ceti popolari, a cui sottrarrebbero lavoro e diritti, nascondendo così i veri responsabili del disastro e dividendo i ceti popolari. Noi vogliamo ricostruire una solidarietà tra le/gli sfruttate/i, chiediamo diritti sociali e politici per tutti, siamo per l’accoglienza e la cittadinanza ai migranti, molti dei quali e delle quali già vivono e lavorano stabilmente in Italia: gestione interamente pubblica dei CAS in vista di una loro progressiva abolizione, Ius Soli, apertura di corridoi umanitari gestiti e supervisionati dallo Stato, rottura di ogni accordo con la Libia e con i paesi-lager, abolizione anche della Bossi-Fini e della Turco-Napolitano. Sono solo alcuni degli aspetti fondamentali della lotta con i/le migranti nella costruzione di un fronte unito di classe. Il fondamentalismo cattolico (di cui dovremo preoccuparci in primis, visto che è la religione più diffusa sul nostro territorio e che la Chiesa Cattolica detiene un potere economico e politico non paragonabile con quello di altre confessioni) e di qualsiasi matrice religiosa vorrebbe far tornare indietro la società, attaccando i diritti conquistati dalle donne e dai soggetti LGBT. Le ideologie fondamentaliste fanno il paio con il supersfruttamento delle donne sui luoghi di lavoro (è dimostrato che percepiscono un salario inferiore agli uomini a parità di lavoro) e alle politiche dei governi che sottraggono fondi ai centri antiviolenza e che non ostacolano la diffusione una cultura di genere nelle scuole. Noi siamo per l’implementazione di un piano antiviolenza che i movimenti femministi stanno elaborando nelle mobilitazioni di questi ultimi anni, per la parità dei diritti delle persone lesbiche, gay, bisex e transessuali, in tutti gli ambiti, da quello familiare a quello lavorativo. Infine in questo clima di barbarie culturale assistiamo alla rinascita di ideologie e organizzazioni fasciste, che portano la violenza sui territori, che insultano e umiliano i più deboli, con il rischio che riescano ad approfittare della crisi delle istituzioni democratiche già debilitate dalla mondializzazione capitalista. Chiediamo che vengano messe al bando le organizzazioni fasciste, e che vengano requisiti i loro patrimoni e riutilizzati per finalità sociali, proprio come si fa per le mafie.

I soggetti del cambiamento: la classe lavoratrice e il blocco sociale delle/gli sfruttate/i e delle/gli oppresse/i

Un programma elettorale che voglia restituire la speranza del cambiamento alle masse sfruttate e oppresse deve mettere al centro l’obiettivo di un nuovo protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori e la costruzione di un blocco sociale per un’alternativa complessiva al capitalismo neoliberista. E’ necessario parlare ai bisogni di questi soggetti in questa fase storica, individuando obiettivi dirompenti rispetto alle compatibilità di sistema. La prima questione da mettere al centro del programma è la riduzione del tempo di lavoro senza riduzione di salario. Per tempo di lavoro intendiamo sia l’orario di lavoro, che deve essere fissato per legge a 30 ore settimanali, fermo restando le retribuzioni contrattualmente previste, sia il tempo di maturaione del diritto alla pensione. Chiediamo di ripristinare le pensioni di vecchiaia a 60 anni e le pensioni di anzianità dopo 35 anni di lavoro. Questi provvedimenti consentirebbero di redistribuire gli aumenti di produttività del lavoro che si sono ottenuti grazie alle innovazioni tecnologiche a vantaggio della classe lavoratrice, e consentirebbe di praticare l’obiettivo della piena occupazione, garantendo a tutte e tutti il diritto al lavoro, dentro il quadro di una rottura con le compatibilità capitalistiche. Lo Stato deve farsi “datore di lavoro di prima istanza”, assumendo le persone disoccupate ed impiegandole nei lavori di cura e nei servizi sociali, rilanciando anziché tagliare la sanità pubblica gratuita per tutte/i, i trasporti pubblici, la scuola pubblica gratuita e di qualità dall’infanzia fino alle università. Bisogna inoltre restituire dignità alle retribuzioni, con l’istituzione di un salario minimo legale di 1500 euro mensili, ripristinando un meccanismo di adeguamento automatico dei salari all’inflazione. Va inoltre previsto un salario sociale pari all’80% del salario minimo per i disoccupati, gli studenti, le pensioni sociali.

La lotta di classe su questi obiettivi non negoziabili andrebbe condotta in solidarietà con le classi lavoratrici e le organizzazioni della sinistra di classe/antiliberista/anticapitalista degli altri paesi europei, senza l’apporto delle quali non sarebbe possibile immaginare una uscita da sinistra dal neoliberismo e dall’austerità. Gli attacchi padronali vengono infatti condotti da tempo su questa scala ed oggi in mancanza di una solidarietà tra lavoratrici e lavoratori europei sono le destre che rischiano di approfittare della crisi di legittimità democratica dei governi europei e delle istituzioni internazionali. Ciò non vuol dire che un movimento di massa in un particolare Paese, in grado di avere rapporti di forza adeguati e porre la possibilità di uno sbocco politico anticapitalista, non possa trovarsi nelle condizioni di dover operare una rottura con le istituzioni dell’Unione Europea e dello stesso Euro per rompere con il neoliberismo e con il capitalismo, ma pensiamo che questo non sia il punto di partenza, bensì la risultante di una lotta di grande ampiezza, estensione e durata.

E’ imprescindibile coinvolgere le studentesse e gli studenti in un programma antiliberista e anticapitalista. Oggi le istituzioni educative subiscono una pressione verso la professionalizzazione dei percorsi di studio, obbligando gli studenti fin dall’età dell’obbligo scolastico a percorsi di alternanza scuola-lavoro, per abituarli presto allo sfruttamento e alla disciplina aziendale, costringendo gli studenti al lavoro gratuito obbligatorio anche nei periodi di vacanza, adattando i programmi e i metodi di studio a quelli della formazione professionale, non solo negli istituti tecnici e professionali ma sempre più anche nei licei e nelle università. L’ideologia dell’autonomia scolastica è in realtà stata utilizzata per colpire le forme di autogoverno che si erano andate sviluppando nelle scuole in funzione di un controllo centrale sui contenuti e sulle metodologie dell’insegnamento (si pensi alla vicenda della valutazione dei risultati dell’insegnamento attraverso test standardizzati sulle “competenze di base”, i cd. test INVALSI), per dividere gli istituti pubblici tra quelli di serie A destinati ai giovani di elevata estrazione sociale e quelli di serie B per la maggior parte della popolazione, per far entrare le imprese private nella gestione delle scuole e delle università. Vogliamo una riforma del sistema di istruzione a partire dal rilancio dell’autogoverno delle istituzioni educative, del controllo democratico e della partecipazione delle studentesse e degli studenti nelle decisioni che li riguardano.

La società che vogliamo costruire: l’ecosocialismo

Una parola forse dal sapore esotico, ma che racchiude un intero progetto di società. Il capitalismo non si “limita” a sfruttare lavoratori e lavoratrici, ma, per mezzo della separazione dei produttori diretti dalle condizioni generali della produzione, crea un fossato sempre più ampio in quello che Marx chiamava “scambio di materia tra essere umano e natura”. La rottura di questo metabolismo, oltre che di quello sociale, è la causa fondamentale del carattere distruttivo del capitalismo, e la ragione per la quale cambiamenti cosmetici sono ampiamente insufficienti e non possono risolvere gli enormi problemi a cui l’umanità e la natura intera devono far fronte.

È per questo che non c’è “economia verde” che tenga se non si attacca la logica del profitto, ed è per questo che il caos della produzione capitalistica deve essere sostituito da una pianificazione democratica su scala nazionale e internazionale che renda possibile ristabilire le condizioni di uno sviluppo non distruttivo delle relazioni tra essere umano e il resto della natura nel suo complesso, di cui il primo è parte integrante.

Un programma che voglia davvero fare i conti radicalmente con la necessità di invertire la rotta, non può che partire da tutto ciò che si oppone frontalmente all’appropriazione privatistica delle risorse sociali e naturali, non ultima il lavoro. La lotta a tutte le privatizzazioni è centrale, perché esprime il rifiuto che beni e servizi sociali e comuni siano fonte di profitto per grandi multinazionali sempre più assetate e in cerca di valorizzazione. Acqua, trasporti, smaltimento dei rifiuti, patrimonio immobiliare, produzione e distribuzione di energia, sanità ecc… possono e devono essere gestiti e controllati da lavoratori e lavoratrici, e dall’utenza. La lotta alle privatizzazioni esprime organicamente il rifiuto di questa società: tiene insieme la lotta per la dignità e la libertà di lavoratori e lavoratrici, la lotta contro la debitocrazia, che strangola territori e interi Paesi, la lotta per l’autodeterminazione della donna, costretta sempre più a sobbarcarsi essenziali lavori di cura che lo Stato non garantisce più, la lotta conto la devastazione ambientale.

Per essere davvero efficace, questo “paradigma” della lotta al capitalismo contemporaneo deve essere agito insieme dall’ “alto” e dal “basso”, sul piano nazionale e internazionale, agendo su governi e sulla stessa Unione Europea, ma anche sul piano territoriale, spesso trascurato dalla sinistra di classe ma che può invece produrre interessanti elementi di resistenza e accumulazione di forze. Ormai le città metropolitane, con le loro immense periferie, sono un serbatoio di contraddizioni e potenzialità di conflitto inaggirabile.

Questi elementi, pur non esaustivi e pur avendo necessità di essere espressi in termini chiari, sintetici e comprensibili per diventare vere e proprie “bandiere piantate nella testa della gente”, contribuiscono a esprimere le aspirazioni di larghe masse e a delineare i contorni della società che vogliamo costruire: libera dallo sfruttamento, dall’oppressione, dalla devastazione ambientale, una società in cui la vita potrà essere degna davvero per tutte e tutti.