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Catalogna, un processo costituente fuori da tutti gli schemi

di Antonello Zecca

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Barcelona 03-10-2017 – Huelga general y concentracion en plaza Universitat con vistas a ronda Universitat Foto Carlos Montanes

Il movimento di massa è ancora nelle strade e la polarizzazione politica tra la Catalogna e il resto della Spagna è ai massimi, ma comincia ad esserlo anche all’interno del Paese: diversamente da quanto sostengono i male informati, la dinamica del movimento di massa oggi sta spostando l’egemonia dai contenuti del nazionalismo catalano tout court alla disputa della legittimità democratica contro la legalità della Costituzione spagnola del ’78, e alla ricerca di uno sbocco repubblicano in grado di mettere in discussione l’assetto austeritario dello Stato spagnolo.

I resoconti degli osservatori e delle osservatrici in loco lo dimostrano ampiamente: democrazia e lotta all’austerità sono i pilastri di un nuovo senso comune che si sta sedimentando nelle strade e nelle piazze della Catalogna, il cui consolidamento è accelerato dalla tumultuosità degli eventi. Non una Repubblica per catalani purosangue doc, dunque, fondata sull’esclusione sociale e sull’apartheid etnico come le pantomime leghiste, ma una Repubblica di tutte e tutti gli abitanti della Catalogna. Tra l’altro, la libera scelta sulla possibilità di separazione è condizione di un’unione veramente solida con altre nazionalità dello Stato spagnolo in uno Stato federale, perchè basata su pieni eguali diritti.

Questa “rivoluzione democratica” non è la tappa statica di uno schema gradualista, ma il passaggio di un processo di radicalizzazione in cui grandi masse di persone, attraverso l’esperienza diretta, stanno maturando una visione complessiva della politica e della società che mette in discussione l’assetto esistente. In quale direzione? Nessuno può dirlo in anticipo.

Che questo processo vada in direzione dell’emancipazione sociale dipenderà principalmente da due fattori: il protagonismo della classe lavoratrice organizzata e una leadership politica risolutamente anticapitalista. Nel momento presente, è necessario che lo spazio aperto dall’attuale congiuntura non si richiuda con la vittoria dello Stato spagnolo, esito disastroso per qualunque ipotesi di cambiamento significativo. Tre condizioni sono a questo necessarie: 1) che all’interno dello Stato Spagnolo si produca un movimento di solidarietà attiva che sostenga pienamente i diritti democratici del popolo catalano e contrasti nettamente le politiche di austerità del governo Rajoy, allacciandosi così materialmente al ritmo e al contenuto del movimento in Catalogna e producendo così un’unità su base sociale 2) che dentro la Catalogna ci sia un fronte unico delle organizzazioni di sinistra che sostengono il diritto democratico all’autodeterminazione e rifiutano la repressione del governo spagnolo, e in cui diverse posizioni possano liberamente esprimersi 3) che la divisione in seno alle classi dominanti e ai loro rappresentanti politici si approfondisca

Che la posta in gioco sia altissima, è indicato dal fatto che quest’ultimo ha inviato truppe dell’esercito in Catalogna a fornire assistenza alla Guardia Civil già di stazione in loco.

Nel frattempo ha sospeso una sessione del parlamento catalano programmata per il prossimo lunedì, per impedire un’eventuale dichiarazione di indipendenza.

Quotidiani e giornali borghesi spagnoli rimproverano aspramente il Primo Minstro spagnolo per una gestione maldestra della crisi e, dato ancor più interessante, sono preoccupati del fatto che il Presidente della Generalitat catalana abbia perso il controllo della situazione. Addirittura il Confidencial apre un editoriale il cui titolo recita: “il governo Puidgemont ha perso il controllo della Catalogna: è rivoluzione”.

Ulteriore segnale di quello che la borghesia catalana, avversaria risoluta del referendum e dell’indipendenza, teme davvero in questa situazione: l’autoattività delle masse, e la forza e l’entusiasmo che ne derivano, vero presupposto di ogni possibile sviluppo alternativo all’ordine dominante. Ma la dinamica attuale è anche dimostrazione che, in determinate circostanze, il corso degli eventi può eccedere le capacità di contenimento, di controllo e di indirizzo delle classi dominanti e delle loro espressioni politiche, e che, sia detto di sfuggita, il complottismo è una ben misera superstizione a confronto della forza collettiva espressa “dal basso” dai movimenti di massa autentici.

Ma c’è un altro aspetto che non è possibile ignorare. La crisi catalana esprime la crisi del processo di integrazione europeo. Diversamente da chi vorrebbe far credere che qui si tratti di una rivolta nazionalista egemonizzata dalla borghesia locale, l’irruzione di questo movimento di massa è invece equiparabile in senso storico alla situazione greca di un biennio or sono, in cui l’ “anello debole della catena” fu in quel momento il paese ellenico e in cui tutte le contraddizioni del processo di formazione delo proto-Stato europeo si manifestarono con particolare virulenza.

Non può essere un caso che l’Unione Europea si sia espressa in una sostanziale condanna del referendum catalano e in un appoggio alle azioni repressive del governo Rajoy, appena mitigate da un’ipocrita presa di posizione contro i suoi “eccessi”. Altro che paura di un rafforzamento dei populismi secessionisti di destra nel continente europeo! La paura vera è che questa crisi metta in evidenza e renda visibili le fondamenta autentiche su cui quel progetto è stato fondato e si è sviluppato: autoritarismo, assenza di democrazia, distruzione dei diritti sociali e del welfare, feroce attacco alle organizzazioni dei lavoratori e delle lavoratrici, drastica riduzione dei salari, peggioramento della qualità della vita e distruzione ambientale, subordinazione agli interessi del grande Capitale industriale e finanziario. Con la complicità essenziale dei socialisti europei. Non è un caso che tra i maggiori sponsor delle azioni di Rajoy nello Stato Spagnolo, compreso l’invio della Guardia Civil in terra catalana, ci sia quel PSOE la cui famiglia ha rappresentato politicamente uno dei due pilastri su cui si è costruita finora l’Unione Europea. E’ proprio quel PSOE con cui il gruppo dirigente maggioritario di Podemos pensa di poter costruire un’alleanza in chiave anti-PP e a cui, illusoriamente, la sindaca di Barcellona Ada Colau si appella per fermare la deriva repressiva e per indire il cosiddetto “referendum pactado”, cioè un referendum che nasca da un accordo tra le autorità catalane e quelle spagnole.

Una posizione totalmente illusoria, che avrebbe come unico effetto quello di consegnare il movimento catalano alla sconfitta e regalare al governo spagnolo una vittoria che chiuderebbe i conti a favore dell’austerità e lo statu quo capitalista per lungo tempo, con un effetto simile alla sconfitta greca.

Oggi, nella contingenza specifica, l’indipendenza della Catalogna è la forma politica concreta in cui è possibile ipotizzare un contenuto sociale di rottura con l’Europa del Capitale, che avrebbe effetti ben oltre Barcellona, mandando un’onda d’urto in tutta l’UE.

Le classi dominanti di tutti i paesi lo hanno ben chiaro, e infatti è cominciato il consueto terrorismo mediatico sulle sette piaghe d’Egitto che colpirebbero la Catalogna in caso di separazione.

Noi ce lo abbiamo altrettanto chiaro?