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Catalogna, dalla parte dei popoli oppressi, contro l’eredità del franchismo

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di Checchino Antonini

“Arrestando i membri della Generalitat, il governo del Partito popolare continua la sua deriva autoritaria e repressiva che, in pratica, vuol dire l’instaurazione di uno stato di eccezione strisciante, non dichiarato, ma concreto, in Catalogna“, scrive Anticapitalistas, l’organizzazione dello Stato Spagnolo a cui ci sentiamo più vicini e alla quale ci associamo nella denuncia della repressione messa in atto ieri con l’ondata di arresti di 14 funzionari tra le figure istituzionali ritenute responsabili della macchina referendaria (fra cui il braccio destro del vicepresidente Oriol Junqueras, ndr), poi le perquisizioni e il sequestro di materiali necessari alla consultazione referendaria. Una restrizione delle libertà che in pratica si estende al resto dello Stato spagnolo e si approfondirà se rimaniamo impassibili, se non saremo capaci di quell’onda di solidarietà internazionalista necessaria. Secondo i nostri compagni spagnoli: «La risposta deve essere chiara e senza esitazione: bisogna chiamare a votare il 1° ottobre e quindi disobbedire al regime del 1978 (sorto all’indomani della morte di Franco, con una transizione alla democrazia pilotata dal regime, ndr), che dimostra la sua vera natura. Un regime che ha chiuso tutte le possibilità della sua auto-riforma e che si oppone al diritto all’autodeterminazione. Il primo ottobre dobbiamo votare e disobbedire per allargare una violazione che ci permetterà di aprire nuovi processi costituenti”.

Sinistra anticapitalista ritiene intollerabile che sia negata l’espressione dell’autoderminazione dei popoli e che uno stato europeo faccia prigionieri politici. Per questo, in solidarietà con i lavoratori e le lavoratrici della Catalogna, partecipa a tutte le mobilitazioni di solidarietà che si stanno producendo in Italia di fronte alle sedi diplomatiche dello Stato spagnolo. 

Dopo una notte di tensione nel centro di Barcellona, il sindacato degli scaricatori del porto ha reso noto che boicotterà le navi noleggiate dal governo spagnolo per alloggiare i rinforzi di Guardia Civil e polizia nazionale inviati in Catalogna. Due navi da crociera a Barcellona e Tarragona ospiteranno gli agenti spagnoli. Il porto di Palamos, nel nord della Catalogna, ha negato l’autorizzazione di attracco a una delle tre navi, che è stata dirottata su Barcellona. Anche gli scaricatori di Tarragona hanno annunciato che non porteranno rifornimenti alla nave della polizia spagnola.

Dopo le manifestazioni in almeno cinquanta città spagnole, gli agenti della polizia spagnola sono rimasti ‘assediati’ dai manifestanti a Barcellona fino alle 3 del mattino nella sede del ministero dell’Economia catalano in Rambla de Catalunya. Gli agenti hanno potuto lasciare il palazzo solo a quell’ora dopo l’intervento della polizia catalana dei Mossos d’Esquadra. In serata 40mila persone erano riunite davanti al Palazzo, fra grida di «Libertà», «Voteremo», «via le forze di occupazione».

L’Assemblea Nazionale Catalana, la principale organizzazione della società civile indipendentista, ha convocato una concentrazione permanente a partire da oggi a mezzogiorno davanti al palazzo di Giustizia, dove si trovano tuttora 10 dei 14 arrestati di ieri. Quattro sono stati rimessi in libertà. Il presidente catalano Carles Puigdemont ha accusato la Spagna di avere «violato lo stato di diritto e attuato uno stato di eccezione» e ha confermato la convocazione del referendum del primo ottobre, nonostante la dura offensiva di Madrid. Puigdemont ha chiamato il paese alla resistenza pacifica, «la sola arma che abbiamo». Il premier spagnolo Mariano Rajoy ha chiesto al presidente catalano di rinunciare al referendum, che ha definito una «chimera», per «evitare mali maggiori». Nelle oltre 40 perquisizioni attuate ieri, la polizia spagnola ha fra l’altro sequestrato 10 milioni di schede per il referendum e molto materiale elettorale. In precedenza la Guardia Civil aveva sequestrato migliaia di convocazioni destinate alle 45mila persone designate per costituire i seggi.

«L’aria che si respira è di rottura totale», scrive un attore catalano, Marc Almodóvar su El Salto, un giornale vicino alla sinistra di Podemos. «Quando parlo di rottura, intendo per esempio il modo in cui la Guardia Civile è stata accolta. Le auto della polizia militare sono state verniciate irrimediabilmente, piene di adesivi e ornate di bandiere… Se uno si aspetta una rivoluzione pura, naturalmente non lo è. Ma il martello dello Stato spagnolo sembra aver appena risvegliato la gente addormentata».

«Era l’unica risposta possibile», ha spiegato in parlamento il premier spagnolo, Mariano Rajoy del PP, che ha dichiarato il referendum «illegale» e promesso di impedirlo, perché davanti alla sfida dell’indipendenza catalana «lo Stato deve reagire». «Tolga le sue sporche mani dalla Catalogna», gli ha gridato in aula un furibondo leader della sinistra repubblicana catalana, Erc, Gabriel Rufian. Durissima, già da ieri, la reazione di Puigdemont, capo del govern catalano al blitz, ha denunciato «l’atteggiamento totalitario» dello Stato spagnolo: «Ha superato la linea rossa, la libertà è sospesa, situazione inaccettabile in democrazia». Puigdemont ha annunciato che il referendum rimane convocato «in difesa della democrazia di fronte a un regime repressivo e intimidatorio».