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La tortura della legge

La lotta alla repressione, la libertà di movimento e l’amnistia sociale devono entrare nel dibattito programmatico della sinistra d’alternativa

di Checchino Antonini

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In Italia, la tortura è legge. La nuova fattispecie non riconosce il reato di tortura come reato tipico del pubblico ufficiale in barba alla Convenzione firmata dall’Italia nel 1989. Inoltre la previsione della pluralità delle condotte violente, il riferimento alla verificabilità del trauma psichico e i tempi di prescrizione ordinari annacquano un testo quasi a consigliare, agli addetti ai lavori, le condizioni per abusare piuttosto che per rispettare i diritti delle persone in custodia dello Stato. Più di mille editoriali vale il commento di uno come Gasparri, postfascista impiantato in Forza Italia: «Chi canta vittoria ha in realtà fatto un buco nell’acqua. Mentre chi a sinistra dice che la legge non serve a nulla ha ragione. Il testo così com’è è carta straccia».

Basta qualche accorgimento, infatti, e anche l’ultimo tra i piantoni in divisa potrà abusare su un individuo in sua custodia senza incappare nelle nuove norme sfornate ieri dal parlamento (illegittimo, visto che è stato eletto con una legge incostituzionale) di questo Paese, dopo un iter che ha avuto cura di ascoltare con attenzione le raccomandazioni delle lobby di polizia e militari e non ha degnato di uno sguardo il tessuto associativo che si batte per la difesa dei diritti umani. Che sia un pessimo testo lo spiegano sia le associazioni per i diritti umani che la Corte di Strasburgo, sia i pm della Diaz e di Bolzaneto che le vittime dei casi più eclatanti di tortura.

A un certo punto era sembrato che si sarebbe potuta chiamare legge Cucchi, proprio in memoria di Stefano, torturato e ucciso da un mix incredibilmente violento di malapolizia, malasanità e proibizionismo. Sua sorella Ilaria ha raccolto centinaia di migliaia di firme in calce a una petizione on line. Oppure avrebbe potuto chiamarsi legge Manconi dal nome del primo firmatario, il senatore Pd, che dopo gli ultimi stravolgimenti ha pensato bene di non far restare il proprio nome appiccicato a una legge che, più che perseguire la tortura, sembra legalizzarla come, anche dal nostro giornale, ha provato ad avvertire Enrico Zucca, sostituto procuratore generale a Genova e, a suo tempo, pm nel processo Diaz. Iniziando la sua lunga requisitoria, Zucca ebbe a dire che processare un uomo in divisa è difficile come processare uno stupratore o un capo mafia. Perché la tendenza a criminalizzare le vittime – tipica di un caso di stupro – si fonde con la tendenza a chiamare spirito di corpo quel tipo di omertà a cui abbiamo assistito, allibiti, in casi come quelli scaturiti dalla montagna di reati violenti commessi da centinaia di servitori dello Stato a Genova nel 2001, in Val di Susa in questi cinque anni di occupazione militare e in decine di altri luoghi.

Una pessima legge sulla tortura si aggiunge ai decreti Minniti-Orlando approvati da poche settimane per criminalizzare stili di vita, comportamenti conflittuali e corpi migranti. Si allarga così l’area della discrezionalità delle forze dell’ordine e si dilata il discorso pubblico sulla sicurezza, riversandolo deformato su un tessuto sociale sbriciolato, per coprire un’insicurezza determinata dalle dinamiche, a loro volta violentissime, della governance liberista. La repressione, e la connessa impunità delle forze dell’ordine, è funzionale alla gestione degli effetti della crisi che continueranno ad acutizzarsi. Per questo il tour de force del governo Gentiloni e del Pd di Renzi e Orlando a prevenire un’indignazione collettiva, organizzata, consapevole, dal basso. Nessuno stupore che una torsione del genere – come ogni altra controriforma – venga impressa dal Partito Democratico, braccio armato del neoliberismo in Italia. Quello che è mancato, anche questa volta, è stato un movimento di massa capace di costruire egemonia e conflitto per contrastare l’ulteriore passaggio verso uno stato di polizia.

Una legge contro la tortura, l’abolizione dei decreti Minniti-Orlando, del Codice Rocco e della legge Reale, l’istituzione di un codice alfanumerico per l’identificazione di chi operi travisato in servizi di ordine pubblico e l’amnistia sociale per i reati connessi alle lotte sociali devono essere voci di un programma elettorale che voglia parlare davvero dei bisogni delle classi subalterne e rilanciare le ragioni dell’emancipazione di tutte e tutti, lavoratrici e lavoratori.