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Torino, lotte e disillusione nella difficoltà della situazione

Cgil, Cisl e Uil affrontano separatamente le singole vertenze e immediatamente finiscono per far proprie al tavolo di trattativa le esigenze di competitività avanzate da parte dell’impresa

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da Torino, Adriano Alessandria

«O la metà di voi si rassegna a essere licenziata, oppure accettate il dimezzamento della retribuzione». E’ quanto si sono sentite dire le operaie che a Settimo Torinese lavorano per la ditta di moda Armani. A Pinerolo, la società interessata a rilevare dal fallimento la Pmt –azienda meccanica- pone come condizione la riduzione degli organici e lo smagrimento dei salari. Aziende multinazionali come la Dussmann acquisiscono appalti per servizi in scuole e ospedali al maggior ribasso, per rivalersi poi sui lavoratori: riduzione delle ore retribuite (spesso si tratta già di part-time) o della retribuzione.

Per quanto parziale è uno spaccato di molte vertenze in cui disperatamente i lavoratori interessati lottano per limitare i danni. Alla Savio in Val Susa, invece, non è concessa alternativa ai licenziamenti, conseguenza del trasferimento in Europa orientale di una parte della lavorazione.

Tante vertenze in un territorio, se tenute assieme e guidate dalla determinazione dei sindacati a difendere occupazione e salari, potrebbero far recedere le pretese degli imprenditori, impegnare l’amministrazione pubblica alla difesa dell’apparato produttivo e infondere fiducia della propria forza nei lavoratori. Sarebbero una denuncia intrinseca del sistema economico e della sua insostenibilità.

Invece Cgil, Cisl e Uil affrontano separatamente le singole vertenze e immediatamente finiscono per far proprie al tavolo di trattativa le esigenze di competitività avanzate da parte dell’impresa. Non c’è da stupirsi se a volte sono i lavoratori stessi che giustificano le pretese padronali come necessarie e ineludibili.

La pesantezza della situazione occupazionale è ampliata dalle tante aziende che presto dovranno fare i conti con la controriforma degli ammortizzatori sociali, con il venir meno di quello che è stato sinora il ricorso alla cassa integrazione. E’ palese la forza di ricatto che il padronato ha verso il sindacato. E verso il lavoratore che vede irreparabile il venir meno del reddito.

Tuttavia, le difficoltà che si riscontrano a mobilitare i lavoratori, ad attivarli nell’iniziativa e nelle lotte sindacali, molte volte sono date dal non credere che sia possibile cambiare il corso delle cose. La sfiducia nella lotta collettiva non è figlia solo dell’ideologia dominante o dell’egoismo dell’individuo. La classe lavoratrice non è coinvolta dalle organizzazioni sindacali maggioritarie nelle scelte che la riguardano. Le piattaforme rivendicative sono confezionate altrove e non in assemblea e rivendicano sempre meno. Cgil, Cisl e Uil proclamano scioperi generali una tantum che generali non sono e tutti sanno che non c’è determinazione a conseguire risultati.

Infine, ma non per importanza, una riflessione va fatta sulla base militante delle grandi confederazioni sindacali, ovvero i delegati, i rappresentanti dei lavoratori.

La pratica dei vertici di Cgil, Cisl e Uil che ha sempre più espropriato la base dalla possibilità di decidere e calpestato il dissenso di istanze di base e di ampi settori di lavoratori, che si è contrapposta a grandi lotte di lavoratori contro contratti bidone e patti sociali perdenti, alla lunga ha prodotto e selezionato il quadro sindacale di base che ha molte carenze ad affrontare la situazione.

Tanti delegati sindacali non sanno esprimere una visione altera e contrapposta alla logica dell’impresa capitalistica. Inconsapevolmente e inevitabilmente si fanno portatori tra i lavoratori delle richieste di competitività avanzate dalle direzioni aziendali. Allo stesso modo, è diventato raro incontrare rappresentanti dei lavoratori che sviluppano analisi e considerazioni autonomamente dal funzionario o dal dirigente sindacale. Queste Rsu o Rsa, avvallano le decisioni dei vertici, senza alcuna capacità critica, senza volontà di contrapporsi a posizioni o decisioni inaccettabili.

Questo aspetto -nella situazione in cui più inadeguati e sbagliati (se non complici) sono le decisioni e le pratiche dei sindacati maggioritari- squalifica ulteriormente agli occhi dei lavoratori il sindacato quale strumento utile ai loro interessi.

Ora sarebbe troppo cupo richiamare l’immagine di tante rappresentanze sindacali intente a confezionare nella contrattazione aziendale, richieste di buoni spesa e buoni benzina, in luogo del salario. Vogliamo invece guardare la complessità delle difficoltà -paure, divisioni, arretramenti di coscienza e consapevolezza- per superarle. La difesa intransigente degli interessi dei lavoratori che individua gli obiettivi rivendicativi delle piattaforme e la discussione e la decisione democratica con i lavoratori saranno il miglior viatico per avviare vertenze che ridiano credito e valore alla contrattazione collettiva. Si tornerà così a vedere lotte per il miglioramento della condizione lavorativa e non solo come disperata risposta al padrone che ha già deciso di licenziare.