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Turchia : “Non è finita, la lotta continua”

Erdogan prosegue dritto nel suo disegno autoritario col sostegno di Trump, Putin e le furbesche ipocrisie dell’Ue. Oltre 150 giornalisti in carcere. Tra loro l’italiano Gabriele Del Grande. Ma in Turchia la lotta continua

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La Commissione elettorale suprema turca ha infine rigettato i ricorsi presentati dalle opposizioni di fronte a un voto referendario sulla proposta liberticida di modifica costituzionale, palesemente manipolato da innumerevoli irregolarità tra cui circa due milioni e mezzo di voti, viziati dalla non certificazione ufficiale delle schede.

Incurante degli stessi dubbi degli osservatori dell’Osce, Erdogan prosegue dritto nel suo disegno autoritario avendo incassato il sostegno degli USA di Trump, di Putin e le furbesche ipocrisie dei paesi dell’Unione Europea e moltiplicando le misure repressive nei confronti degli oppositori (oltre 150 giornalisti sono finiti in carcere). Tra questi anche il giornalista italiano Gabriele Del Grande, ancora in carcere nonostante le richieste di liberazione del governo italiano; le autorità hanno finora impedito anche solo la visita dei rappresentanti dell’ambasciata italiana.

La nostra organizzazione sostiene pienamente la campagna di solidarietà e le manifestazioni che si stano realizzando per imporre la liberazione di Del Grande da parte del governo di Erdogan e in solidarietà con tutti i detenuti politici di quel paese. [FT]

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da Istanbul, Uraz Aydin

“Non è finita, la lotta continua”: Migliaia di manifestanti scandivano questo slogan, sfilando nelle vie dei quartieri “di opposizione” d’Istanbul, di Ankara e di Izmir nella notte del 16 aprile per denunciare l’illegittimità dei risultati del referendum.

Secondo i risultati annunciati dal Consiglio superiore elettorale per questo critico referendum, il Si ha ottenuto il 51,4% contro il 48,4% del NO.

La grande manipolazione

Questi risultati sono però fortemente contestati dal principale partito di opposizione il CHP di centro sinistra e dal HDP, riformista di sinistra, legato al movimento curdo. Al di là delle diverse irregolarità a cui l’AKP ha sovente fatto ricorso, è direttamente il Consiglio superiore elettorale che ha deciso, -a metà della giornata del referendum – che le schede di voto e le buste che non avevano il timbro ufficiale sarebbero state in ogni caso ammesse, in quanto non essendo dimostrato che fossero state introdotte dall’esterno.

La maggior parte delle schede di voto non timbrate sembrano essere state usate nel sud-est del paese, nella regione curda. Tuttavia mentre numerosi video sul voto in blocco effettuato dai responsabili dei seggi circolano sulla rete, esempi evidenti sono dati dai partiti di opposizione, come quelli di 60 villaggi collegati alla città di Urfa, dove, di fronte a un totale di 13.067 schede per il Si, solo 58 voti per il NO sono usciti dalle stesse urne.

La direzione dell’HDP ha annunciato che ci sarebbe stata una manipolazione oscillante tra il 3 e il 4% e il CHP e il HDP depositeranno un ricorso che riguarda il 60% dei seggi.

Malgrado tutto questo, il risultato del SI è ben lontano da quello che sperava il blocco islamo-nazionalista formato dall’AKP e dal MHP. In primo luogo il NO ha vinto nelle tre più grande città che sono Istanbul, Ankara e Izmir, essendo le due prime città amministrate da giunte municipali dell’AKP. Inoltre, nei quartieri molto conservatori d’Istambul come Uskudar e Eyup, è ancora il NO che è uscito vincitore dalle urne. Se la coalizione che ha sostenuto il SI ha avuto un aumento del 2,5% nell’Anatolia profonda in relazione alle elezioni del 1° novembre 2015, essa ha subito una perdita del 10% nella regione Marmara che è decisiva data la numerosa popolazione e del 15% sulla costa mediterranea.

E’ indiscutibile che un emendamento costituzionale che determina un cambio di regime non può realizzarsi con il sostegno di appena la metà della popolazione.

Un voto sotto pressione

Nelle città amministrate inizialmente dal DBP (partito fratello dell’HDP), che per la maggior parte sono state messe sotto tutela, nonostante questo partito fosse stato vincitore, i risultati ufficiali del NO sono diminuiti in comparazione con quelli del 2015. Gli intellettuali infeudati all’AKP, si sono precipitati a dedurre una diminuzione del sostegno al movimento curdo. Ci riserviamo analisi più dettagliate per verificare se ci sia stato una perdita reale di voti, ma è opportuno ricordare che il Kurdistan della Turchia ha subito negli ultimi venti mesi, dei veri massacri, distruzioni di città e trasferimento forzato di circa 500.000 persone. Inoltre 13 deputati dell’HDP (tra cui i suoi copresidenti) e più di 80 sindaci sono in galera. Numerosi casi di allontanamento forzato di assessori del DBP dai seggi effettuati dalla polizia e dai militari sono stati segnalati. E’ in queste condizioni che la campagna e il voto si sono svolti…

Anche se non è della stessa importanza, dobbiamo anche ricordare che il referendum nell’ovest del paese si è svolto nel quadro di uno stato d’emergenza (non è che se questo avviene anche in Francia, diventa accettabile…) con una forte repressione e criminalizzazione nei confronti delle forze che sostenevano il NO nella campagna e una attivazione di tutti i mezzi dello Stato in favore del SI. E la prima misura del potere all’indomani del voto, è stata quella di prolungare lo stato d’emergenza.

Malgrado questo, i partigiani del NO avevano rilevato la sfida. E come si può vedere dopo due sere nelle strade, le forze del NO non sono per nulla demoralizzate; sono fiere di aver condotto una campagna intelligente e audace e, dotati di una legittimità morale, sembrano pronte a resistere di fronte a un cambio illegittimo di regime.

Secondo Erdogan il No non si è affermato, ma è manifestamente uscito vittorioso!