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Parla Lisa Bosia: «Il mio reato è la solidarietà ai migranti»

Intervista a Lisa Bosia, deputata svizzera condannata per il reato di solidarietà: «Ora sono pronta a raccontare»

di Checchino Antonini

Lisa BosiaLISA BOSIA

«Ora sono pronta a raccontare», dice Lisa Bosìa, deputata socialista nel Gran Consiglio del Canton Ticino (Svizzera), all’indomani del decreto d’accusa (in sostanza un decreto penale di condanna) per violazione della Legge federale sugli stranieri. Alla consigliera è stata inflitta una pena pecuniaria di 8800 franchi, 8000 euro, sospesa condizionalmente per un periodo di prova di due anni. «Vuol dire che non devo pagarli se non ho intenzione di reiterare il “crimine”». E tu, che intenzioni hai? «Non me lo posso permettere: finire in carcere in questo momento, non aiuta la causa, non aiuta nessuno. Quindi non accompagnerò altre persone attraverso il confine fino a che non si stabilirà se questo sia un crimine da punire o se sia un delitto di solidarietà da non criminalizzare».

Bosia, 44 anni, padre svizzero e madre veneta, è stata sorpresa a Belgrado dalla notizia della condanna. Da quindici anni si occupa anche professionalmente di migrazioni e di asilo su progetti che la portano sulle rotte migratorie nei Balcani, parallelamente ha sposato un richiedente asilo iracheno, fuggito al tempo della prima guerra del Golfo. «E ho potuto vedere la sua famiglia che ha impiegato dieci anni per ricomporsi in Inghilterra, passando per le montagne della Turchia attraversando tutte le difficoltà dei migranti. Vivo in questa doppia dimensione, personale, professionale». E politica, penso io, e le chiedo del suo partito dove, forse, non tutti sono schierati come lei: «Ci sono diverse sensibilità. Il partito socialista è simile al Pd, centrosinistra, alle ultime elezioni ha raccolto il 13% dei voti…

Lisa non è sorpresa dalla condanna: «Piuttosto – dice – mi ha sorpreso il fatto che non siano state accolte le attenuanti umanitarie, che sia stato rigettato il dossier della difesa. Significa che c’è un clima di criminalizzazione di tutto ciò che è l’aiuto ai migranti. L’abbiamo visto a Ventimiglia, al Brennero, a Roma, con la criminalizzazione dei volontari che portano i pasti fino all’ostracismo da parte di Frontex alle ong che effettuano salvataggi in mare. Purtroppo è un atteggiamento che si diffonde. Lugano è come Ventimiglia. Ma anche come Como: quest’estate sono stati dati nove fogli di via a volontari colpevoli solo di aver dato un aiuto ai migranti. E’ il reato di solidarietà, quello contro il quale c’è ora un bel movimento in Francia».

La Marcia per AleppoLA MARCIA PER ALEPPO

«Sono stata zitta a lungo – dice a Popoff che aveva provato a intervistarla già quando si diffuse la notizia della sua incriminazione – sono stata in una fase di silenzio stampa assoluto ma adesso sono pronta a raccontare a chiunque abbia la voglia e il tempo di ascoltare quello che ho visto a Como: delle ferite ancora aperte, delle donne stuprate, dei minori respinti. Di come quel parco antistante la stazione si sia trasformato nella dimostrazione più evidente della fine di qualunque umanità. E di come fosse impossibile fare diversamente da come ho agito. Perché quello che pesa, infine, più dell’ingiustizia, è il privilegio. Il privilegio di quel passaporto che permetteva a me di tornare a casa, a me che non ho fuggito la guerra, che non ho mai patito la fame, che non ho rischiato la vita nel deserto. Io tornavo a casa e loro restavano al parco. Anche quella ragazza il cui fratello era morto nel naufragio dell’imbarcazione sulla quale viaggiavano entrambi; anche quell’uomo che aveva trascorso dieci mesi attaccato ad un muro da una catena. Non la tiro lunga, sono a Belgrado, anche qui disperata umanità senza diritti. E’ come sempre più utile fare che parlare ma sono pronta a raccontare, ma non è una bella storia».

Stando alle accuse, nel settembre scorso, Lia Bosia Mirra era stata fermata dalle Guardie di confine «per aver collaborato all’entrata illegale in Svizzera di cittadini stranieri sprovvisti dei documenti necessari di legittimazione». «L’inchiesta – ha spiegato il Ministero pubblico – ha appurato che ciò è avvenuto già in precedenza; almeno nove volte, in totale, fra l’agosto e il settembre 2016 con diverse modalità». Lisa è stata ritenuta colpevole di «ripetuta incitazione all’entrata, alla partenza e al soggiorno illegale», secondo la legge federale sugli stranieri.

«Non ho mai nascosto che il mio impegno sarebbe andato sulla questione migranti. E’ sempre stato chiaro, più volte ho ripetuto, nel corso della campagna elettorale, che il passaporto è un privilegio a cui sono legati una serie di diritti negati a chi non se lo può permettere. Il diritto di spostarsi, la libertà di movimento – spiega ancora – se non hai passaporto sei obbligato a chiedere il visto e proprio quando c’è la guerra, per assurdo, viene negato. Ho incontrato persone, lungo la rotta migratoria, che avrebbero potuto viaggiare ma non potevano farlo perché con la guerra nessuno dà il visto. Si tratta di medici, artisti, avvocati».

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Tre anni fa, con altri amici, Lisa ha fondato una piccola ong, Firdaus, che in arabo significa Paradiso. Il logo l’ha donato Mauro Biani che Lisa saluta da queste pagine: «Non è ancora stato possibile incontrarci, vorrei tanto gli arrivassero i nostri ringraziamenti. Firdaus serve a sostenere persone che si trovano in difficoltà lungo la rotta migratoria. L’abbiamo dedicata a Nawal al-Sa’dawi, autrice di L’amore ai tempi del petrolio. Scrittrice egiziana, psichiatra, femministra e dissidente, più volte incarcerata. Cerchiamo di sensibilizzare su questa tematica attraverso incontri nelle scuole, flash mov, manifestazioni. S’è un progetto di sostegno a distanza per 140 famiglie cristiane siro-irachene sfollate a Yalova in Turchia, un altro a sostegno dei volontari che assistono i profughi, specialmente donne incinte, che transitano dall’isola di Lesbo. Ancora: il sostegno alla scuola di Rahma e all’ospedale pediatrico di Azaz, Aleppo, da poco bombardato.

Inoltre Firdaus vuole intraprendere un lavoro di raccolta di storie e testimonianze da parte dei profughi sostenuti nel corso di questo ultimo anno. Storie drammatiche che riflettono l’impossibilità di completare un percorso migratorio in condizioni di sicurezza e di rispetto dei diritti umani. Muri e barriere, anche ideologiche. Presso il liceo di Mendrisio, abbiamo messo su corsi di italiano e tedesco rivolti ai profughi. Abbiamo progetti in Grecia in due campi profughi, e poi sulla rotta balcanica. A seconda delle emergenze rispondiamo anche a segnalazioni puntuali: se una famiglia mi scrive per avere un aiuto finanziario per uscire dalla Siria, cerchiamo di intervenire per dar loro quello che serve per mettersi in sicurezza». I giovani ticinesi dell’Udc chiedono le sue dimissioni mentre il presidente del suo partito si è schierato a sua difesa. Il Movimento per il socialismo (organizzazione sorella di Sinistra anticapitalista) è con Lisa «senza se e senza ma, e con tutti coloro che spinti dalla coscienza e dal cuore lottano e agiscono per un mondo migliore, aperto e solidale».
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«Il contesto ticinese – racconta ancora – è spaccato in due: c’è chi è completamente contro e chi è totalmente a favore, davvero c’è tanta gente solidale, ricevo moltissimi messaggi di solidarietà, pubblici e privati, ma ci sono anche quelli che assolutamente no. Per assurdo la questione migrante non è solo patrimonio di sinistra ma trasversale, ho avuto persino solidarietà privata, non palese, anche da parte di membri di altri partiti, anche della Lega, votano contro ma poi ti dicono brava, bisogna aiutare le persone».

E ora cosa farai, chiedo infine. «Il primo maggio sarò a Lugano, poi tornerò a marciare per Aleppo, con la civil march, dove già sono stato ma ho avuto in piccolo infortunio quando siamo arrivati a Kraljevo. Sono stata un mese e vorrei entrare in Turchia con loro, poi tornerò a Como, in Grecia per riattivare una missione. Se penso a Gentiloni che è andato a firmare gli accordi con la Libia mi sale la pressione ma la vostra Guardia costiera sta facendo tantissimo e anche le piccole e grandi organizzazioni che ogni giorno sono sul campo. C’è tanto da fare. Qui a Belgrado sto incontrando gente fuggita dai teatri di guerra e cerco documentazione sul sistema di rapimenti al confine tra Iran e Turchia: rapiscono migranti afgani e pretendono il riscatto. Proprio ieri Abdul Saboor, 27 anni, mi ha raccontato la sua storia: ha lavorato per l’esercito americano come meccanico ma per questo ha ricevuto minacce e un attentato da parte dei talebani e infine ha deciso di partire. Appartiene ad una grande famiglia e ha tanti fratelli più piccoli quindi qui a Belgrado si occupa volentieri dei piccoli che sono senza famiglia. È anche un ottimo fotografo e documentarista e ha bisogno di aiuto per acquistare un laptop che gli permetta di continuare a raccontare le storie delle brutalità commesse dalla polizia bulgara e ungherese sui migranti. A lui personalmente, nei sei mesi di detenzione in Bulgaria hanno rotto il braccio due volte e spaccato il naso. Credo che meriti di essere aiutato, chi può dia il suo piccolo contributo a questo piccolo crowfounding. Grazie!».