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Voucher, la vittoria di Pirro della Cgil

Contro il jobs act non ci sono scorciatoie e soprattutto non ci sono molte strade se non quella di tornare ad organizzare i lavoratori e le lavoratrici

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di Chiara Carratù

Oggi è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto, voluto dal governo Gentiloni, che abolisce definitivamente i voucher e che ripristina la responsabilità solidale negli appalti. Anche se bisogna ancora attendere il parere della Cassazione, con questa mossa il governo disinnesca, neanche troppo a sorpresa, i quesiti referendari proposti dalla CGIL e per i quali ci si sarebbe dovuti recare alla urne il prossimo 28 maggio.

Susanna Camusso, segretaria del maggiore sindacato italiano ha immediatamente parlato di “una prima importante vittoria per milioni di cittadini e cittadine, lavoratori, lavoratrici e non che hanno sostenuto insieme a noi la necessità di abrogare i voucher, giustamente individuati come la nuova frontiera della precarietà […]”. Ma di che vittoria si tratta?

Al di là delle dichiarazioni dei diversi esponenti del sindacalismo confederale, del governo, dell’opposizione e della Confindustria stessa, questa vicenda può essere letta ancora una volta come una cartina di tornasole della situazione sociale italiana (in particolare della classe lavoratrice), dei rapporti di forza tra le classi, degli schieramenti in campo e del ruolo giocato da ognuno di questi soggetti sul palcoscenico politico.

La sconfitta subita dal governo Renzi alle urne il 4 dicembre 2016 sul referendum costituzionale è stata certamente la molla che ha spinto il governo Gentiloni a muoversi nel senso indicato dai quesiti sui quali la CGIL aveva cominciato a fare campagna elettorale. Tuttavia, a sentire le parole dello stesso premier, non si tratta di un regalo al sindacato ma piuttosto di una conferma del ruolo dello stato quando si tratta di tutelare gli interessi della borghesia e dei padroni. Anche se il leader della Confindustria, Boccia, si è mostrato contrariato per la decisione presa dall’esecutivo al punto da dichiarare che era meglio andare al voto piuttosto che cedere al sindacato, il governo sa bene che ci si muove su un terreno delicato e minato dove non sono più possibili passi falsi. La situazione sociale è molto delicata e a rischio di precipitazione improvvisa; in questo contesto, il malcontento che serpeggia sui luoghi di lavoro può esprimersi anche attraverso strumenti ritenuti impensabili, come ad esempio un referendum. In mancanza di scioperi e conflitto sociale, chi è oppresso cerca comunque una strada per esprimere la propria rabbia e Gentiloni, infatti, ha fatto appello all’unità del paese, mettendo l’accento su quanto, in questo momento, siano inutili campagne elettorali divisive; la sua preoccupazione è rivolta principalmente ai conti italiani che sono sotto la lente dell’UE e alla una nuova manovra economica che pende come una mannaia sulle nostre teste.

L’atteggiamento di Gentiloni e dell’intero governo, comprese le dichiarazioni di tutte quei ministri che fino a qualche settimana fa hanno difeso a spada tratta lo strumento dei voucher, sono perfettamente comprensibili se si tiene conto anche della delicata situazione politica italiana e in particolare delle traversie del PD che resta ancora il partito più affidabile a cui la borghesia possa fare riferimento. La delicata battaglia interna per la riconferma di Renzi a leader e segretario del PD aveva bisogno anche di questa mossa per evitare che una parte del partito e che soprattutto i fuoriusciti del neonato MDP potessero costruire una fronda contro l’unico politico che ancora può giocare un ruolo importante per la prosecuzione e per l’applicazione delle politiche di austerità nel nostro paese, come la vicenda del referendum sulle trivelle ha mostrato. Infine, nella gestione Gentiloni, c’è sicuramente il tentativo di stemperare i lati più arroganti della politica targata Matteo Renzi, tra i quali le relazioni con le parti sociali costituivano certamente uno dei punti di frizione più alti. La concertazione e la dialettica sindacale restano ancora le armi migliori nelle mani del padronato per evitare che la rabbia di una classe lavoratrice sempre più precarizzata e sempre più impoverita, posa mettere in difficoltà il quadro delle compatibilità date e che possa anche trovare la strada per ribellarsi. In fondo i capitalisti, più avvezzi di molti sedicenti sinistri alla lettura delle dinamiche di classe, sanno bene che le modalità con le quali la classe operaia si riorganizza possono passare anche su un terreno inaspettato, magari riappropriandosi di strumenti ritenuti dalla maggior parte dell’opinione pubblica logori e abusati. Lo scopo perseguito dal governo in questa vicenda è diverso da quello cercato e dichiarato dalla CGIL, fin dagli inizi di questa battaglia: portare avanti la Carta Universale dei diritti del lavoro che ha cominciato il suo percorso alla Commissione lavoro della Camera dei Deputati. Quindi, nessuna subalternità del governo alla CGIL, come denunciano molti partiti di opposizione che, anche in questa occasione, mostrano la loro reale faccia. Campioni di opportunismo la Lega, Fratelli d’Italia e quanti si muovono nel solco della destra sovranistra che a parole denunciano la precarietà dei lavoratori e delle lavoratrici (omettendo che parte di questo mondo del lavoro è composto e si regge anche su quegli stranieri che vorrebbero rispedire a casa loro) per poi tacciare il governo di incoerenza, quando prende la decisione di eliminare uno degli strumenti più odiosi e odiati, divenuto non a caso il simbolo per eccellenza delle quasi 50 forme di rapporto precario previste dalla legislazione del lavoro italiana. Dalle dichiarazioni dei vari Salvini, Meloni e compagnia bella si evince che dei lavoratori e delle lavoratici non gliene frega proprio niente; qualsiasi arma va bene pur di puntare il dito contro un governo al quale vorrebbero sostituirsi per portare avanti le loro politiche razziste e xenofobe, oltre che classiste. In questo drappello di forze politiche possiamo inserire anche il M5S che non ha fatto mai mistero della sua ostilità alle pratiche sindacali, prospettandone l’abolizione di quello che viene descritto da parte di molti esponenti pentastellati come un giogo dal quale bisogna liberare soprattutto i lavoratori. Ci sono poi esponenti politici, come Maurizio Lupi, che dopo essere stato parte del governo Renzi ed aver sostenuto tutte le misure volte a precarizzare il mondo del lavoro e tagliare diritti, fanno l’opposizione di sua maestà contro il dilagare del lavoro nero annunciando un suo voto contrario alla Camera, in mancanza di modifiche al decreto.

Per “fortuna” che esistono uomini politici come Maurizio Sacconi, ex ministro del lavoro del governo Berlusconi, che, pur essendo contrario all’eliminazione dei voucher, ci riporta con i piedi per terra e che descrive senza nessuna torsione ideologica il campo di gioco di questa partita: in un un’intervista a “La Repubblica” dice: «Ci si illude che eliminando i voucher si elimini il lavoro occasionale. I lavori occasionali rimarranno e ritorneranno nel nero, com’era prima. Non vedo quale sia il passo avanti». È proprio questo il nodo cruciale della vittoria della Cgil: a prescindere da quanto valgano i voucher sul mercato del lavoro (il Sole24Ore fa una stima di 130 milioni di ore di voucher acquistate nel 2016 che corrispondono a circa 60mila lavoratori equivalenti allo 0,23% del costo del lavoro totale) quel che abolisce questo decreto è un rapporto di lavoro scomodo ma non il lavoro occasionale e precario che è la vera causa del malessere di tanti lavoratori e lavoratrici. Non è un caso che già oggi si discuta su come disciplinare nuovamente questa realtà, stando ovviamente attenti a come tutelare gli interessi dei padroni. A venire chiamate in causa non sono forme di lavoro garantito ma ancora una volta rapporti di lavoro precario e intermittente come il lavoro a chiamata o il minijobs alla tedesca che è stato la leva che ha permesso al governo della Germania di creare un esercito di precari capace di farle reggere la feroce concorrenza nell’Ue della crisi economica.

Come la vittoria di Pirro, anche la vittoria della CGIL rischia di avere un prezzo troppo alto da pagare; per sconfiggere “la repubblica romana” (il lavoro precario) che avanza è necessario usare questo risultato per rilanciare e esigere un’ effettiva abolizione di tutte quelle leggi, a partire dal Jobs Act, che istituzionalizzano in maniera generalizzata i rapporti di lavoro precario. Per ottenere questo, però, non ci sono scorciatoie e soprattutto non ci sono molte strade se non quella di tornare ad organizzare i lavoratori e le lavoratrici e quella di abbandonare il terreno della collaborazione di classe e della contrattazione col governo, spostandosi decisamente sul terreno delle lotte. Antonio Moscato, in un articolo del 12 gennaio dal titolo “Art. 18, referendum e carte truccate” scrive: «In assenza di un sindacato combattivo e che trasmetta ai lavoratori una coscienza di classe, l’asimmetria del potere contrattuale tra chi ha grandi mezzi e chi cerca comunque un lavoro ripropone in forme diverse l’illegalità e l’ingiustizia». Finché non affronterà questo passaggio, la CGIL potrà consegnare alla classe lavoratrice di questo paese solo vittorie di Pirro e conseguenti illusioni. Le gesta dei diversi governi che si sono alternati alla giuda del nostro paesi in questi ultimi dieci anni mostrano in maniera abbastanza chiara che sul terreno dei diritti del lavoro non ci sono disponibilità a fare concessioni, neanche minime, e così è anche con l’abrogazione dei voucher.