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Roma, la solidarietà non si sgombera

Decide Roma e le reti del volontariato incalzano la Giunta Raggi e denunciano la supplenza politica della Corte dei Conti. Si chiede di fermare gli sgomberi e scrittura partecipata del nuovo regolamento. Due appuntamenti

di Checchino Antonini

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Le reti di cittadinanza attiva e i movimenti sociali provano a riprendere la parola, con due momenti distinti, contro l’ondata di sfratti e sgomberi che la Giunta Raggi non sa e non vuole arginare. La delibera 140, famigerata eredità della Giunta Marino e del Commissario Tronca, funziona da foglia di fico per l’astratta e imprecissa idea di legalità che anima una compagine cialtrona e opaca nel governo della Capitale.

Da troppo tempo le associazioni e gli spazi sociali vivono nell’emergenza, nella consapevolezza che da un giorno all’altro potrebbero venire sgomberati anni di lotte, di fatica, di solidarietà, di cooperazione, di mutualismo, di relazioni, di arte, di cultura, di immaginazione. Alla minaccia di questi sgomberi, ordinati dalla famigerata delibera 140 della Giunta Marino e dalla pressione indebita della Corte dei Conti, con incredibile ritardo la Giunta Raggi è riuscita a rispondere con una delibera piccola piccola, con un atto che in sostanza ripropone la stessa 140, ordinando di proseguire gli sgomberi, partendo sì dalle realtà commerciali, ma proseguendo prima o poi con le realtà sociali e associative. Tanto sforzo per riproporre un atto quasi identico a quello della Giunta Marino, che tanti danni ha prodotto in questi ultimi drammatici anni. Un atto utile, al massimo, per prendere tempo: tempo utile per scrivere un nuovo Regolamento sulle concessioni, che dovrebbe servire a riordinare l’intero settore.

Giovedì 9 marzo una delegazione di associazioni e di reti di volontariato consegnerà alla Corte dei Conti una “richiesta di deferimento del Vice Procuratore della Corte Regionale del Lazio dott. Guido Patti alla Commissione Disciplinare”. Il documento e le sue motivazioni verranno presentate ai giornalisti e ai cittadini alle 15.00 nella Sala Tevere del Grand Hotel Palatino (Via Cavour 32/m).

Le associazioni prenderanno la parola contro gli sfratti, che hanno colpito indiscriminatamente le associazioni di volontariato, anche quelle che potevano vantare situazioni nella più completa legalità. Queste associazioni hanno sede in spazi di proprietà del Comune di Roma, regolarmente assegnati con affitto agevolato in base alla delibera 26 del ’95, in quanto svolgevano e svolgono attività sociali, culturali e sportive senza fine di lucro, a tutela delle persone fragili e per i beni comuni. Spesso anche alleviando le carenze di una Pubblica Amministrazione sempre più in difficoltà nel rispondere ai bisogni dei cittadini.

Nei mesi scorsi si sono viste chiedere cifre esorbitanti – anche milionarie – per arretrati calcolati su presunti valori di mercato e hanno ormai ricevuto l’ordine di sfratto le prime 73 sulle oltre 700 che hanno sede in strutture comunali. Si è creata una situazione complessa nella quale la Corte dei Conti sembra aver travalicato i propri compiti, l’Amministrazione sembra avere perso la capacità decisionale, mentre le associazioni rischiano di chiudere o sono costrette a sospendere l’attività. Attività che sono un VAS (Valore Aggiunto Sociale) e quindi non rappresentano un costo, ma un introito che deve essere riconosciuto come tale.

Durante l’iniziativa pubblica verrà presentato il testo della richiesta di deferimento del Vice Procuratore della Corte Regionale del Lazio alla Commissione Disciplinare, per abuso della funzione inquirente; verrà diffusa una “lettera ai rappresentanti politici”, perché si riapproprino del proprio potere di indirizzo e decisionale; verrà presentata una proposta di delibera del Consiglio Comunale, che aiuti a impostare in futuro una collaborazione limpida e proficua tra Amministrazione e associazioni. Il cui lavoro, vogliamo ribadirlo, è essenziale per la qualità della vita e per lo sviluppo sociale della città.

Il giorno succes73d44e59-388e-480f-f03f-85cf7775d455sivo si mobiliterà Decide Roma, proprio nella piazza del Campidoglio perché il patrimonio immobiliare pubblico deve essere considerato un bene comune. Se un bene è “comune”, significa che non appartiene solo al Comune, ma è nella disponibilità di tutti i cittadini, che devono poterne decidere insieme l’uso e potervi accedere liberamente. Questa è la sfida che Decide Roma, da mesi, sta lanciando a chi oggi governa questa città: la sfida di aprire, sul terreno del patrimonio pubblico immobiliare, un processo permanente di democrazia diretta e di partecipazione dal basso.

La piattaforma di Decide Roma chiede la scrittura partecipata del nuovo Regolamento. Il Movimento 5 Stelle, che oggi governa Roma, ha fatto della trasparenza e della partecipazione, da sempre, il suo cavallo di battaglia. Eppure, su un tema così caro a una parte così importante della città, sembra che il M5S preferisca nascondersi negli uffici dei Dipartimenti, nonostante le ripetute ma inutili promesse di partecipazione. È indispensabile che venga avviato, immediatamente, un confronto pubblico e partecipativo sui contenuti di questo Regolamento. È inammissibile concepire la partecipazione come la mera richiesta del consenso che arriva alla fine di un lavoro svolto nell’oscurità, quando ormai si sono stabilite le linee guida principale.

La posta in gioco, anche per questa coalizione di associazioni, movimenti e centri sociali, è il riconoscimento del valore delle realtà che esistono sul territorio. Centri sociali, centri interculturali, teatri, scuole di musica, presidi sanitari, onlus di ogni genere, associazioni di sostegno ai malati, organizzazioni di volontariato. Tutto ciò che per decenni ha provato a rendere migliore questa città, rischia di finire polverizzato dal tritacarne di una burocrazia cieca e sorda, e di una politica incapace di tutelare il meglio che una città esprime. Riconoscere il valore sociale delle realtà sociali significa – concretamente – mettere la parola fine alla vera e propria truffa che oggi attanaglia quelle realtà: decenni di mala gestione amministrativa del patrimonio pubblico da parte degli uffici vengono oggi scaricati su quelle associazioni, nei termini della assurda richiesta di centinaia di migliaia di euro. A questa truffa, animata dalla Corte dei Conti, la politica deve avere il coraggio di mettere fine, riconoscendo che le realtà sociali hanno effettivamente avuto (e avranno sempre) diritto ai canoni agevolati che le norme stesse hanno sempre previsto. Ma riconoscere il valore delle realtà sociali significa riconoscere il loro diritto “naturale” alla permanenza nei luoghi in cui sono cresciute, in cui hanno intessuto relazioni sociali, in cui sono diventati punto di riferimento. Significa garantire loro – attraverso una norma transitoria adeguata – un ambito di legalità, al quale oggi sembra impossibile accedere.

Si chiede di riconoscere il metodo dei beni comuni urbani. Dalle pessime bozze di Regolamento che le burocrazie dipartimentali hanno scritto per conto dei politici (le uniche bozze pubbliche, finora), emerge di fatto un disconoscimento radicale del metodo e dei valori dei cosiddetti “beni comuni urbani”. Essi non sono uno slogan, ma bensì una prassi amministrativa ampiamente consolidata in circa di cento città d’Italia, che valorizza le esperienze e le comunità territoriali nella gestione dei beni considerati comuni. Sembra incredibile, ma fu la stessa Sindaca Raggi a presentare, nella scorsa consiliatura, una bozza di Regolamento sui beni comuni urbani; su questo tema, d’altronde, è stata svolta tutta la campagna elettorale di chi oggi governa Roma. Nella proposta di Regolamento di cui discutiamo oggi il cambio di rotta è sostanziale e ingiustificabile: si intende il patrimonio pubblico per lo più come un mezzo per riempire le casse capitoline; si prevedono meccanismi di concorrenzialità fratricida tra le realtà del sociale, basata addirittura sulla “offerta economicamente più vantaggiosa”; si attribuisce all’Amministrazione un potere di programmazione dall’alto e di progettazione unilaterale, un potere che quell’Amministrazione non è (né sarà mai) in grado di esercitare senza la partecipazione viva e attiva dei cittadini. I bandi pubblici, sin qui, hanno innegabilmente mostrato enormi limiti applicativi. Contro la logica del bando, devono essere riconosciute altre procedure di evidenza pubblica che valorizzino l’autonoma iniziativa delle persone sui territori, la cooperazione invece che la concorrenzialità, il valore sociale invece che quello economico, la partecipazione dal basso invece che il governo dall’alto.

Su questi temi, Decide Roma vuole discutere con tutti i Consiglieri Capitolini, ed in particolare con la Commissione Patrimonio, ancora così chiusa alle istanze della città, con gli Assessori Bergamo e Baldassarre, i primi a candidarsi come interlocutori della Roma solidale, e con l’Assessore Mazzillo, le cui deleghe gli attribuiscono una responsabilità primaria in questa vicenda primaria. Ma soprattutto, si cerca un’interlocuzione diretta con la Sindaca Raggi, la stessa che durante la campagna elettorale fece propaganda sul tema dei beni comuni urbani, anche incontrando Decide Roma e le realtà sociali.

 

 

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