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Sinistra Italiana, la solita Sel meno quelli che hanno seguito Pisapia

Sinistra Italiana, un congresso fondativo segnato dalla scissione di Scotto e Smeriglio e la consueta linea “di lotta e di governo”

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di Checchino Antonini

Nicola Fratoianni è stato eletto segretario di Sinistra italiana al congresso fondativo che si è chiuso il 19 febbraio a Rimini. I delegati accreditati dalle assemblee di base erano 680 in ragione di uno a 30 o frazione di 30, i voti espressi sono stati 563. Fratoianni ha ricevuto 503 voti, contrari 32, astenuti 28. Si compie così il processo di fondazione di un partito che è nato “al contrario”, dall’alto, nell’autunno del 2015, con la costituzione di gruppi parlamentari comuni tra gli eletti di Sel e i fuoriusciti dal Pd con Fassina (con lui 65 delegati), D’Attorre (20 delegati) e Cofferati. Dunque un partito nato lontano dal conflitto, negli autunni più freddi dal punto di vista sociale. Nel 2016, il gruppo dirigente ha portato a termine una serie di operazioni per aggregare settori che già orbitavano attorno a Sel: il giro di Act (associazione nata dagli universitari di Link dopo la rottura organizzativa dell’Uds con la Cgil i cui esponenti più noti sono Claudio Riccio e Roberto Iovino e che ha raccolto 53 delegati e proposto un emendamento sull’apertura ai movimenti nella compilazione di un programma partecipato), l’area di Claudio Grassi (75 delegati, ex cossuttiani usciti da Rifondazione dopo aver ceduto sull’istanza identitaria che li aveva caratterizzati nel Prc: si raffiguravano come i più “comunisti” di tutti ma anche come i più disponibili ad alleanze di centrosinistra), e personaggi cresciuti nei centri sociali e nella stagione della disobbedienza ma da tempo nell’orbita di Sel, Luca Casarini, Beppe Caccia sono tra i più noti. Padri nobili: i fondatori del Manifesto (Parlato, Castellina, Rossanda) e Fabio Mussi. Attorno al segretario, molti degli ex giovani comunisti che animarono con lui le esperienze delle Tute bianche e dei social forum fino al brusco stop con quella cultura determinato dalla nascita di Sel nel 2009 e la deriva verso l’alleanza elettorale col Pd di Bersani. Ora il richiamo a quelle giornate di Genova è stato più volte evocato dalla tribuna congressuale assieme a frequenti citazioni di Pablo Iglesias, leader di Podemos e di Papa Francesco. Ma, ad ogni proposizione di radicalità e autonomia è corrisposto, nelle dichiarazioni di Fratoianni e Vendola, un immediato accento sulla disponibilità a interloquire con quanto si muove dentro il Pd (vedi l’articolo di Franco Turigliatto sulla cridi del Pd). Ogni evocazione di sinistra serve da espediente retorico per ribadire che l’unico cielo è quello del centrosinistra. Si, figlia di Sel, a sua volta figlia del Porcellum e dell’Ulivo, è nata per governare, per essere la sinistra – anche se «autonoma e radicale» – di qualche centro. Una delle tesi congressuali, emblematicamente, si intitola: “Una forza di governo non governista”. Insomma, nulla di più nuovo dell’adagio berlingueriano “di lotta e di governo” con una nostalgia del vecchio Pci che si farebbe bastare anche quel nuovo Pds 2.0 che pare profilarsi. Anche gli scettici, dentro e fuori Si, Fassina o Civati o lo stesso De Magistris, dichiarano di essere allergici alle transumanze di parlamentari ma dovranno fare i conti con un agglomerato che si richiama al loro medesimo pantheon, basti pensare alla grottesca rivendicazione di “rivoluzione socialista” da parte del governatore della Toscana, Rossi.

E lo stesso dibattito congressuale è stato scandito dall’alternanza di prese di parola dei delegati e di interventi di ospiti esterni (Emiliano e Matteo Ricci del Pd, Ferrero e Acerbo del Prc, De Magistris, Montanari, Tortorella, verdi, socialisti, podemisti, un greco di Syriza ecc…) così da non perdere il contatto fisico con quello che sembrava stesse capitando dalle parti del Nazareno.

Il congresso, infatti, s’è svolto, senza fronzoli, con un allestimento minimalista, nel pieno degli eventi che hanno portato all’annuncio della scissione dal partito renziano di Emiliano, Rossi, Speranza (più D’Alema e Bersani) e, già alla vigilia, quei sommovimenti hanno determinato un trauma al partito di Vendola e Fratoianni che era nato per accogliere i profughi del renzismo ma sta già per perdere quasi metà dei gruppi parlamentari risucchiati dal Campo progressista di Pisapia. Arturo Scotto, capogruppo alla Camera, ha formalizzato a Rimini il suo divorzio dal progetto di Si, e con lui sono andati via sbattendo la porta pezzi da 90 come, tanto per citare, il romano Massimiliano Smeriglio (vice di Zingaretti), il ligure Stefano Quaranta, Marco Furfaro, Ciccio Ferrara, l’ex giovane grassiano Oggionni e l’eurodeputato eletto con l’Altra Europa Curzio Maltese, dopo una battaglia a suon di tessere “cammellate”. All’inizio dell’anno le tessere erano circa 4mila e in un paio di settimane sono schizzate a 20mila con alcune punte clamorose nel Lazio, Garbatella e Civitavecchia (feudi di Smeriglio), così da produrre una platea congressuale per il 17% romana e quasi tutta maschile (ben oltre l’80%) al punto che la commissione congressuale ha faticato parecchio per rispettare l’alternanza di genere negli organi statutari.

Il cambio di scenario politico ha prodotto una spaccatura proprio alla vigilia del congresso lungo linee di tensione già visibili al tempo delle amministrative: si ricorderà, infatti, l’avversione del gruppo di Smeriglio alla candidatura di Fassina a Roma, e spaccature di Sel in diverse città dove si votava per il sindaco. La risultante è un partito sbilanciato come presenza territoriale, composto sia da pezzi di ceto politico non intenzionato a mollare l’alleanza con qualsiasi Pd, sia da settori che costruiscono un percorso più autonomo, spesso loro malgrado, imposto dal Pd oppure funzionale alla rendita di posizione del gruppo dirigente locale. Importante la presenza di quadri sindacali, quasi tutti della Cgil come Mimmo Pantaleo, ex leader della Flc. Nella periferia del partito sembrano più vivi i sensi di un’insofferenza per la subalternità di Si alle vicende che si producono all’esterno del partito. Il dibattito interno ha avuto poca eco nella tribuna congressuale e la discussione sugli emendamenti sull’Europa – quello di Fassina, euroscettico, (Superare l’euro per rivitalizzare la democrazia costituzionale e salvare l’Europa), contrapposto a quello euro-entusiasta di Cofferati – è stata rinviata al post-congresso.