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Viareggio, responsabilità, complicità e silenzi sulla strage

di Fabrizio Burattini

Dopo anni di sostanziale e complice silenzio di quasi tutti i grandi organi di informazione, c’è voluta la sentenza del tribunale di Lucca che ha condannato tutti i vertici delle Ferrovie italiane per riportare l’attenzione dell’opinione pubblica su un delitto efferato che alle 23 e 48 del 29 giugno del 2009 ha distrutto 32 vite, devastato decine e decine di famiglie, ridotto mezza città di Viareggio in un cumulo di briciole fumanti.

Per anni e anni, la vicenda è stata sostanzialmente derubricata a un doloroso disastro naturale. A uno “spiacevolissimo episodio”, come ebbe cinicamente a definirlo l’allora amministratore delegato del gruppo FS Mauro Moretti, ieri condannato in primo grado a 7 anni di carcere.

Eppure la verità era lapalissiana: se un vagone merci di un convoglio, che transita sferragliando nel pieno centro di una città di 60.000 abitanti, deraglia, a causa dell’asse di un carrello arrugginito e mai seriamente sottoposto a controllo e a manutenzione, la sua cisterna viene perforata nello sbandamento e lascia fuoriuscire decine di metri cubi di gas propano che, come è naturale, prendono fuoco scatenando nell’intero quartiere circostante un inferno di fuoco, devono esserci responsabilità, che non possono non coinvolgere tutta la struttura che ha trascurato di operare per evitare che ciò accada.

Eppure le Ferrovie hanno sùbito fatto quadrato in modo indecente attorno ai vertici dell’azienda. E non solo le Ferrovie, visto anche il sostegno scandalosamente offerto al manager dai sindacati confederali dei trasporti, in particolare dalla Filt CGI, di cui Moretti, prima di saltare il fosso e diventare dirigente aziendale, era stato segretario nazionale.

Anzi, occorre notare che Moretti, la competenza indiscussa che gli ha consentito di guadagnarsi una folgorante carriera nelle ferrovie, se l’è costruita proprio facendo il sindacalista dei ferrovieri. E il servilismo della Filt CGIL nei confronti dell’ex dirigente non solo l’ha spinta a minimizzarne le responsabilità durante i quasi otto anni dell’inchiesta, ma è giunto perfino a farglielo invitare come ospite d’onore durante l’ultimo congresso nazionale (Firenze, aprile 2014). L’invito è stato poi cortesemente annullato all’ultimo momento con molto imbarazzo per ridurre le tensioni che  si stavano creando con la delegazione dei familiari delle vittime di Viareggio che picchettavano l’ingresso della sala congressuale.

E non solo, ma la presidenza del congresso in quella stessa occasione negò la possibilità di ingresso e di presa di parola a Riccardo Antonini, ferroviere, ex delegato Filt Cgil, licenziato in tronco da Moretti perché, al contrario del manager che le aveva sfruttate per fare carriera e per assicurarsi stipendi a 7 cifre, aveva osato usare le proprie competenze per offrire una consulenza, evidentemente a titolo gratuito, all’Associazione dei familiari delle vittime della strage. La motivazione del licenziamento, vergognosamente confermato dai giudici del tribunale e della corte d’appello, è che Antonini  si sarebbe “posto in evidente conflitto d’interesse con la società”. Proprio in queste settimane si attende il verdetto  della Cassazione sull’ulteriore ricorso del consulente dei familiari.

In casa Filt, il silenzio è ora sfacciatamente totale.

Ma la questione ha anche altre valenze, visto che la condanna, seppure solo in primo grado, di Moretti e degli altri manager coinvolti (i quali, con l’ostruzionismo messo in campo dal loro staff di avvocati stanno cercando, con tutta evidenza, di giungere alla prescrizione prima del terzo grado di processo), la condanna riguarda non solo le persone, ma un intero sistema di gestione privatistico e aziendalistico di un servizio pubblico vitale come sono le Ferrovie.

La resistibile ascesa di Moretti è infatti dovuta non solo alle sue competenze né solo ai suoi ammanicamenti politici, ma anche soprattutto alla brutalità con cui ha condotto negli anni la privatizzazione delle Ferrovie, un tempo “dello Stato”. Con la conseguenza della devastazione ambientale prodotta dagli impianti dell’alta velocità, la crescita fuori controllo dei biglietti di viaggio, la trasformazione delle stazioni delle grandi città in veri e propri centri commerciali, il degrado totale del trasporto pubblico regionale per i pendolari, considerato “non redditizio”… E la caduta verticale della sicurezza per dipendenti, viaggiatori, cittadini: i 32 bruciati vivi di Viareggio stanno a denunciarla, assieme alla morte di decine di lavoratori rimasti vittima di incidenti lungo le linee, assieme ai 23 morti dello scontro tra treni avvenuto in Puglia nel luglio dello scorso anno.

Peraltro, le ferrovie privatizzate e aziendalizzate, pur basandosi su soldi pubblici, si comportano come la peggiore azienda privata. Abbiamo già raccontato la vicenda di Riccardo Antonini, licenziato per rappresaglia perché aveva osato mettere in discussione il comportamento aziendale in una tragica vicenda. Analogo trattamento ha subito un altro ferroviere, Dante De Angelis, anche lui licenziato perché aveva osato rendere pubblica l’incuria con cui l’azienda si occupa della sicurezza.

Lo scontro politico apertosi ieri sul nome di Moretti, nel frattempo promosso da Renzi a capo di Finmeccanica, oltre che sui criteri di scelta dei dirigenti, dovrebbe concentrarsi anche e soprattutto su questo, su tutti gli effetti perversi della privatizzazione messa in atto dai governi (di centrosinistra e di centrodestra) negli anni Novanta.